Tratto da:
XX° Anniversario della
tragedia di Stava

LORENZO CANTÙ
già Presidente delle ACLI milanesi, Coordinatore ACLI Anni Verdi
Di Baio Editore

Penso che sia una cosa doverosa, almeno per quanto mi riguarda personalmente, ma anche come ACLI milanesi, ringraziare sentitamente il Sindaco Gabriele Albertini per la sua presenza, il saluto caloroso e puntuale che ha rivolto a questo Convegno, ma anche perché con sensibilità straordinaria ha offerto ospitalità in questa sala prestigiosa di Palazzo Marino, nella città di Milano. Un grazie doveroso per la sua sensibilità.
Ho anche l'onore, l'obbligo e il compito di portare il saluto di Graziano Lucchi, Presidente della Fondazione "Stava 1985".
Poichè mi ha chiesto, telefonandomi ieri, di portare il suo saluto ai lavori di questo Convegno: gli è dispiaciuto di non potere essere presente qui con noi, ma comunque ha auspicato che la collaborazione che si è sviluppata durante tutta la tragica vicenda di Stava possa ancora continuare, insieme a mantenere il ricordo.
Augura a tutti i convegnisti ed ai relatori buon lavoro, nell'attesa d'incontrarli in altre situazioni analoghe per continuare la memoria comune di questa vicenda.
A me il compito di illustrare, raccordare e raccontare, più che altro, tutta questa vicenda.
Penso che il Convegno che qui si celebra oggi, sia la continuazione della commemorazione ufficiale del ventesimo anniversario che si è svolta il 19 luglio a Stava, sul luogo dell'evento drammatico.
Voglio qui portare due testimonianze straordinarie di persone che hanno, nei loro interventi recenti e passati, puntualizzato, quasi in filigrana, gli avvenimenti misurati col tempo ma anche prospettati nelle iniziative che dovevano e devono essere prese per evitare la ripetizione di tragedie del genere.
Mi riferisco all'allora Arcivescovo di Milano, Cardinale Martini, accorso tra i primi sul luogo della catastrofe a portare conforto ai familiari e a rendere omaggio alle 268 vittime, delle quali 94 della Provincia e della Diocesi di Milano, di cui 42 abitanti della nostra città.
L'Arcivescovo si rese subito conto delle cause dell'immane ed assurda tragedia che aveva colpito tante famiglie.
Infatti, nell'omelia che celebrò la domenica successiva in Duomo, in suffragio delle vittime, profondamente colpito dalla sciagura, disse: "Questa disgrazia dovuta, come sembra, all'incuria umana piuttosto che a cause naturali, coinvolge tutti noi".
Continuando affermò che: "L'evento accaduto in Val di Fiemme è, umanamente parlando, discorso di gravi responsabilità, d'incredibili leggerezze e d'inadempienze che è necessario siano chiarite e punite. C'è inoltre, nel caso di Tesero, il gravissimo discorso della prevenzione, con l'impegno, a livello istituzionale, a prevenire simili sciagure attraverso una moderna legislazione per la difesa del suolo".
Il Cardinale aveva già, fin dall'inizio, denunciato le cause della sciagura, ma dopo sette giorni, aveva anche prefigurato come evitare sciagure simili a quella che lui ha vissuto con dolore sul luogo della tragedia.
L'Arcivescovo di Milano, ora Cardinale Dionigi Tettamanzi, il 19 luglio scorso, in occasione della commemorazione ufficiale del ventesimo anniversario della tragedia, ha celebrato, sul luogo della frana, una solenne Messa di suffragio con l'Arcivescovo di Trento Monsignor Bressan.
Nell'omelia ha ricordato che: "Fare memoria è un dovere, è un fare memoria che aiuta, che invita a riflettere sugli avvenimenti, che chiede a tutti – ai singoli ed alle diverse espressioni della società e delle istituzioni – di farsi carico, parte attiva, perché quanto allora è capitato per incuria umana non abbia più a ripetersi".
Ho citato, mi sembrava doveroso, questi due prestigiosi interventi che richiamano la memoria, ma prefigurano anche il modo con cui evitare – e le parole sono chiare – che si ripetano tali disastri nel futuro.
Le ACLI milanesi, costituitesi parte civile nei giorni che seguirono immediatamente la tragedia, furono punto di aiuto e di sostegno umano e solidale per i famigliari e i parenti, distrutti dal dolore, e luogo di riferimento per le molte famiglie colpite, anche di quelle delle vittime che soggiornavano nelle case e negli alberghi del luogo. Qui vedo l'allora presidente delle ACLI, Corrado Barbot. Egli ed Enrico Lupatini sono stati i primi del movimento che hanno intuito la necessità di farsi carico dell'aiuto ai familiari disorientati dalla tragedia. Io ringrazio Barbot, il Presidente delle ACLI, che mi ha preceduto nel suo mandato, per l'attività e la sensibilità che le ACLI hanno svolto in quei momenti tragici: un
impegno che si sviluppò con la nomina del collegio di difesa.
Dei tre più significativi gruppi dei famigliari, quello affiliato alle ACLI era il più numeroso, costituito da più di 200 famigliari delle vittime.
Il lavoro del collegio peritale, notevole fin dall'inizio, fu coordinato dal prof. Floriano Villa, Presidente dell'Associazione dei Geologi Italiani.
Con la costituzione, nel 1985, del "Centro di solidarietà ACLI per la tragedia di Stava", la sede di Milano delle ACLI diventò il luogo dove si tennero riunioni periodiche dei famigliari, facenti capo al collegio di parte civile delle ACLI. Già nei primi incontri, i famigliari mostrarono fermezza e chiesero giustizia. Un intento che si manifestò sempre più concretamente con chiarezza e determinazione.
Tra gli incontri, sempre frequentatissimi, ricordo quello della nona assemblea, che si tenne il giorno 28 febbraio 1987. Nel salone delle ACLI, affollatissimo, l'intervento del prof. Villa, quasi requisitoria, merita anche in questa circostanza, di essere ricordato, poiché i particolari tecnici e gli esempi che portò fecero emergere con chiarezza ciò che fin dal
primo momento s'intuì: che cioè l'aspetto più rilevante della vicenda fu colpa grave di chi progettò e decise la costruzione dei bacini. Cito una sua frase: "Si trattava di una zona malata cronica ad alto rischio idrogeologico, su un pendio che incombeva su una località turistica abitata." L'espressione chiara e convincente e le conclusioni cui pervenne il prof. Villa trovarono il pieno consenso dei famigliari e divennero le direttive assunte dalle ACLI,
da esse portate avanti e costantemente difese in ogni fase della vicenda processuale. Anche per me sono state una direttiva che ho difeso con tenacia in tutti i momenti del processo.
Nel giugno 1987, quando dall'inchiesta furono prosciolti tutti gli amministratori, l'assemblea dei famigliari, riuniti nella sede delle ACLI per fare il punto sul momento giudiziale, oltre ad esprimere l'amarezza per tale conclusione e lo sconcerto su come fu condotta l'indagine processuale, riconfermò la propria volontà di giustizia.
Una decisione, che intercettava anche il parere degli avvocati di parte civile delle ACLI, ha unificato l'idea comune da perseguire durante le fasi processuali.
Bisognava che la generale attenzione e la solidarietà umana che si erano manifestate al momento della tragedia si traducessero sul piano giudiziario.
Occorreva perciò superare tanto l’ostilità e le animosità personali, quanto le difficoltà e le divergenze che affioravano a livello più generale.
Occorreva superare i dubbi di "Stava dimenticata": era questo il clima, dopo due anni.
Infatti, i momenti di dibattito e di confronto, che la fase giudiziale sollevava, trovavano spazio soltanto e prevalentemente sulla stampa locale.
Ma le preoccupazioni maggiori riguardavano i tempi del processo, che si allungavano. Si notava, infatti, un diffuso scetticismo/pessimismo, che sembrava dominare l'avvio dei lavori processuali.
Ricordando la presenza del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, quando tra i morti della Val di Fiemme, chiese giustizia – cito anche le sue parole pronunciate in quella visita a Tesero: "Non una giustizia irata, ma serena e severa", le ACLI milanesi decisero di appellarsi a lui come massima autorità dello Stato.
Venne allora costituita una delegazione che si recò a parlare col Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, per chiedere il suo autorevole intervento presso la magistratura di Trento affinché fosse avviata la fase processuale, segnata da un forte ritardo.
La delegazione, composta dal promotore dell'iniziativa, prof. Floriano Villa, dal coordinatore ACLI - Stava, Egidio Brambilla e da tre famigliari, Ermenegildo Lanzi, Giancarlo Negri e Rinaldo Galimberti, venne ricevuta il 27 novembre 1987. Anche qui vorrei ringraziare Egidio Brambilla, perché è stato l'artefice e la persona adatta che, in un modo straordinario e prezioso, ha tenuto i rapporti con i famigliari, le ACLI e il collegio di difesa. È stata un'azione che è continuata anche in questi giorni precedenti al nostro Convegno, prendendo contatto con i famigliari che sono qui presenti. Grazie Egidio.
Il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga parlò direttamente coi tre famigliari e promise il suo interessamento. Il suo intervento, a carattere straordinario, diede i suoi frutti: fra molti dubbi ed incertezze, l'8 aprile 1988 iniziava il processo penale.
Fu allora che si percepì l'idea di costituire il "Comitato Familiari Vittime di Stava", presieduto dall'ingegnere Sandro Scabini. Egli è stato una preziosa risorsa che ha impegnato con forza dentro e fuori l'aula giudiziaria e che seguirà costantemente tutti i tre gradi di giudizio, fino alla conclusione. Le assemblee dei famigliari continuarono a riunirsi con frequenza, secondo le esigenze dettate dallo sviluppo processuale. Grazie, caro ing. Scabini, per tutto quello che con generosità e sacrificio ha fatto in tutti i momenti della lunga vicenda.
All'inizio del processo, anche questo deve essere ricordato, il "potere economico" si fece sentire in dimensioni tali da rendere arduo il cammino a chi aveva il compito di dare forza alla giustizia. Chi detiene il potere è portato, talora, ad usarlo anche per gli interessi meramente economici, senza riguardo agli interessi più generali di bene comune, ai valori del vivere ed alla giustizia.
Contro questi intenti, le ACLI e i famigliari delle vittime si opposero con dignitosa e risoluta fermezza.
Nel processo penale, durante gli interventi del prof. Federico Stella, difensore di parte civile delle ACLI, si ebbero momenti d'alto valore morale.
Ricordo, in particolare, la sua arringa finale del processo penale di primo grado, in cui, in modo fermo e commovente, sottolineò e denunciò gli aspetti più gravi della vicenda, quelli che concorsero a causare il disastro. Mi deve scusare, professor Stella, ma debbo ricordare un fatto, avvenuto durante la sua relazione, che mi ha commosso. Ho osservato
costantemente i tre giudici – giovanissimi – durante la sua arringa; erano ammaliati, ed al termine, nell'aula del tribunale – piena zeppa – è scoppiato un applauso forte e lungo, e due giudici erano visibilmente tentati di applaudire anche loro, col rischio di rovinare il processo.
Le parole del prof. Stella furono talmente precise e commoventi che, in modo straordinario, colpirono i giudici. Grazie, prof. Stella. "Durante tutta la vicenda giudiziaria, la tenacia e la partecipata solidarietà resero più tollerabile
la sofferenza umana" è una frase di una lettera che la prof.ssa Eugenia Scabini ha scritto alle ACLI, a conclusione del processo; e l'ho citata perché la solidarietà, che fa parte di questa nostra vicenda, risultò decisiva per gli esiti di un processo che servirà a prevenire altre catastrofi come quella di Stava.
Infatti, la tragedia di Stava può e deve ancora insegnare molto all'opinione pubblica, che è purtroppo impreparata e distratta, nonostante i recenti accadimenti, che dovrebbero richiamare alla riflessione la coscienza civile.
È richiesta una maggiore sensibilità rivolta alla difesa del patrimonio naturale, alla salvaguardia dell'ambiente e all'uso intelligente del territorio.
Ma non si tratta solo di salvaguardare, è necessaria e urgente una revisione degli strumenti produttivi, dei modelli di sviluppo e degli stili di vita.
Le risorse naturali sono un bene per tutti, da vivere, certo, nel presente, ma ognuno di noi ha il dovere di proteggerle, di custodirle, per poterle consegnare intatte alle generazioni future. In questa prospettiva il "Comitato Milanese Familiari Vittime di Stava" ha deciso di proseguire sul cammino del ricordo attivo della tragedia e di aderire all'Associazione per diritto all'ambiente e la qualità della vita “ACLI Anni-Verdi”.
È dovere di tutti noi guardare in avanti, vivere per il futuro, ma non ci possono essere speranze se non si coltivano la memoria e la storia.
Tuttavia, la memoria è diversa dal ricordo, è qualcosa che parte dal cuore e giunge alla coscienza e infine, di nuovo, al cuore delle persone: è qualcosa che attiva le energie migliori.
Ed è proprio l’intento di questo nostro Convegno, per trarne forte motivo di non dimenticare Stava.