| Grazie.
Io cercherò di dare una breve risposta alla questione specifica
che mi è stata posta.
Non posso, innanzi tutto, non ringraziare per l'invito le ACLI di Milano,
non posso non rinnovare qui quanto detto il 19 luglio scorso a Stava,
in occasione del ventennale, alla presenza di Sua Eminenza Arcivescovo
di Milano Cardinale Dionigi Tettamanzi.
Essenzialmente e principalmente è un ricordo ed un saluto di solidarietà
delle vittime di questa tragedia, le quali sono certamente qui presenti.
Ho ritenuto quindi doveroso accettare questo invito, in quanto rappresentante
massimo di un'istituzione: la Provincia Autonoma di Trento; ma sono qui
anche perché ricordi molto personali mi legano alla tragedia di
Stava.
Io, fin da ragazzo e fino a pochi anni prima della tragedia, mi recavo
quasi tutte le estati, con la mia famiglia, in alcune casupole le quali,
prima, il professor Villa ci ha fatto vedere sulla mappa. Una di quelle
da me frequentate è stata travolta dalla frana e dunque ho ricordi
personali molto vivi, non solo dei luoghi, ma soprattutto delle persone.
Io gironzolavo all'Hotel Stava, all'Hotel Miramonti, all'Hotel Helga,
e sicuramente avrò incrociato – non conoscendole, ovviamente
– molte delle persone che lì poi sono morte; dunque ho questo
ricordo personale che si unisce ad un ruolo istituzionale e che qui esercito
in nome della Provincia Autonoma di Trento.
Sentivo parlare prima, giustamente, di responsabilità, delle trafile
giuridiche, delle discussioni, delle sentenze, dell'attribuzione delle
responsabilità di ciascuno, in questa vicenda.
Io devo dire, e l'ho già detto in altre occasioni, che personalmente
credo che non c'era bisogno di attendere i processi per intuire quella
che è stata una grande responsabilità politico - istituzionale
della Provincia Autonoma di Trento, di questo sono pienamente convinto,
ed anche – come ho ricordato il 19 luglio a Stava – che quel
giorno di vent'anni fa era travolta non solo la vita di tante persone,
che naturalmente è la cosa più importante che dobbiamo ricordare,
ma era travolta anche una presunzione che la nostra Provincia Autonoma
aveva ereditato dalla sua storia e dall'antica tradizione alpina, ossia
la presunzione che sulle Alpi si era capaci di controllare e gestire il
nostro territorio; questa antica presunzione che derivava dal fatto che
i nostri padri ed i nostri nonni avevano vissuto in simbiosi col nostro
territorio. Eravamo troppo sicuri e questa presunzione è stata
travolta, ed è stato per noi un fatto molto importante, perché
era travolta una presunzione d'efficienza, lì dove i governi dell'autonomia
di tutto l'arco alpino hanno sempre ritenuto che vi fosse un punto d'eccellenza,
e cioè la capacità di vivere insieme e di governare il proprio
territorio.
Credo che da quel momento, però, vi è stata una reazione.
Non è vero che non è cambiato qualcosa per noi, ma è
cambiato molto; da quel momento, possiamo dire, è partita una fase
del tutto nuova di tante cose, innanzi tutto della nostra Protezione Civile
che ha intuito come fosse importante non solo arrivare sui luoghi del
disastro, ma prevenirlo. Abbiamo riorganizzato tutti i nostri apparati,
soprattutto i seimila pompieri volontari, gli altri duemila volontari
delle altre forme di protezione civile che hanno il compito, prima del
soccorso, di costante vigilanza del territorio.
Abbiamo attivato – credo sia questa una delle cose più importanti
– un nucleo di competenze fortissimo sul piano geologico dentro
la nostra struttura ed abbiamo affidato ai nostri geologi in servizio
poteri pressoché assoluti nei confronti delle altre branche della
pubblica amministrazione. Siamo partiti con norme nuove di tutela del
territorio, ma soprattutto la cosa importante che è accaduta, dopo
quella tragedia, è che è cresciuta la sensibilità
della gente ed il controllo sociale della gente. Io mi ricordo, quando,
da ragazzo stavo a Stava in estate, molti anni prima della tragedia, che
la gente protestava, ma non perché c'erano i bacini, ma perché
c'erano i TIR che andavano e venivano sulla strada che allora non era
neanche asfaltata; e davano fastidio questi mezzi che portavano su e giù
il materiale.
Oggi questo sarebbe inimmaginabile, oggi c'è un controllo ed una
sensibilità sociali – tante volte dico io – troppo
accentuate, ma, insomma, la gente esercita una funzione di vigilanza e
di controllo sociale su tutto ciò che accade sul territorio, anche
nei minimi particolari.
Io penso che ciò sia frutto dello choc tremendo che tutti i trentini
hanno vissuto vent'anni fa per quella tragedia.
Dicevo e concludo: abbiamo celebrato i vent'anni a Stava, insieme, e quest'anno
abbiamo cercato, non di togliere qualcosa, cioè il ricordo delle
vittime che rimane il punto fondamentale e principale di qualsiasi celebrazione,
ma abbiamo cercato piuttosto d'aggiungere qualcosa, ossia il rafforzamento
d'una presenza importante quale è quella della Fondazione Stava
1985, alla quale aderiscono molte persone, molte istituzioni, molte associazioni
e mi auguro che possa continuamente crescere il numero delle persone e
delle istituzioni che aderiscono a questa fondazione, perché ha
compiti di straordinaria importanza, proprio per dare risposta a quanto
prima veniva detto in premessa da Fazzuoli.
Vogliamo che la fondazione abbia compiti di documentazione su quello che
è accaduto, non basta un ricordo generico. Naturalmente, le famiglie
delle vittime e chi ha seguito più da vicino quel che è
accaduto hanno un ricordo molto preciso, ma all'opinione pubblica non
basta un ricordo generico dei bacini che sono franati, bisogna che la
documentazione sia precisa, che ciò che è accaduto sia chiarissimamente
identificabile con documentazione,
con precisione. È questo uno dei compiti della fondazione ed è
necessario che da questa documentazione nasca anche la memoria. Non basta
solo un ricordo indistinto, occorre memoria, occorre rielaborare quello
che è accaduto, occorre poi occuparsi – la fondazione lo
vorrà fare – di ricerca e di monitoraggio, poiché,
da allora, molti altri casi sono
accaduti; è giusto che ciò sia conosciuto e che si tenga
sotto controllo ciò che può richiamare a quanto accaduto
vent'anni fa.Infine, vorrei dire che il compito fondamentale della Fondazione
è di aiutare a fare le cose di cui parliamo in questa tavola rotonda,
ossia sviluppare la cultura, sia legislativa, sia tecnica, su queste tematiche.
Io non sono convinto che per prevenire fatti di questo genere sia necessario
fermare lo sviluppo, allontanarsi dal mercato, fermare il mondo. Questo
non è possibile e rischia anche d'essere un alibi. Invece, bisogna
che cresca la capacità legislativa, amministrativa e tecnica per
far sì che lo sviluppo, il mercato, le regole, anche di compatibilità
economica dei soggetti che operano nell'economia, siano compatibili con
la sicurezza. Penso che questo sia un punto fondamentale, una grande scommessa
che chiama in causa non solo i pubblici poteri, ma anche le nostre competenze
tecniche, le nostre università, i nostri ordini professionali,
perché cresca la coscienza che il bello della sicurezza sia un
bene importante ed assoluto.
Concludendo, il ricordo e l'omaggio delle vittime, la vicinanza e la solidarietà,
alle famiglie delle vittime, non possono venire meno, nemmeno nel futuro,
perché nessun fatto cancella la perdita che è intervenuta;
per questo, penso sia giusto aggiungere una sempre maggiore consapevolezza,
per derivare dalla tragedia che è accaduta spunti importanti per
fare sì che ciò non accada più, né in Trentino,
né nel resto d'Italia, né in nessun'altra parte del mondo.
Grazie.
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