| Tratto da: Naviglio & Duomo La conca del Naviglio |
2 - La navigazione interna e la fabbrica del Duomo | |||||||||||||||||||||||||||
| Di Baio Editore | ||||||||||||||||||||||||||||
| Nel 1386 la città di Milano cominciava la costruzione del più grandioso dei suoi monumenti: il Duomo. Fondato grazie all'accordo fra Gian Galeazzo Visconti e l'arcivescovo Antonio da Saluzzo, e costruito in buona parte grazie alla generosa partecipazione del popolo milanese, il nuovo Duomo sarebbe sorto, ad imitazione delle grandi cattedrali d'oltralpe, in forme gotiche. Milano era, a quell'epoca un centro di importanza europea, in rapporti commerciali con le Fiandre, la Francia, l'Inghilterra e la Germania, tutti paesi dove il gotico imperava. Inoltre la cattedrale gotica era un'espressione di quel potere monarchico e di quella unità nazionale che Gian Galeazzo, vicario imperiale in procinto di vestire il manto ducale, andava inseguendo.
Non a caso sarà proprio il futuro Duca a determinare una svolta nella costruzione del Duomo donando alla Fabbrica, nel 1387, le cave del marmo di Candoglia e fornendo così la materia prima per edificare la cattedrale. é ormai accertato, infatti, che il nuovo Duomo nacque in forme gotico-lombarde costruito in mattoni com'era tipico delle antiche chiese milanesi; fu soltanto con la possibilità di usare il nuovo materiale che la cattedrale "si cominciò a edificare di solido marmo" (4 settembre 1388 Annali della Fabbrica) e coerentemente con esso, nello stile gotico "internazionale" che dovrà caratterizzare definitivamente la costruzione. La donazione delle cave di Candoglia fu il primo dei contributi ducali per la costruzione della cattedrale che si susseguirono nel periodo compreso fra il 1387 e il 1500 e fu anche il gesto da cui dipese, anche se in via indiretta, il perfezionamento del più importante sistema di trasporto dell'epoca, quello via acqua.
I Visconti prima e gli Sforza poi contribuirono in modo discontinuo alla crescita della cattedrale, arrivando addirittura, in particolari momenti di calamità o disavventure belliche, a sottrarre denaro alla Fabbrica, ma non si disinteressarono mai totalmente delle vicende legate alla costruzione del Duomo; i duchi ben sapevano che, oltre ad essere una testimonianza della potenza e della ricchezza della città, al cantiere della Veneranda Fabbrica affluivano da tutto il Ducato, ma anche dal resto dell'italia e dell'Europa, ingegneri e artigiani, scultori e architetti, fra i maggiori ingegni dell'epoca, che contribuivano alla formazione di una scuola d'arte e scienza alla quale attingeva anche la città. Inoltre le donazioni ducali avevano spesso una contropartita che andava a vantaggio della città e dell'intero ducato. Se è vero infatti che la donazione delle cave di Candoglia, le ordinanze ducali di apertura di nuovi canali per il trasporto dei marmi nella città, ed i privilegi concessi alla Fabbrica per la riscossione dei dazi sulle barche rappresentava un contributo non indifferente, è pur vero che, l'obbligo della manutenzione delle vie d'acqua, condizione invariante delle donazioni, garantiva alla città la possibilità di servirsi di un sistema di trasporto efficente ed importantissimo per l'economia del territorio ducale. Quando nel 1387 Gian Galeazzo donava alla cattedrale le cave di Candoglia, situate nella valle del fiume Toce, immissario del lago Maggiore presso Baveno, il suo gesto generoso era anche un affare economico. La donazione delle cave, che fornivano non solo il prezioso marmo bianco-roseo usato soprattutto per il rivestimento esterno del Duomo, ma anche il serizzo usato per le parti portanti della cattedrale, comportava infatti anche ingenti spese per la Fabbrica alla quale spettavano la sistemazione e l'esercizio delle cave, il trasporto dei marmi fino a Milano, e naturalmente, la manutenzione dei canali navigabili attraverso i quali il materiale da costruzione arrivava alla città.
Proprio per non gravare ulteriormente tali spese, con lo stesso atto di donazione delle cave, perfezionato anche in seguito, Gian Galeazzo esentava la Fabbrica dal pagamento di qualsiasi dazio di trasporto; le barche cariche di materiali per il Duomo erano contrassegnate con la sigla "A.U.F.", cioè "ad usum fabricae" che, riconoscibile nell'espressione dialettale "a uf" o "a ufo", non a caso divenne per i milanesi sinonimo di "gratis". Il trasporto dei marmi via acqua avveniva attraverso il fiume Toce, il lago Maggiore e il Ticino, fino all'incile del Naviglio Grande; da qui, lungo il canale, la navigazione fino a Milano era facile e comoda. Il Naviglio Grande infatti era stato allargato e reso navigabile intorno al 1270 e quando le prime imbarcazioni cariche di marmi per il Duomo solcavano le sue acque era ormai da un secolo che, pervia d'acqua arrivavano alla città sabbie e ghiaie, terra creta e legname, oltre che fieno, vino e derrate alimentari. I natanti approdavano con il loro carico al laghetto di Sant'Eustorgio; qui il materiale trasportato veniva ripartito e trasferito sui carri, grazie ai quali arrivava a destinazione nelle varie zone della città.
Le operazioni di carico e scarico non si rivelarono altrettanto semplici per i blocchi di marmo: infatti se i carichi di materiale sfuso, quali appunto la terra creta o il legname, erano facilmente scomponibili in piccole quantità, ciò non era possibile per il marmo il cui trasporto poneva nuovi problemi in relazione al peso e alla "grossezza" dei blocchi evidentemente indivisibili. Al fine di facilitare tale trasporto, che fino al1388 si fermava al laghetto di Sant'Eustorgio, presso la chiesa omonima, in quello stesso anno il duca Gian Galeazzo faceva costruire un primo canale che, probabilmente attraverso il borgo di Santa Croce, raggiungeva la fossa di difesa della città più o meno nello stesso punto da cui se ne distaccava la Vettabbia. Attraverso questo canale le barche cariche dei marmi raggiungevano il laghetto di Santo Stefano in Brolio, alle spalle della Cattedrale, con notevole difficoltà, a causa del dislivello esistente fra quest'ultimo bacino e il laghetto di Sant'Eustorgio. A questo proposito si può afferamre che la stessa Fossa Interna forse non sarebbe mai diventata navigabile se la necessità di trasportare i marmi di Candoglia fino alla Fabbrica della Cattedrale non avesse suggerito la possibilità di giungere più agevolmente al cantiere perfezionando le vie d'acqua esistenti; la necessità di predisporre ogni volta a valle del laghetto di Sant'Eustorgio una chiusa per permettere alle acque, e con esse alle imbarcazioni, di alzarsi e raggiungere il livello del laghetto di Santo Stefano ed i notevoli costi derivanti da questa operazione, indussero gli ingegneri del Duomo a studiare nuovi sistemi di controllo delle acque.
I contributi finanziari che il duca concedeva alla Fabbrica avevano dunque delle notevoli contropartite: oltre ad ottenere la manutenzione dei canali, gli ingegneri del Duomo, si adoperavano per rendere più spedito ed economico il trasporto dei marmi e con essi giungevano all'interno della città le materie prime ed i generi di prima necessità. Non bisogna inoltre trascurare che le stesse vie d'acqua servivano anche a scopi militari in quanto il trasporto delle truppe e delle armi avveniva spesso attraverso i canali fino ai confini del Ducato. Sebbene il Naviglio Grande fosse già navigabile, lo sforzo sostenuto dalla Fabbrica, in particolare nei primi anni, per migliorare ed organizzare il trasporto del marmo via acqua fu notevole e contribuì in modo determinante a mantenere in buona efficienza il sistema di canali navigabili. Basta scorrere le prime pagine degli Annali della Fabbrica per accorgersi della consistenza dei documenti e delle ordinanze relative alla sistemazione delle vie navigabili.
Il problema maggiore rimaneva comunque il trasporto dei marmi dal laghetto
di Sant'Eustorgio a quello di Santo Stefano; la ricerca e la sperimentazione
volta a risolverlo doveva approdare ad una soluzione nel 1439, a distanza
di solo mezzo secolo dalla fondazione del Duomo, con |
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