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Mondadori a Milano
Intervista all'architetto Valentino Benati
Foto: Fabio Bergallo
Come nasce questo spazio?
Questa era una ex fabbrica, degli anni
20-30 se non ricordo male, con tutte le
strutture in cemento e quindi molto
solida.
La scelta progettuale è stata quella di
mantenere tutta la struttura, comprese
le volute, le modanature, gli sbalzi in
cemento originari per avere una relazione
con la funzione originaria.
All’interno di questi spazi è stato fatto
dunque un intervento staccato nettamente
dalla struttura principale, senza
alcun tipo di falsa integrazione.
Non esistono pezzi finti con la pretesa
di assomigliare a pezzi vecchi. Nello
stabilire una relazione con i vari livelli,
la scelta di ascensori è risultata quella
meno invasiva, a dispetto invece delle
scale mobili che avrebbero occupato
molto più spazio.
Per questo la scelta di ascensori trasparenti,
in modo che fossero due
macchine, con una funzione diversa
però da quella che poteva originariamente
avere in fabbrica.
Come partecipa allo spazio il percorso
verticale?
Il percorso verticale partecipa allo spazio
come un’attrezzatura industriale,
come poteva esserlo il montacarichi
che portava il pezzo di macchina.
Non fa parte dell’architettura originaria,
ma fa parte dell’attrezzatura dello
spazio riprendendo l’idea originaria dei
meccanismi che portavano su gli
oggetti.
La scelta trasparente ha ovviamente
una funzione estetica, che lega in
modo discreto i diversi piani.
L’ascensore può essere secondo lei
un’occasione progettuale?
Sì, è un mezzo di connessione indispensabile,
che aiuta anche a partecipare
allo spazio dal punto di vista psicologico,
e come in questo caso risulta una
forte attrattiva visuale per l’utente che
viene invogliato ad usufruirne.
Nelle foto:
la cabina panoramica.
L’elegante inserimento
della struttura di sostegno a
richiamo concettuale dell’attrezzatura
industriale originaria.
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