La
città verticale: questa è la sfida del futuro. Non tanto
perché si possa prevedere l’ulteriore crescita nel numero
o
nelle dimensioni dei grattacieli: questo potrà avvenire ma non
è il nocciolo del problema. Città verticale vuol dire imparare
a usare la terza dimensione dello spazio: sinora abbiamo praticato solo
le due dimensioni orizzontali, e negli
edifici alti ci siamo limitati a mettere uno sopra l’altro i piani
orizzontali.
E’ l’ascensore lo strumento che ci permette di scoprire veramente
la terza dimensione. L’immagine grafica di questa rivoluzione è
ravvisabile in quelle metropoli nelle quali, aprendo l’obiettivo
della macchina fotografica nella
notte, sul supporto sensibile si registrano tracce di luci bianche o rosse
o variamente colorate che indicano il passaggio
dei mezzi di trasporto non solo nel loro fluire per le strade, ma anche
nel loro salire e scendere nei vani
ascensore: sempre più luminosi, panoramici, aperti allo scenario
urbano, splendidi nella forma, ben visibili. Sempre
più pilastro formale e funzionale dell’architettura contemporanea
ad alta tecnologia. La rivoluzione verso la concezione
matura della città verticale, cioè della città intesa
non solo come intrico di vie, ma anche come possibilità di nuove
scoperte, di nuovi paesaggi e di nuovi utilizzi sull’asse “z”,
è proprio la scoperta dell’ascensore come apparato
architettonico principale. Non più inserito negli spazi di risulta,
nascosto alla luce del giorno, ma visibile in
facciata, asse centrale dell’edificio. Oggi assistiamo alla piena
maturità di questo nuovo concetto architettonico.
Grazie all’innovativo impegno di Swatch, epitome del mito svizzero
dell’orologio, e al genio progettuale di Shigeru Ban, architetto
giapponese cittadino del mondo, a Tokyo è stato inaugurato nei
primi mesi del 2007 l’edificio che prende il nome da Nicolas G.
Hayek, l’Amministratore Delegato del noto gruppo svizzero. Un edificio
di 14 piani ubicato nel centro degli affari, il distretto di Ginza, nel
cuore storico della più popolosa metropoli del mondo. La “Swatch
Tower” raggiunge la ragguardevole altezza di cinquanta metri: ma
è lungi dall’entrare nel novero dei grattacieli significativi
del mondo. E’ tuttavia il primo edificio dove si manifesta in modo
compiuto e attivo il concetto di città verticale.
E’ stata studiata per essere lo spazio espositivo di Swatch e di
altre marche che formano parte della sua costellazione produttiva: Omega,
Breguet, Leon Hatot, Jaquet Droz. Ecco il problema.
Come fare in modo che tutte le boutiques delle diverse marche che si trovano
su piani diversi nell’edificio, abbiano la stessa possibilità
di presentarsi al cliente che passeggia per le vie del grande distretto
storico commerciale della capitale giapponese? Shigeru Ban ha risposto
nel modo ideale: a livello della strada l’edificio si apre in una
galleria passante, dal fronte al retro: invitante con il suo ampio spazio
in larghezza e in altezza. Lungo questa si affacciano tante oasi vetrate
quante sono le marche di orologi rappresentate: sono vetrine espositive.
Chi entra e desidera avere maggiori informazioni o osservare altri prodotti,
schiaccia un bottone e la vetrina si eleva, fino al piano dove si apre
il negozio vero e proprio: ogni vetrina è un ascensore che riconduce
solo al negozio relativo. Ovviamente a questi ascensori-espositori si
affianca un altro ascensore centrale che serve tutti i piani dell’edificio.
In questo modo tutti i negozi disposti in verticale sui vari piani sono
allo stesso tempo presenti assieme al piano terra.
Verticalità e orizzontalità si completano biunivocamente,
diventano inscindibili, si prolungano l’una nell’altra, così
come chi cammina per la strada con eguale naturalezza prosegue il percorso
nel raggiungere il piano a cui rivolgersi per la
scelta dell’orologio preferito.
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Nella foto, il Nicolas
G. Hayek Center
a Tokyo. Progetto di Shigeru Ban. |
IL PRATO VERTICALE
Ma non finisce qui, nel grande varco a tutta altezza che apre l’edificio,
si affaccia una parete totalmente coperta di
verde: un prato verticale. Serve per dare conforto a chi lavora negli
uffici ai vari piani, a generare ossigeno e offrire un
microclima “verde” nel palazzo. Un decoro vegetale in un quartiere
dove la densità delle aziende commerciali ha
cancellato altre tracce di elementi naturali.
Ecco così riassumersi nello stesso edificio tanti elementi: il
varco verticale che apre la galleria, gli ascensori idraulici che portano
sullo stesso livello tutti i piani dell’edificio, la parete verde
che inventa il prato verticale…
E si compie la maturità della nuova città. Con questo tipo
di organizzazione spaziale, l’architettura fa un passo deciso in
avanti, unisce terra e cielo in un unico concetto, conquista nuovi spazi
del vivere, secondo una qualità paragonabile a quella nota delle
due dimensioni orizzontali.
Così l’ascensore diventa non più un elemento aggiunto
o struttura di servizio, ma lo strumento che scopre la nuova dimensione
dell’edificio, e un nuovo modo di vivere.
Il mezzo principale per entrare nel Terzo Millennio. Se sinora l’architettura
si è distinta nella sua evoluzione attraverso
gli stili, oggi si distingue per come usa la tecnologia. Da quando l’Ing.
Gustave Eiffel decise di collocare il suo studio in cima alla torre che
porta il suo nome, usando come mezzo di trasporto i tre ascensori necessari
per salire fin lì, è stata fatta molta strada: non solo
in orizzontale, ma anche in verticale. E oggi siamo pronti per la nuova
era. Ci arriveremo con ascensori sempre più comodi, godibili, esteticamente
validi, sicuri e anche ricchi di sorprese: veri ascensori-architettura
che i geni del progetto saranno sempre più fieri di firmare.
Giuseppe Maria Jonghi Lavarini
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