Intervista al Prof. Arch. Marco Albini.
di Fabio Bergallo
A suo avviso quali sono le potenzialità progettuali
dello spazio fisico dell’ascensore. Si può
oltrepassare il mero concetto di trasporto per
assurgere a spazio mobile polifunzionale?
Io credo che non sia mai opportuno trasportare
situazioni nate per alcune esigenze
in altre fino a esagerarne il significato. Io
credo che l’ascensore come le scale abbiano
lo scopo di essere elementi di trasporto.
Semmai è nello sviluppo della tecnologia
che si possono trovare degli elementi di
appoggio e non tanto nell’ampliare certe
destinazioni d’uso.
Una linea potrebbe essere invece quella di
superare l’idea del trasporto verticale dell’ascensore
solo come superamento delle linee
interpiano, trasformando quest’esperienza
verticale in un’esperienza diagonale che offre
la possibilità di sentire la sequenza del
percorso passando da un piano a un altro.
Ciò è importante in diversi edifici pubblici,
come i musei dove c’è una maggiore necessità
di una sequenza di percorso continua,
in cui il visitatore sia cosciente del
percorso che sta facendo da un piano all’altro
e non abbia dei punti di interruzione
che sono dati dal passaggio da un livello
ad un altro livello.
Questi passaggi sono sempre degli stacchi
e questi stacchi interrompono la concentrazione
del visitatore. Questa concezione di
museo è stata fondata tipologicamente da
F.L.Wright con il Guggenheim Museum come
uno spazio continuo che continua a girare
in una spirale verso l’alto che poi scende.
Questa è l’idea del museo, ma come nel
caso di altri spazi pubblici?
Wright aveva capito che il problema del museo
è la sequenza del percorso e quindi che
il superamento dei livelli orizzontali dei piani
deve essere approntato in modo diverso che
collegandoli elementarmente con un ascensore
che possa muoversi solo in verticale.
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"Credo che
il sistema diagonale
sia il superamento
del movimento verticale
e orizzontale, attraverso
un percorso che diventa
esperienza spaziale.
E’ importante scegliere la
direzione che si vuole
percorrere." |
A suo avviso l’urbanistica, e non l’architettura,
in un futuro remoto, dovrà scontrarsi
con la definizione di percorso verticale?
Si, e questo è già avvenuto in molte ipotesi di
architetture utopistiche, dalle proposte degli
Archigram ai libri di Brian Richards sui nuovi
movimenti in città e quindi sulle invenzioni
tecnologiche come soluzione del tema della
mobilità continua. Cioè la mobiltà che non è
dipendente dai mezzi pubblici e quindi dagli
orari, ovvero una mobilità controllata, ma una
mobilità volontaria che abbia una libertà di
scelta indipendente da orari o da tempo. Il problema è che queste sono prefigurazioni
utopistiche che funzionano per uomini
ideali senza contestualizzazioni precise.
Non servono come soluzioni ad hoc da calare
su un territorio, però possono consentire
di introdurre in casi reali elementi di novità
per il trasporto.
E questo le città utopistiche l’hanno ipotizzato
attraverso l’introduzione di percorsi
orizzontali di mobilità attraverso nastri
trasportatori su cui la gente sale e scende
quando vuole. O treni che passano in
continuazione da cui si sale e si scende
seguendo l’andamento. Negli aeroporti
questi elementi già ci sono. Gli aeroporti
possono essere paragonati a delle grandi
città in cui le distanze vengono superate
attraverso degli aiuti meccanici.
Questo lo possiamo chiamare non tanto trasporto
verticale quanto trasporto meccanico.
Ecco perché il trasporto verticale è una
limitazione.
Curriculum
Nasce a Milano il 09-08-40. Si occupa da molti
anni di problemi legati al restauro, conservazione e
progettazione di edifici museali in complessi
monumentali. L’esperienza di lavoro di oltre 40 anni
comprende progetti e D.L. di Musei – Allestimenti –
Esposizioni – Restauro e Recupero di Edifici Storici.
1965 Laurea in Architettura presso Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano;
1975 Formazione studio di architettura – Franco Albini
Franca Helg Antonio Piva Marco Albini. 1989-99 Visiting Professor presso: Cornell University School of Architecture Ithaca (U.S.A.), New York Institute of Technology (U.S.A.), New York Institute of Technology N.Y. (U.S.A.), la Washington University St. Louis Missouri, l'University of Natal Durban South Africa.
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| 1999 Cattedra di museografia presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano Professore associato presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano con D.M. 22.12.95 e 29.2.96 – Architettura degli interni e allestimenti. Titolare del laboratorio di Progettazione IV° e del laboratorio di Sintesi Finale. 2002 Nominato nel Comitato dei Consulenti Scientifici della Direzione del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano. 2004 Formazione STUDIO ALBINI ASSOCIATI – Arch. Marco Albini Arch. Francesco Albini. |
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Ecco infatti perché abbiamo scelto come
titolo per la rivista trasporto verticale e
orizzontale.
Io credo tra l’altro che il sistema del diagonale
sia contemporaneamente il superamento
del movimento verticale e orizzontate
attraverso un percorso che diventa
un’esperienza spaziale per chi lo fa:
innalzarsi lentamente verso l’alto, superare
quindi dei dislivelli e vedere quindi il
paesaggio da più punti di vista. Qui diventa
importante la trasparenza.
Diventa importante vedere e scegliere la
direzione che si vuole percorrere. E non
essere costretti a seguire dei percorsi condizionati
attraverso per esempio tunnel o
metropolitane o corridoi che servono solo
per portare da un punto all’altro. Ma poter
muoversi per la curiosità di scegliere
dove si intende andare.
Prendiamo i grandi spazi aperti con dei
dislivelli o dei piani che si affacciano su
delle grandi hall in cui chi entra coglie subito
l’edificio, invenzione ottocentesca anche
esternata dai musei.
Schinkel aveva inventato la rotonda centrale
aperta a tutti i piani con dei grandi
buchi in cui si affacciavano tutti e si aveva
immediatamente la percezione dell’edificio
nella sua totalità.
Allora si sceglieva dove andare, le scale
partivano da quel punto e si sapeva esattamente
dove andassero.
Non si doveva fare un percorso per raggiungere la scala o l’ascensore che ti portava
su un piano, da li si doveva ancora individuare
il percorso da seguire.
Quindi lei in buona sostanza invoca la fine
delle funzioni e dei percorsi condizionati?
Si, dei percorsi condizionati e la possibilità
di progettare degli spazi che diano la
sensazione di disponibilità.
Secondo
me il termine disponibilità all’uso è l’essenza del progetto architettonico.
Io non credo che il progetto architettonico
debba ancora puntare sulla definizione di
funzione, cioè di destinazione d’uso.
Gli architetti e i progettisti non hanno alcun
potere sulle definizioni delle destinazioni
d’uso.
Le quali invece sono determinate da interessi
economici e commerciali della città
che continua a cambiare. Certo vanno ipotizzate
funzioni compatibili.
Allora tutta la nostra urbanistica è nata tradizionalmente
da destinazioni d’uso già
prefissate e queste destinazioni d’uso, che
sono state prima definite da programmi
scritti con funzioni, metri quadrati e tutto
quello che deve servire, sono state rivestite
dagli architetti con delle pelli in maniera
precisa e centrata. Come vestire un
abito troppo stretto in cui non si può ingrassare
e dimagrire. Ora che alcune destinazioni
d’uso sono state rinnegate abbiamo
le città piene di edifici di cui non
sappiamo cosa fare.
L’architetto insomma non si può arrogare
di condizionare funzioni e percorsi attraverso
la sua progettualità?
Un edificio deve essere progettato per
poter ospitare altri scopi, in modo tale
da facilitare, in futuro, un’eventuale trasformazione.
Lei pensi alle nostre città nate come residenza,
oramai nel centro storico si contano
quasi esclusivamente uffici. Questo ha
dato luogo a una grande trasformazione
E lo stesso dicasi per i percorsi verticali e
orizzontali. Anch’essi devono poter presentare
una flessibilità al cambio della destinazione
d’uso.
E’ fondamentale avere uno spazio fluente
in cui il movimento all’interno dei piani
sia sempre un movimento cosciente e
non costretto, in cui la direzione da prendere
sia volontaria in cui si vede dove andare,
perché c’è una globalità e una percezione
immediata dell’edificio.
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