Tratto da:
L'ascensore n°4
percorso verticale e orizzontale
Opinion Leader - Intervista a...
Università La Sapienza di Roma
Facoltà di Architettura di Valle Giulia
Di Baio Editore

Intervista al Prof. Arch. Paolo Portoghesi.

di Fabio Bergallo

A suo avviso è possibile donare un significato architettonico ben preciso a un mezzo di trasporto verticale come l’ascensore o la scala mobile?
A partire da Antonio Sant’Elia, che nei suoi progetti dava ampio spazio all’elemento evocativo ascensore, ci sono stati poi diversi esperimenti, alcuni dei quali anche molto ben riusciti, nel tentativo di dare a quest’elemento una sua dignità architettonica. Occorre dire innanzitutto che questi mezzi di trasporto, spostandosi in verticale, sono tra gli elementi che più contribuiscono a dare all’architettura questo senso di elevazione, di movimento verso l’alto.
In fondo nella storia dell’architettura, l’aspirazione alla verticalità ha sempre significato un traguardo importantissimo,
legato soprattutto agli edifici sacri, in cui diventa elemento ricorrente. Tuttavia questa verticalità è sempre stata un elemento statico. Quindi una verticalità che suggeriva un’idea dell’elevazione, ma in qualche modo non la realizzava materialmente, mentre l’introduzione dell’ascensore ha reso possibile una piena realizzazione di quest’antica aspirazione. A ragione dunque va riconosciuto a questo elemento tecnologico una sua ben precisa dignità architettonica e spaziale.

"Già Leonardo pensava a città ideali
a più livelli. Così come altri architetti
hanno immaginato stratificazioni
per evitare commistioni inquinanti
per l’uomo e per l’ambiente."
Paolo Portoghesi

Noi siamo in un mondo sempre più affollato in cui nelle megalopoli a sviluppo verticale l’ascensore assume un
ruolo fondamentale. L’architettura sta per inchinarsi alla tecnologia dunque?

L’architettura rivolge agli ingegneri delle richieste e nello stesso tempo gli ingegneri riescono a partorire novità tecnologiche che influiscono in maniera decisiva sull’architettura. Proprio questi ultimi si rivolgono all’architettura per nuove sfide. Spesso le richieste dell’architettura sono in anticipo sui tempi della tecnologia ma ne forniscono anche un
utile spunto. Altrettanto spesso gli architetti non riescono a sfruttare appieno le innovazioni della tecnologia e per questo si devono rivolgere agli ingegneri. Quindi non c’è prevaricazione in un verso o nell’altro. C’è piuttosto un’interazione proficua tra architettura e ingegneria.

Curriculum

Da quando, a ventidue anni, ha cominciato a scrivere e a studiare architettura, Paolo Portoghesi, nato a Roma nel 1931, combatte a tutto campo contro l’amnesia che ha dato alla modernità l’illusione di aver azzerato la storia e che rischia, a suo parere, di portarla oggi verso il naufragio nell’irrazionalismo. Figura anomala, che unisce al talento dello storico e del critico quello dell’architetto creatore, si è scontrato con molti dei protagonisti della cultura architettonica italiana, da Zevi a Benevolo, a Tafuri, sostenendo la necessità di ridare spazio alla tradizione intesa come stimolo all’innovazione nella continuità. Le principali architetture di Portoghesi sono la casa Baldi nel 1959, la chiesa della Sacra Famiglia a Salerno, le biblioteche civiche di Avezzano, Sulmona e Abano Terme, l’accademia di Belle Arti de L’Aquila, i complessi residenziali ENEL a Tarquinia e “Borsalino” ad Alessandria,
il complesso di piazza civica, giardino e piscina a Poggioreale in Sicilia e la piazza intitolata a Leon Battista Alberti a Rimini, il salone nello stabilimento termale “Il Tettuccio” a Montecatini, la scuola albergo a Vieste nel Gargano, la sede dell’Associazione Industriali di Avellino, le terme del Centino a Nocera Umbra, l’Istituto di Studi Filosofici ad Ascea e l’hotel Meridien - ex Savoia - a Rimini, la valorizzazione e recupero funzionale degli edifici storici dell’ospedale San Giovanni a Roma (nell’ambito delle opere per il Giubileo) e il quartiere di residenze e uffici “Parco Termale” ad Abano Terme. Alla fine del 2002 è stato inaugurato il teatro lirico “Nuovo Politeama” a Catanzaro. La sua opera più nota è la moschea con annesso Centro Islamico Culturale a Roma; nel 2000 ha vinto il concorso internazionale per la Grande Moschea di Strasburgo e, nello stesso tempo, ha realizzato la chiesa della Madonna della Pace a Terni, inaugurata nel dicembre 2003; nel 2001 ha vinto il concorso per una nuova chiesa a Castellaneta (TA). A metà giugno è stata posta la prima pietra per la nuova chiesa parrocchiale da lui progettata per Calcata, il paese della Tuscia meridionale nel quale si è trasferito, da Roma, nel l’estate del 1999. Attualmente in costruzione: il municipio di Tregnago, il restauro del complesso immobiliare “ex Ospedale Santa Maria dei Battuti”, come sede dell’Università di Treviso (in parte già realizzato) e alcuni complessi residenziali in Romagna.

Lei crede alle utopie wrightiane? Nelle sue città in cui gli uomini si muovono su elicotteri personali e i grattacieli possiedono ascensori atomici per superare altezze enormi, cosa che peraltro si sta tentando di progettare anche adesso, nelle cosiddette Sky Cities, in misura più contenuta?
Beh, queste sono utopie in qualche modo ben ponderate. Wright aveva indubbiamente capito il ruolo fondamentale del grattacielo - non a caso aveva progettato il più alto grattacielo mai immaginato - ovvero quello di lasciare terreno libero per costruzioni che avrebbero altrimenti rubato enormi quantità di verde se sviluppate in senso orizzontale. E lui anelava in qualche modo alla riconciliazione con la natura. Nonostante questo credo che la città continuerà a svilupparsi sia in verticale che in orizzontale in base soprattutto all’esigenza dell’uomo. La possibilità di abitare al quattrocentesimo
piano è un’esperienza che va bene per qualcuno ma non per tutti. L’uomo è animato da preferenze sostanziali e come tali si riflettono sul proprio modo di abitare. Credo che sia opportuno che la tecnologia, e di conseguenza l’architettura e l’ingegneria, metta a disposizioni i mezzi per rispondere alle diversità delle esigenze umane. L’uomo è animato da diversità sostanziali, da una molteplicità di desideri e di passioni che non devono essere piegate da modelli unici. Per questo credo nella coesistenza fra orizzontalità e verticalità e tra diverse tipologie abitative. Dai grattacieli alla tipologia unifamiliare.

I grandi schermi attraverso pellicole più o meno recenti di fantascienza ci regalano immagini di città in cui lo sviluppo verticale detta i vari strati funzionali. Al di sopra la residenza, al di sotto gli impianti industriali più inquinanti. Cosa ne pensa?
Già Leonardo pensava a città ideali a più livelli. Così come altri architetti hanno immaginato stratificazioni per evitare
commistioni inquinanti per l’uomo e per l’ambiente. Purtroppo l’uomo non ha mai fatto in modo di mutuare da questi progetti una realizzazione vera e propria edulcorata dai passaggi più utopistici. In futuro è probabile che questo genere
di cose si vedranno. Ci sono scenari di città inventati da scrittori e registi completamente differenti da cui si potrebbero
trarre degli spunti. Io mi auguro più che altro che arrivi un’ondata che possa riportare l’interesse degli architetti al grande tema di abitare la terra, su come viverla danneggiandola il meno possibile.