Tratto da:
L'ascensore n°2
percorso verticale e orizzontale
Norman Foster. High-tech e trasporto verticale si incontrano
nella Lloyd’s Insurance a Londra
Di Baio Editore

Struttura ed impianti elegantemente a vista

Installazione:OTIS
Foto e testo di Stuart Franklin, tratto da la città dinamica, Mondadori

L’ipercriticità che molti hanno sviluppato verso il cosiddetto stile hightech deriva da un evidente malinteso di fondo, una sorta di pregiudizio razziale verso un modo differente di interpretare la progettualità, che avvicina -troppo- pericolosamente architettura ed ingegneria, confondendo (?) le due sfere e le due competenze - soprattutto -.
Del resto le critiche efferate non nascono dalla paura, come forma di autodifesa? Conservo ancora vivido il ricordo di un
viaggio studio a Parigi, in occasione del quale, trovandomi su una terrazza in cima all’Institute du Monde Arabe di
Jean Nouvel, dalla quale si godeva una meravigliosa vista sulla città, chiesi, al mio allora professore di progettazione, di
parlarmi del Beaubourg di Piano. “È quell’astronave laggiù, riesce a vederla?”… fu la sua risposta, tanto breve quanto eloquente. Il problema di fondo è che apparentemente (l’avverbio è riferito a chi non riesce a vedere al di là del proprio naso), questa corrente architettonica (se così si può definire) non ha nessun rispetto per il passato che la circonda e la sostiene, irriverentemente calpesta la morfologia urbana, il tessuto storico, spietatamente da un calcio ben assestato a secolari impianti urbanistici (gli altri stili danno calci molto più rispettosi in effetti). Corrisponde poi al vero questo? Dobbiamo effettivamente considerare la Hong Kong and Shangai Bank o la sede della Llyod’s Insurance di Foster, piuttosto che il Beaubourg di Piano come monoliti scagliati dal cielo, che rimangono avulsi dal contesto, oppure c’è dell’altro dietro queste forme di espressività architettoniche? Dobbiamo considerare l’high-tech come un risvolto modaiolo dell’architettura, teso ad affascinare allocchi e profani con materiali lucenti , forme accattivanti, scenari fantascientifici creati in un inferno progettuale in cui gli architetti rubano disegni agli ingegneri e li appiccicano
sulle loro tavole? In effetti non è poi così drammatica e scandalosa la scelta di denunciare impianti strutturali, dettagli tecnologici ed impiantistici. Personalmente la trovo estremamente coraggiosa ed efficace, veritiera oserei dire, così come i simboli che si portano dietro. Gli stessi committenti del resto ne hanno fatto specifica richiesta.

Nelle foto: Impiegati della Lloyd’s Insurance, una delle principali compagnie assicurative del mondo, vanno al lavoro trasportati dagli ascensori.
Foto di Franklin Stuart, tratte da "La città dinamica. Viaggio nelle metropoli del terzo millennio", edito da Electa.

Essi volevano costruire l’immagine di innovazione tecnologica, volevano che le loro sedi denunciassero l’aspetto di
luoghi in cui venissero prese decisioni importanti per gli assetti economici di intere nazioni. E gli architetti non hanno fatto altro che rispondere a questa esigenza. Adottando soluzioni che tra l’altro molto spesso portano con sé tecnologie così sofisticate da essere in linea con i dettami più rigidi della sostenibilità ambientale.
È forse l’unico caso in cui l’architettura si accorge apertamente delle potenzialità progettuali ed estetiche degli impianti. Osservate le due foto in basso. Chiedetevi quanto avrebbe perso quest’architettura se gli ascensori panoramici
della Lloyd’s Insurance da cui gli utenti possono osservare in movimento l’edificio che attraversano, fossero stati
segregati in un vano chiuso ed angusto. Credo in fondo che l’high-tech, a dispetto delle numerose critiche, una lezione
possa sicuramente impartircela. La macchina edilizia è composta da un numero incalcolabile di parti e subsistemi.
Ognuno possiede un suo valore e una sua dignità. Non sottovalutiamone mai nessuna. Il trasporto verticale in primis.