Struttura ed impianti elegantemente a vista
Installazione:OTIS
Foto e testo di Stuart Franklin,
tratto da la città dinamica, Mondadori
L’ipercriticità che molti hanno sviluppato
verso il cosiddetto stile hightech
deriva da un evidente malinteso
di fondo, una sorta di pregiudizio razziale
verso un modo differente di interpretare
la progettualità, che avvicina -troppo- pericolosamente architettura ed
ingegneria, confondendo (?) le due sfere
e le due competenze - soprattutto -.
Del resto le critiche efferate non nascono
dalla paura, come forma di autodifesa?
Conservo ancora vivido il ricordo di un
viaggio studio a Parigi, in occasione del
quale, trovandomi su una terrazza in
cima all’Institute du Monde Arabe di
Jean Nouvel, dalla quale si godeva una
meravigliosa vista sulla città, chiesi, al
mio allora professore di progettazione, di
parlarmi del Beaubourg di Piano.
“È quell’astronave laggiù, riesce a vederla?”…
fu la sua risposta, tanto breve
quanto eloquente.
Il problema di fondo è che apparentemente
(l’avverbio è riferito a chi non
riesce a vedere al di là del proprio naso),
questa corrente architettonica (se così si
può definire) non ha nessun rispetto per
il passato che la circonda e la sostiene,
irriverentemente calpesta la morfologia
urbana, il tessuto storico, spietatamente
da un calcio ben assestato a secolari
impianti urbanistici (gli altri stili danno
calci molto più rispettosi in effetti).
Corrisponde poi al vero questo? Dobbiamo
effettivamente considerare la
Hong Kong and Shangai Bank o la sede
della Llyod’s Insurance di Foster, piuttosto
che il Beaubourg di Piano come
monoliti scagliati dal cielo, che rimangono
avulsi dal contesto, oppure c’è dell’altro
dietro queste forme di espressività
architettoniche?
Dobbiamo considerare l’high-tech come
un risvolto modaiolo dell’architettura,
teso ad affascinare allocchi e profani con
materiali lucenti , forme accattivanti,
scenari fantascientifici creati in un inferno
progettuale in cui gli architetti rubano
disegni agli ingegneri e li appiccicano
sulle loro tavole?
In effetti non è poi così drammatica e
scandalosa la scelta di denunciare
impianti strutturali, dettagli tecnologici
ed impiantistici. Personalmente la trovo
estremamente coraggiosa ed efficace,
veritiera oserei dire, così come i simboli
che si portano dietro. Gli stessi committenti
del resto ne hanno fatto specifica
richiesta.
Nelle foto: Impiegati della Lloyd’s Insurance, una delle
principali compagnie assicurative del mondo,
vanno al lavoro trasportati dagli ascensori.
Foto di Franklin Stuart, tratte da "La città dinamica.
Viaggio nelle metropoli del terzo millennio",
edito da Electa.
Essi volevano costruire l’immagine di
innovazione tecnologica, volevano che
le loro sedi denunciassero l’aspetto di
luoghi in cui venissero prese decisioni
importanti per gli assetti economici di
intere nazioni.
E gli architetti non hanno fatto altro che
rispondere a questa esigenza.
Adottando soluzioni che tra l’altro molto
spesso portano con sé tecnologie così
sofisticate da essere in linea con i dettami
più rigidi della sostenibilità
ambientale.
È forse l’unico caso in cui l’architettura si
accorge apertamente delle potenzialità
progettuali ed estetiche degli impianti.
Osservate le due foto in basso.
Chiedetevi quanto avrebbe perso quest’architettura
se gli ascensori panoramici
della Lloyd’s Insurance da cui gli utenti
possono osservare in movimento l’edificio
che attraversano, fossero stati
segregati in un vano chiuso ed angusto.
Credo in fondo che l’high-tech, a dispetto
delle numerose critiche, una lezione
possa sicuramente impartircela.
La macchina edilizia è composta da un
numero incalcolabile di parti e subsistemi.
Ognuno possiede un suo valore e
una sua dignità.
Non sottovalutiamone mai nessuna. Il
trasporto verticale in primis.
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