| Giuseppe
De Giovanni
Mobilità e spazi di relazione
Coordinatori del laboratorio
Giuseppe De Giovanni, Pietro Artale, Giovanni Battista Cocco,
Alessandro Camiz, Marcello Maltese
Esistono due tipi di disordine: il primo, in quanto sinonimo di caos,
è inteso come irreversibile organizzazione del naturale sistema
delle cose, del pensiero, dello spazio; il secondo è invece sinonimo
di trasgressione, ovvero momento creativo e innovativo che sollecita il
naturale sistema delle cose, del pensiero, dello spazio per conferirgli
un ‘nuovo ordine’, una trasformazione, un avanzamento.
Ogni azione trasgressiva, per essere tale ovvero per avere un valore e
una qualità, è manifestazione dell’imprevedibile e
dell’irragionevole e, se per Pascal la ragionevole speranza genera
progetti,1 la trasgressione genera innovazione in quanto espressione dubitativa
del pensiero razionale. La ricerca di ‘nuovo ordine’ è
anche presente in una famosa analisi di Henri Bergson (Èvolution
créatrice, cap. III), che sottolinea il carattere e la funzione
positiva della nozione di disordine ed esprime, non l’assenza assoluta
di ordine, ma solo l’assenza dell’ordine cercato e la presenza
di un ordine diverso.
Nel suo più generico significato, l’ordine consiste in una
qualsiasi relazione tra due o più oggetti che possa essere espressa
con una regola e che si manifesta nella disposizione reciproca delle parti
di un tutto, quindi di un sistema. Quest’ordine, come notava Aristotele,
può concernere il luogo, la potenza o la forma (Metafisica, V,
19, 1022b 1).
Un ordine che gli Stoici definivano, secondo quanto testimoniato da Cicerone
nelle Tusculanae disputationes (I, 40, 142), come la disposizione degli
oggetti nei loro luoghi adatti e appropriati; una definizione la quale
presuppone che per ogni oggetto sia definito il luogo adatto e appropriato
in vista del fine cui l’oggetto è chiamato a compiere.
Quindi l’ordine potrebbe intendersi semplicemente come una disposizione
funzionale e conveniente che si realizza specialmente nella distribuzione,
nella successione, nella sistemazione e nell’assetto o governo delle
parti di un sistema complesso.
In tal senso e in quanto architetti che intervengono nei sistemi e sui
sistemi complessi di ordine superiore (contesto fisico-territoriale) e
di ordine inferiore (contesto tecnologico-ambientale-spaziale), è
indispensabile che ogni azione (progetto) sia il risultato del rapporto
fra ordine e sistema, fra disordine (trasgressione) e sistema attraverso
quelle numerose varianti che danno vita a processi di trasformazione e
quindi di innovazione.
Queste iniziali e brevi riflessioni sollecitano il confronto fra il termine
trasgressione con il suo opposto ubbidienza, normalmente e rispettivamente
così definiti: il primo deliberata infrazione di una norma, di
una legge, di un ordine, implicante precise responsabilità; il
secondo come sottomissione alla volontà altrui, sia come atto momentaneo
sia come comportamento abituale, ovvero risposta a particolari richiami,
fuori da implicazioni di volontà, come manifestazioni dell’istinto
o come sollecitazioni e impulsi nell’ambito della funzionalità
organica e meccanica.
Il costante rapporto-scontro fra trasgressione (disordine) e ubbidienza
(ordine) genera sempre una innovazione. Tale affermazione è giustificabile.
Infatti, sarebbe più corretto parlare di ordine e disordine, in
quanto il primo è relativo al valore che rende controllabile un
processo, mentre il secondo è un evento nuovo, di cui non si ha
conoscenza (sia sperimentale sia di memoria), che si instaura in un processo.
Questo evento nuovo è quindi un disturbo necessario che si manifesta
per la presenza di varianti esterne e in quanto tale costituisce una innovazione
proprio a causa della sua contingente necessità.
Il passaggio da innovazione a creatività è breve ed esempio
ne è il campo dell’Arte, dove da sempre il contrasto fra
ordine e disordine, fra ubbidienza e trasgressione, ha generato la trasformazione
delle risultanze artistiche sotto le varie forme d’arte, da quella
figurativa a quella musicale, letteraria, ecc. È il contrasto,
la dicotomia, lo scontro che
nasce fra due realtà, quella dell’essere trasgressivo e quella
dell’essere ubbidiente, a generare forme interpretative e produttive
diverse, anche se non sempre positive. Infatti, non sempre l’essere
trasgressivo è sinonimo di creatività e l’essere ubbidiente
di stabilità.
Quindi la trasgressione (disordine) diviene nell’atto creativo l’input
innovativo per programmare e ordinare la complessità, creando così
un intimo rapporto che guida la trasgressione verso l’ubbidienza,
non intesa come comando (norma), ma come momento positivo per il governo
dei sistemi complessi fisici, territoriali, tecnologici, ambientali e
spaziali.
Quest’ultima riflessione sottolinea che quando l’atto creativo-innovativo
e quindi di trasformazione-trasgressione si riferisce alla categoria dei
sistemi complessi che riguardano il costruito (la città, l’architettura
e il loro rapporto nel territorio) una nuova variante subentra a stabilire
la qualità e la positività dell’azione innovativa.
Tale variante è riconoscibile come verifica della sostenibilità2
dei sistemi complessi, che oggi non sono più in grado di sopportare
o accogliere innovazioni esasperate in quanto entrati in una fase di vita
irreversibile e quindi critica per l’esistenza stessa dei sistemi.
Ma, non per fare retorica, la risposta alla sostenibilità dei sistemi
in crisi non è da ricercare nelle norme, che stanno proliferando
in questi ultimi decenni, ma è piuttosto nella coscienza di chi
progetta il nuovo che deve risiedere la
sostenibilità, intesa come rispetto prima di tutto di se stessi
per poi rispettare i fruitori del sistema.
La sostenibilità non dovrebbe esistere, è spesso richiamata
quasi come un fantasma, un mostro inventato da quel disordine, inteso
come caos, che sconvolge e non governa i sistemi. Esiste piuttosto il
‘buon progettare’, che nasce dalla cultura tecnologica e architettonica
del progettista, che ha l’obbligo di ricercare in ogni trasformazione
il ‘perché’ sia necessaria, verificandone la coerenza
nell’ordine dei sistemi complessi, superando il caos e abbracciando
della trasgressione il significato più vero di creatività
e di innovazione.
Varie le tipologie di sostenibilità con cui è necessario
un confronto, economica, ambientale, energetica, ecc. Ma, come per il
mercato dell’auto in cui la normativa impone ogni anno l’adeguamento
dei modelli a nuovi valori di soglia di sostenibilità (Euro 3,
4, 5 ...) che dovrebbero migliorare il rispetto dell’ambiente, annullando
i precedenti e quindi rendendo obsolete le auto di appena un anno prima,
anche per il mercato dell’edilizia potrebbe accadere lo stesso:
la produzione di manufatti oggi compatibili e sostenibili potrebbe in
futuro, un futuro molto vicino, non più essere ‘a norma’
e quindi insostenibile e soggetta a modificare quel componente e a volte
anche il tutto di cui il componente fa parte. Ma un manufatto non è
sostituibile con la stessa tecnica e processo produttivo di un’auto.
È da chiedersi allora se occorrerà
sempre più rivolgersi a una architettura che per essere sostenibile
sarà composta da parti, da componenti integrabili o sostituibili,
in modo da ‘aggiornare’ il nostro abitare, il nostro costruito
all’ordine normato.
Tuttavia è da riflettere che questa soluzione trasformerebbe il
‘fare architettura’ a uno sterile pensiero creativo, in cui
la trasgressione perderebbe la sua vera natura e il suo significato di
innovazione.
Questa lunga premessa è il risultato di alcune riflessione maturate
a posteriori su quanto discusso e dibattuto intorno ai progetti presentati
nel laboratorio di Camerino, Mobilità e Spazi di Relazione, e al
confronto con i due citati termini di ordine e disordine, nelle varie
accezioni di cui si è già detto, con lo scopo di verificare
l’autenticità (cfr. nota 2) degli aspetti innovativi delle
proposte con le tematiche che il laboratorio affrontava: mobilità,
spostamento, rapporti a distanza in contesti urbani e territoriali, ricerca
di soluzioni urbane anche alla grande scala che concentrino interessi,
relazioni sociali e modi di vita (privata o pubblica). Le soluzioni presentate
nei lavori esposti e descritti dagli Autori non solo hanno indagato dell’innovazione
il confronto con il nuovo, il moderno, il contemporaneo, ma anche con
il
passato irriproducibile (cfr. nota 2), il presente storico, alla ricerca
di quelle valenze che determinano attraverso un giudizio critico sia esso
positivo o negativo la qualità dell’innovazione.
Un ulteriore contributo nato dal confronto
fra gli Autori, i Coordinatori e i presenti al laboratorio è riportato
negli articoli di Alessandro Camiz, che sulle tematiche della mobilità
e degli spazi di relazione ha cercato di comprenderne i modelli di riferimento
cui le proposte presentate si rifacevano, e di Marcello Maltese, che si
sofferma sull’esasperato rapporto fra infrastrutture e mobilità
quale tentativo per il superamento e miglioramento della condizione di
vivibilità.
Ambedue le tematiche presenti nel titolo del laboratorio, Mobilità
e Spazi di Relazione, hanno un intimo rapporto con la sostenibilità,
che il sottotitolo, Paesaggi urbani sostenibili, dato al XVII Seminario
di Camerino ampiamente evidenziava alla ricerca dei vari significati che
assume nei confronti dell’architettura.
La mobilità e il suo legame con lo spazio sono una relazione di
tutto con il tutto, un’apophänie3 (rubando il termine all’intervento
di Massimo Pica Ciamarra durante gli incontri del Seminario). Anche nel
suo significato opposto di ‘immobilità’ o ‘immobilismo’
è sempre riscontrabile la relazione con il tutto, con lo spazio,
inteso come campo disponibile
per gli oggetti della realtà individuati da una collocazione o
posizione, dotati di dimensioni e capaci di spostamento, ma inteso anche
come luogo, ovvero primo limite immobile che abbraccia l’uomo (Aristotele,
Fisica, IV, 4, 212a 20).4
Se lo spazio è deputato a luogo di relazione allora in quello spazio
si arriva, si sta, si incontrano persone, lo si vive piacevolmente, si
socializza e poi eventualmente lo si abbandona momentaneamente o per sempre.
Quindi la mobilità è il fine per raggiungere il luogo delle
relazioni, lo spazio.
Il mutamento della mobilità, da quella in uso fino a questo momento
a quella che comporta un nuovo sistema o rete di sistemi, costituisce
una innovazione che deve fare i conti con lo spazio, il luogo, l’ambiente
non solo in termini di architettura ma anche di sostenibilità,
o sarebbe giusto dire del ‘buon progettare’. Ogni mutamento
è innovazione,
o almeno dovrebbe esserlo, e costituisce sicuramente un avanzamento, una
crescita tecnica e tecnologica a beneficio dei fruitori che useranno quel
mutamento, quella innovazione. Ma a causa della fragilità del rapporto,
ogni mutazione e innovazione, una volta avvenuti, non sono da considerare
assoluti e necessitano di continue verifiche, di feedback in quanto lo
spazio, con cui entrano in relazione e che di per se stesso è già
soggetto a naturali trasformazioni, non è
mai definito o definibile ma variabile, autentico, irriproducibile.
Molti dei progetti presentati hanno dato alla
mobilità valori e soggetti differenti: l’acqua come guida;
la materia come gerarchia e ordine;
il verde come ordinatore dell’urbano costruito; la morfologia del
territorio come opportunità per ricucire l’ambiente; la distanza
come stimolo per riempire i vuoti urbani; la verticalità come soluzione
al decentramento delle relazioni sociali.
Al laboratorio Mobilità e spazi di
relazione della XVII edizione del Seminario di Architettura e Cultura
Urbana di Camerino hanno esposto i propri lavori: Gabriele Aramu, Matteo
Frongia e Mauro Nioi (Villasimius in bicicletta); Alessandro Argiolas,
Francesca Etzi, Matteo Pessini e Elisa Serra (Quartu Platform); Alessandro
Beato e Leonardo Petetta (Corso Cairoli a Macerata); Sveva Brunetti, Daniele
Coderoni, Felice Gualtieri, Simona Mizzoni, Fabio Petrassi, Maria Luisa
Priori e Giulio Proli (Laboratorio Sintesi Finale: Le Torri); Giuseppina
Candela e Anna Flavia Giammanco (Conchiglia multimediale); Riccardo Chirigu
e Nicola Caredda (Piazza a Quartu); Manola Dessi, Sara Fois e Gina Orrù
(Passeggiata a Quartu);
Alessandra Esposito, Laura Jaime, Giancarlo Gallitano, Massino Gerardi
e Victor Utrero (Nastro veloce); Silvia Fiori, Claudia Frau, Stefania
Macciò e Alessandra Murru (Lay(er)-out); Simone Grobberio e Guido
Robazza (Transmilenio); Dario Iacono (Tre progetti per lo Stretto di Messina);
Manfredi Leone (Parco lineare a Palermo); Gianni Paggiolu (Sagrato Chiesa
S. Pietro a Torralba); Gianfranco Potestà (Il luogo città:
inferno o paradiso?); Maria Elena Tinnirello (Centro Universitario Arti
e Spettacolo a Caltagirone). Inoltre, fuori concorso al ‘Premio
di Architettura e Cultura Urbana’ hanno presentato i propri lavori:
Emanuela Schir (Water front di Lisbona, Concorso) e Tamara Tossici (Ex
Conservatorio S. Caterina dei Funari Roma).
1. Pascal B., Les pensées (Pensieri),
1670, postuma, n. 589: Il peccato originale è una follia per gli
uomini, ma lo si dà per tale. Non potete dunque rimproverarmi l’irragionevolezza
di questa dottrina, perché appunto la presento come irragionevole.
Ma questa follia è più saggia di tutta la saggezza degli
uomini, ‘sapientius est hominibus’. Perché, senza di
essa, cosa si potrebbe dire dell’uomo? Tutta la sua condizione dipende
da questo punto impercettibile. E come potrebbe capirla con la sua ragione,
dal momento che è una cosa irragionevole e che la sua ragione,
lungi dall’inventarla con i suoi mezzi, se ne allontana quando gliela
si presenta?.
2. Nella definizione data dal Rapporto Brundtland (elaborato nel 1987
dalla Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo nominata
dall’ONU, così conosciuto per il nome della sua Presidente,
è pubblicato in WCED (World Commission on Environment and Development),
‘Our Common Future’, Oxford University Press, 1987; ed. it.,
Brundtland G. H., Il futuro di noi tutti, Bompiani, Milano 1990) e accettata
da tutti gli organismi internazionali, per sviluppo sostenibile si intende
uno sviluppo che risponda alle necessità del presente senza compromettere
la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze.
La sostenibilità è il concetto chiave che attualizza la
qualità insediativa, orientando azioni di riqualificazione che
hanno lo scopo di porre rimedio, sia nelle relazioni con il sistema di
ordine superiore (contesto fisico-territoriale) sia nelle relazioni interne
all’organismo edilizio (sottosistemi tecnologico e ambientale-
spaziale), alle caratteristiche di dequalificazione (originaria o intervenuta
nel corso del tempo) che la massificata degenerazione del progetto moderno
ha entropicamente tradotto in fattori di disagio per gli insediamenti
umani: dissesto, degrado fisico e ambientale, inquinamento, iniquità,
disordine.
Per quanto riguarda il settore culturale si può parlare di sviluppo
sostenibile soprattutto con riferimento al processo di valorizzazione
economica delle risorse culturali. Il termine risorsa culturale potrebbe
essere definito come un’insieme costituito ‘da quel patrimonio
di oggetti e di tecniche di produzione che, prodotto dal lavoro dell’uomo
o dall’agire della natura, viene conservato e trasmesso da una generazione
all’altra in quanto ha la capacità, riconosciuta socialmente,
di soddisfare o un bisogno estetico o un bisogno di memoria storica. Questo
patrimonio può, perciò, essere tangibile o intangibile,
riproducibile o irriproducibile’. Ed è proprio sul concetto
di irriproducibilità che bisogna soffermarsi: la gran parte delle
risorse culturali (i beni culturali, il paesaggio, i prodotti della cultura
materiale, ecc.) hanno una particolare caratteristica: l’autenticità
(Cfr. Valentino P. A., La trame del territorio. Politiche di sviluppo
dei sistemi territoriali e distretti culturali, Sperling & Kupfer,
Milano 2003, p. 65).
3. Il termine apophänie è stato introdotto una cinquantina
di anni fa dallo psichiatra tedesco Klaus Conradnel nel suo studio sulla
schizofrenia (1958, Diebeginnende Schizophrenie.
Versuch einer Gestaltanalysedes Wahns). Il termine conosce una diffusione
non specialistica col romanzo di William Gibson ‘Pattern Recognition’
(2003, letteralmente ‘Il riconoscimento delle forma/dei motivi/delle
trame/dei modelli’, tradotto però in italiano col titolo
‘L’accademia dei sogni’). L’apofanie che segna
la protagonista è definita appunto come la percezione spontanea
di connessioni e significati in cose prive di relazione, ma la forza del
libro è anche nell’evidenza del fatto che in realtà
cose prive di relazione non ci sono e tutto (nell’era globale) ha
relazione con tutto.
4. Cartesio porta l’esempio dell’uomo che è seduto
in una barca che si allontana da riva: il luogo di questo uomo non muta
rispetto alla barca ma muta rispetto alla riva. Con queste osservazioni,
che esprimono la relatività del movimento (relatività galileiana),
è raggiunto il concetto moderno di luogo come riferimento di un
corpo ad un altro corpo assunto come sistema di riferimento.
Alessandro Camiz
Tipo, esempio, modello, archetipo:
il contesto come strumento conformativo
Si garde coment Nature euvre, Car mout voudrait
faire autel euvre, e la contrefait come singes1
L’utilizzo dei modelli architettonici
per la didattica della composizione architettonica costituisce un metodo
innovativo e al contempo strettamente legato alla migliore tradizione
italiana del moderno.2 Si intende per modello architettonico un’architettura
realizzata, o anche solamente concepita, in grado di fornire per il suo
riconosciuto valore,
un qualche carattere esemplare. Questa tecnica, certamente non nuova e
che anzi affonda le sue radici nella tradizione,3 spesse volte viene confusa
con la copia e tale fraintendimento ha origini molto antiche.
È proprio dall’universo semantico dell’arte, in una
sua errata declinazione, che proviene tale fraintendimento: il pittore
adotta il modello, non per farne una copia, anzi in tal caso adotta un
originale del quale esegue appunto la copia, ma adotta il modello o la
modella per eseguirne una rappresentazione nel ritratto.
Nel De Pictura il concetto è espresso chiaramente dall’Alberti
utilizzando il termine essemplo,4 exemplum in latino. A prescindere dalla
differenza terminologica lo strumento dell’exemplum viene utlizzato
nel De Pictura5 con precisi intendimenti didattici e si avvicina molto
alla nozione di modello che proponiamo. Nessuna pretesa di collocare
l’architettura al livello dell’arte figurativa, ma la metafora
del modello per il ritrattista si presta a spiegare l’operazione
di invenzione per modelli. L’assunto base di tale tecnica è
che nulla si inventa, tutto si evolve. Proprio come la natura si evolve
per successive generazioni,6 adattandosi all’ambiente e alle sue
modificazioni, così l’individuo architettonico, riconosciuto
nei suoi caratteri esemplari, non può che evolversi a partire da
un individuo precedente, appunto un esempio o un modello.
Questa nozione si discosta da quella di tipo, in quanto il tipo è
l’insieme dei caratteri comuni di una classe di individui, ma è
sostanzialmente privo di una sua propria configurazione materiale. L’adozione
di uno o più modelli, ovvero di un tipo architettonico declinato
nella specifica configurazione materiale dell’individuo architettonico
per dirla con Caniggia,7 diventa il momento essenziale per individuare
le deformazioni8 da applicare al modello per la sua evoluzione in un’ulteriore
architettura dal carattere esemplare, intendendo quindi il progetto come
‘previsione di una mutazione’.9
Le architetture antiche hanno fornito esempi di notevole valore anche
alla migliore tradizione del moderno italiano, come il Tempio di Venere
e Roma adottato come modello nel progetto della seconda versione del Palazzo
dei Ricevimenti e dei Congressi di Adalberto Libera.10 Il rischio di una
rigidezza formale in tale operazione è sempre presente, ed è
quindi necessario precisare l’atteggiamento che il progettista assume
nei riguardi del sito e del modello adottato.11 Nella
didattica dell’architettura permettere di riconoscere un’architettura
di elevato valore estetico e proporre di individuare in relazione al sito,
al contesto e al programma funzionale la serie complessa e raggruppabile
in forma di tensore delle modificazioni da applicare al modello o all’insieme
dei modelli scelti, comporta un riconoscimento estetico, quindi un giudizio
utile alla trasmissione del principio della scelta formale.
Strappa si riferisce alla definizione del Quatremere de Quincy12 di modello,
contrapponendo la nozione di modello a quella di tipo edilizio, definito
come ‘persistenza dell’insieme di nozioni, regole e caratteri
collettivamente ereditati, spontaneamente o criticamente accettati e trasmessi
da un intorno civile nel corso della propria storia’.13
Occorre precisare che si intende il modello nella sua versione vitalistica,
14 ovvero nella accezione che intendeva Gianlorenzo Bernini, tutta mirata
a cogliere nel modello non tanto i suoi caratteri ripetibili meccanicamente
ma ‘la volontà di cogliere il modello vivente’.15
Proponiamo qui, a partire dalla disamina comparata dei progetti più
significativi presentati nell’ambito del laboratorio, un percorso
sperimentale che ricerchi nel modello adottato da ciascun Autore/i la
interpretazione del contesto come strumento conformativo.
Tamara Tossici (fuori concorso) nello Studio storico, restauro e riuso
del locali dell’ex Conservatorio di S. Caterina dei Funari, Roma
(tesi di laurea in Restauro, Facoltà di Architettura ‘Valle
Giulia’, Sapienza Università di Roma, relatore Prof. G. Palmerio),
mediante l’inserzione di un’architettura nuova si propone
di ridare vita a un complesso architettonico stratificato. La proposta
costituisce un esempio eloquente di progetto per modelli, dove il modello
sembra essere il
contesto stesso, ovvero il complesso delle architetture che si trovavano
nel luogo interpretate criticamente. L’accostamento critico, ma
in continuità materiale, di conformazioni caratteristiche del modernismo
radicale a un contesto così tradizionale solleva notevoli interrogativi
formali che sono stati evidenziati durante il dibattito del laboratorio.
I progetti per l’area a margine dell’aeroporto di Reggio Calabria:
tessuti infrastrutturali come sintesi tra natura ed architettura (tesi
di laurea di D. Iacono, relatore G. Foti, Università degli Studi
‘Mediterranea’ di Reggio Calabria, Facoltà di Architettura
DASTEC), attraverso tre distinte proposte progettuali si confronta ora
con la ferrovia, ora con il molo adottando il contesto come elemento conformativo.
Il risultato è interessante proprio nel proporre delle architetture
fortemente radicate nelle suggestioni figurali del luogo.
Il progetto per la valorizzazione e riqualificazione urbana di Corso Cairoli
e zone limitrofe a Macerata di A. Beato e L. Petetta, propone una modificazione
dell’asse urbano che ha come meta la porta storica della città
a Piazza Mazzini. In questo caso il contesto urbano, pur ricco di spunti
esemplari come lo Sferisterio e le numerose architetture moderne lungo
l’asse stradale, non è stato preso a modello per il progetto
che, pur innovativo sotto numerosi aspetti, non assume un atteggiamento
conformativo nei riguardi del contesto.
Le diverse proposte provenienti dal Laboratorio di Sintesi Finale ‘Le
Torri’ (prof. F. Purini, Facoltà di Architettura Valle Giulia,
Sapienza Università di Roma) elaborate da S. Brunetti, D. Coderoni,
F. Gualtieri, S. Mizzoni, F. Petrassi, M. L. Prioli e G. Proli, sembrano
invece adottare come modello un archetipo plastico, la torre, privo di
caratteri dimensionali e topici, come elemento essenziale di una creazione
figurale conforme. La torre del Laboratorio di Sintesi sembra utilizzare
una concezione del modello non tanto come elemento materiale dotato di
misura, luogo, materia, ma un elemento archetipo svincolato dalle sue
caratteristiche dimensionali e tipologiche. Questa impostazione poetica,
da un lato consente di raggiungere esiti formali interessanti, proiettati
verso una visione fertile dal punto di vista figurativo, nel contempo
propone architetture oggetto e sradicate che hanno sollevato numerosi
interrogativi critici durante il laboratorio camerte.
In particolare la discussione si è svolta anche sulla opportunità
didattica di una progettazione svincolata dal contesto materiale.16
Ora risulta ancora più chiaro come occorra sperimentare le diverse
applicazioni del metodo dell’esempio, valutando positivamente e
in chiave comparativa i diversi esiti e le diverse maniere17 per poter
formulare una teoria della prassi della architettura.
1. J. de Meun, G. de Lorris, Roman de la Rose,
vv. 16029-16031, Le roman de la rose, publie par Felix Lecoy, Paris 1966-1970
2. R. V. Moore, Dietro l’idea, Roma 2007
3. Tradizione e innovazione nell’architettura di Roma capitale 1870-1930,
G. Strappa (a cura di), Roma 1989
4. ‘Ma per non perdere studio e fatica si vuole fuggire quella consuetudine
d’alcuni sciocchi, i quali presuntuosi di suo ingegno, senza avere
esempio alcuno dalla natura quale con occhi o mente seguano, studiano
da sé a sé acquistare lode di dipingere’, Della pittura
di Leon Battista Alberti libri III, Libro III, cap. 56, C. Grayson (a
cura di), Bari, 1973, © 2005 Signum - Scuola Normale Superiore di
Pisa, Powered by TRe- Sy © 2000 | 2001 CRIBeCu
5. ‘Ma in quale ti esserciti, sempre abbi inanzi qualche elegante
e singulare essempio, quale tu rimirando ritria; e in ritrarlo, giudico
bisogni avere una diligenza congiunta con prestezza, che mai ponga lo
stile o suo pennello se prima non bene con la mente arà constituito
quello che egli abbi a fare, e in che modo abbia a condurlo; ché
certo più sarà sicuro emendare gli errori colla mente che
raderli dalla pittura’, Della pittura di Leon Battista Alberti libri
III, libro III, 59, C. Grayson (a cura di), Bari, 1973, © 2005 Signum
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CRIBeCu
6. Cfr. F. Purini, Generazioni e progetti culturali, in ‘Generazioni
e progetti culturali’, in Atti della Giornata di Studio, Facoltà
di Architettura Valle Giulia, F. Purini e D. Nencini (a cura di), Roma
2007, pp. 15-23
7. Cfr. G. Caniggia G.L. Maffei, Lettura dell’edilizia di base,
Venezia 1979
8. R. Panella, L’architettura come arte della deformazione, in Questioni
di progettazione.
L’esperienza del Laboratorio di Progettazione architettonica e urbana
1 del Corso di Laurea in Tecniche dell’Architettura e della Costruzione,
R. Panella (a cura di), Roma 2004
9. G. Strappa, L’eredità progettuale di Gianfranco Caniggia,
in Gianfranco Caniggia ‘Dalla lettura di Como all’interpretazione
tipologica della città’, C. D’Amato Guerrieri e G.
Strappa (a cura di), Bari 2003, p. 102
10. A. Camiz, Orientamento e relazioni urbane del Palazzo dei Ricevimenti
e Congressi all’E42 e del Tempio di Venere e Roma nel Foro. Appunti
per un’analisi comparata, in
‘Il Tesoro delle città’, Strenna dell’Associazione
Storia della Città, Roma 2004, pp.
101-114
11. A. Camiz, Modelli e atteggiamenti: figure antropomorfe per il significato
delle città, in ‘Architettura e Città’ n. 2
2006, pp. 141-142
12. G. Strappa, Unità dell’organismo architettonico. Note
sulla formazione e trasformazione dei caratteri degli edifici, Bari 1995,
p. 33
13. G. Strappa, Unità dell’organismo architettonico. Note
sulla formazione e trasformazione dei caratteri degli edifici, Bari 1995,
p. 32
14. A. Camiz, Genere ed elenco. Tecniche compositive e significazione
architettonica, in Questioni di progettazione. L’esperienza del
Laboratorio di Progettazione architettonica e urbana 1 del Corso di Laurea
in Tecniche dell’Architettura e della Costruzione, R. Panella (a
cura di), Roma 2004
15. F. Baldinucci, Vita di Gian Lorenzo Bernini, Milano 1948, p. 228
16. E. Guidoni, Città degli archeologi, città degli architetti,
in ‘Roma: archeologia e progetto’, Catalogo della Mostra ‘Roma,
Mercati Traianei, maggio-giugno 1983’, Roma 1983, pp. 66-69
17. A. Camiz, Otto classi analitiche di modelli per l’invenzione
architettonica. Il ruolo guida della storia, in ‘Architettura e
Città’ n. 12-13, 2005, pp. 179-181
Marcello Maltese
Mobilità e sostenibilità
In molte delle città più sviluppate
del pianeta la mobilità costituisce uno dei principali problemi
con cui confrontarsi quotidianamente; l’aumento del prezzo dei combustibili
fossili, il loro progressivo esaurimento, il riscaldamento globale del
pianeta, obbligano a ripensare ai modi di gestione della mobilità.
A Mumbai i treni trasportano 4 volte il numero di persone consentito,
dieci milioni di persone usano ogni giorno i mezzi pubblici, le infrastrutture
sono al collasso. Altre città (per esempio Londra) hanno dovuto
imporre dei pedaggi per l’ingresso degli autoveicoli in centro.
San Paolo ha 6 milioni di veicoli, 1000 immatricolazioni al giorno.
Però anche all’interno del modello urbano occidentale, la
mobilità può essere gestita in modo più efficace,
come dimostrano alcuni esempi fortunati (efficace gestione dei trasporti
pubblici, programmi di alleggerimento della densità abitativa nelle
zone più caricate, investimenti per la creazione di parcheggi sotterranei).
Ad ogni modo, probabilmente
il semplice razionalizzare i flussi veicolari non basta a rendere sostenibile
la mobilità, ma è necessario ripensare al quadro generale
insediativo e infrastrutturale. In alcune città si inizia a discutere
della demolizione di alcune infrastrutture viarie.
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L’insostenibile disordine
del caos
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Al pari di quel che si sta verificando nel
campo delle risorse energetiche, è probabile che si renda necessario
un ripensamento delle modalità di gestione delle infrastrutture
esistenti: cioè, non solo investimenti nel cambiamento dei mezzi
di trasporto e dei sistemi propulsivi, sull’efficienza del trasporto
pubblico, sul numero e dislocazione delle zone di parcheggio, ma anche
sull’attento riutilizzo, ristrutturazione e ripensamento del patrimonio
infrastrutturale che innerva le nostre città.
Tale obiettivo persegue anche lo scopo di preservare quelle rarissime
porzioni di territorio ancora non ‘irrorate’ da massicci flussi
veicolari e dal progresso (dibattito attualissimo anche in Italia), utilizzando
al meglio, potenziando dove serve, le rete in funzione. E perché
no, è opportuno iniziare una seria riflessione sul se, come e quando
dismettere,
demolire o utilizzare in altro modo pezzi di infrastrutture inutili, magari
iniziate sotto la spinta di processi speculativi e mai entrate in funzione,
collocate a volte in luoghi inappropriati e in modo offensivo nei confronti
del territorio, dissestate perché mal concepite, etc.
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Gabriele Aramu, Matteo Frongia e
Mauro Nioi, Villasimius in bicicletta
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Alessandro Argiolas, Francesca Etzi,
Matteo Pessini e Elisa Serra, Quartu Platform
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Dei problemi legati alla risoluzione ‘sostenibile’
degli spostamenti urbani e metropolitani si è discusso in alcuni
interessanti interventi nel laboratorio Mobilità e spazi di relazione,
tra i tanti ricordiamo: Transmilenio (presentato da S. Grobberio e G.
Robazza), sistema di trasporto rapido su autobus messo a punto a Bogotà
in via di completamento
e ancora in fase di espansione; nella capitale colombiana è stato
sperimentato anche un sistema capillare di piste ciclabili (usate ogni
giorno da 180 mila persone per andare al lavoro). L’uso delle auto
private, altissimo fino a qualche anno fa (655 veicoli immatricolati ogni
1000 abitanti, due volte quelli di Berlino, per fare un esempio) è
sceso del 5% negli ultimi 10 anni, così oltre 3/4 degli spostamenti
giornalieri si svolgono su mezzi pubblici.
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Alessandro Beato e Leonardo Petetta,
Corso Cairoli a Macerata
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Architetture temporanee per piccole
relazioni e piccoli luoghi nella proposta di Giuseppina Candela
e Anna Flavia Giammanco, Conchiglia multimediale
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Alcuni interventi presentati hanno proposto
delle riflessioni sulla rimodulazione degli accessi veicolari in ambito
urbano e la creazione di zone a traffico limitato (Quartu Platform di
A. Argiolas, F. Etzi, M. Pessini e Elisa Serra), l’articolazione
di aree o percorsi pedonali (Piazza a Quartu di R. Chirigu e N. Caredda;
Lay(er)-out di S. Fiori, C. Frau e S. Macciò; Passeggiata a Quartu
di M. Dessi, S. Fois e G. Orrù), stimolando il dibattito in relazione
all’interconnessione dei flussi
pedonali e veicolari. Altri progetti hanno trattato di infrastrutture
a carattere metropolitano-regionale da rimodellare (Nastro veloce di A.
Esposito, L. Jaime, G. Gallitano, M. Gerardi e V. Utrero; Parco lineare
a Palermo di M. Leone), sentieri storici da riutilizzare (Villasimius
in bicicletta di G. Aramu, M. Frongia e M. Nioi).
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Orizzontale e verticale per riempire
i vuoti urbani nelle proposte di Sveva Brunetti, Daniele Coderoni,
Felice Gualtieri, Simona Mizzoni, Fabio Petrassi, Maria Luisa
Priori e Giulio Proli,
Laboratorio Sintesi Finale: Le Torri
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Alessandra Esposito, Laura Jaime,
Giancarlo Gallitano,
Massino Gerardi e Victor Utrero, Nastro veloce
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Le fiumare come luogo di recupero
e ripristino nella tesi di laurea di Dario Iacono,
Tre progetti per lo Stretto di Messina
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La materia come gerarchia e ordine
nella proposta di Manola Dessi, Sara Fois e Gina Orrù,
Passeggiata a Quartu
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Riccardo Chirigu e Nicola Caredda,
Piazza a Quartu
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Il parco urbano della mobilità
come ordinatore della città nella ricerca
di Simone Grobberio e Guido Robazza, Transmilenio
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Il parco come sistema per la città
nella proposta di Manfredi Leone, Parco lineare
a Palermo
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Silvia Fiori, Claudia Frau, Stefania
Macciò e Alessandra Murru,
Lay(er)-out
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Maria Elena Tinnirello, Centro
Universitario
Arti e Spettacolo a Caltagirone
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Gianfranco Potestà, Il luogo
città: inferno o paradiso?
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Gianni Paggiolu, Sagrato Chiesa
S. Pietro a Torralba
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I luoghi di servizio verticali nel
progetto di Emanuela Schir, Water front di Lisbona
Concorso), presentato fuori concorso al ‘Premio di Architettura
e Cultura Urbana’
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Lo iato tra modernità e tradizione
si esprime in alcune contraddizioni formali controllate nel progetto
di Tamara Tossici, Ex Conservatorio S. Caterina dei Funari Roma,
presentato fuori concorso al ‘Premio di Architettura e Cultura
Urbana’. Senza il modello fornito dal contesto e dalle sue
configurazioni pregresse non sarebbe possibile l’invenzione
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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