| Premessa
Parlare di architetture naturali sembra un controsenso, perché
l’architettura è sicuramente un artefatto, di per sé
non naturale. Si intende quindi parlare di spazi che si ancorano alla
natura tanto da sembrare parte di essa, che tentano di imitarla o di confondersi
in essa, di architetture che nel tempo si adattano al di là di
ogni previsione tanto da sembrare perenni e nello stesso tempo prive di
monumentalità artificiosa.
Quanto detto lega in qualche modo gli elementi primordiali dell’architettura
agli spazi elementari, che sembrano senza forma, ma che hanno sempre interessato
coloro che si occupano della conformazione dello spazio, avendo ricercato
in essi l’essenza stessa dell’elemento primigenio, il formarsi
della cellula architettonica e le leggi di aggregazione in forme via via
sempre più complesse.
La ricerca di questi elementi attraversa tutta la storia dell’architettura
e si ritrova anche in opere moderne e contemporanee come quelle di Frederick
Kiesler, Andrè Bloc, Giovanni Michelucci, Leonardo Ricci, in cui
raggiunge livelli diversi, alcuni di élite, altri di grande espressività
e comunicatività sociale.
Oltre alla cultura anche il luogo può influenzare il nascere e
conformarsi di un’architettura?
Leonardo Ricci è rimasto in qualche modo influenzato dal paesaggio
degli Iblei o da quello di Pantalica, nei suoi progetti a Riesi o a Pachino?
Cosa è rimasto di ciò nell’architettura costruita?
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Pantalica. S. Micidiario |
Sperlinga. Abitato in roccia |
Quasi alla ricerca dello spazio primitivo
L’interrogarsi sul nucleo originario da cui si sviluppa il concetto
dell’architettura, relativo allo spazio utilizzato per funzioni
relative al lavoro o alla residenza, rimanda necessariamente alla struttura
sociale e ad una visione conforme alla vita dell’uomo, alle risorse
disponibili ed alla sua cultura in quel tempo ed in quel luogo. Tutto
ciò è antico e moderno e nello stesso tempo ineludibile;
è quello che fa di uno spazio un’architettura legata al suo
tempo, ne da conto, tenta risposte e quindi apparecchia forme. La forma
è legata anch’essa al proprio tempo.
Le forme di spazi eccezionali sembra che durino e si trasmettano più
a lungo delle altre. Attraversano più tempi anche se sono significative
soprattutto del loro tempo. Ci si chiede anche quanto peso abbiano avuto
nell’influenzare architetture di periodi posteriori, che in qualche
modo riprendano o continuano un metodo compositivo basato sull’osservazione
attenta della natura e sull’uso del minimo essenziale.
Considerare la finestra come uno strappo che lacera la pietra per mettere
a nudo lo spazio interno, che a sua volta si rivela attraverso uno schermo
di calcestruzzo e infisso, è un procedimento volto a convogliare
e gradualizzare l’immissione della luce verso lo spazio interno.
Espedienti più o meno raffinati con l’uso di materiali diversi
sono spesso strumenti per costruire spazi essenziali e significativi,
come nell’esempio di Ricci accennato in premessa.
In questo caso ci sembra che il percorso seguito dall’architetto
sia il risultato di una riflessione complessa che parte dallo spazio primitivo,
da quell’essenza primordiale che può ritrovarsi nella caverna,
prima che l’uomo abbia pensato di farsi un ricovero con i tronchi
d’albero: la grotta come rifugio atavico, precedente alla costruzione
della capanna. La grotta infatti è uno spazio dato (esistente o
adattato) a cui viene imposta la funzione dall’abitante, sia esso
stanziale o passeggero.
Essa ha una sua stabilità, qualunque opera di adattamento faccia
il suo fruitore. La capanna invece è un’opera completamente
costruita dall’uomo ed è soggetta a continue manutenzioni;
il suo abbandono comporta il deperimento e la rovina o il cambiamento
di padrone.
La caverna non fu solo il principio. È stata riutilizzata come
rifugio in periodi particolari, di difesa e arroccamento, di povertà
e di mancanza di comunicazioni.
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Riesi. Monte degli ulivi |
Alia. Grotte della Gurfa. Vista dall’interno |
Di solito viene riferita a tempi bui, in
contesti di guerra o di carestie.
La capanna invece ha ancora in sé il senso del nomadismo, dell’abitare
precario, ancora non consolidato; diventerà poi una costruzione
stabile e più sicura con i muri di pietra e la copertura di travi
di legno o con volte di mattoni.
Nel tempo le civiltà che usarono ai loro albori le caverne, se
ne liberarono, uscendo alla luce del sole e innalzando templi sontuosi
ai loro dei. Le caverne finirono per restare ricovero temporaneo per animali,
per pastori o viandanti privi di alloggio. Si riscontrano popolazioni
che usano le caverne anche oggi in territori lontani come in Africa o
in Asia. Ancora nel secolo passato anche in Sicilia e in Basilicata esistevano
abitati in grotta. Nella grande necropoli di Pantalica si trovano i resti
dell’abitato bizantino tutto scavato nella roccia nei pressi della
chiesa ipogea di S. Micidiario. Nella zona di Ispica solo dopo il terremoto
del 1783 furono abbandonate le abitazioni scavate nella roccia della cava.
A Sperlinga (Enna) le abitazioni in grotta, vicine al maestoso castello,
anch’esso con locali ipogei, sono stati dismessi solo da
qualche decennio.
Le grotte di Alia (Palermo) erano utilizzate dai pastori fino a pochi
decenni fa. Lo spazio principale di esse è scavato nella roccia
a forma di campana con un occhio nella parte sommitale. Pur se nel tempo
è stato usato e modificato per usi legati all’agricoltura
o alla pastorizia del territorio circostante, resta nel nudo e maestoso
spazio qualcosa di particolarmente significativo, misterioso e sacro nello
stesso tempo. Non sempre la grotta è ricerca del rifugio o del
nascondiglio; è anche ricerca del profondo che c’è
in noi stessi, chiusura momentanea verso l’esterno per riprendere
le fila di un gomitolo impigliatosi o arruffatosi nelle maglie della confusione
della megalopoli, nell’intrico fuorviante dei nuovi percorsi, che
hanno perso le rassicuranti simbologie degli antichi luoghi o dimenticato
i ritmi legati alle stagioni e alla
natura.
Al di là di quello che hanno rappresentato in passato, alcuni spazi
scavati, con lavoro di levare più che di mettere o giustapporre
costruendo, sono straordinari. Visti forse in un contesto completamente
diverso da quello in cui furono costruiti, fanno apprezzare maggiormente
i valori della luce naturale nella modellazione e nella qualificazione
dello spazio, dilatandolo o contraendolo, sfaccettandolo in innumerevoli
superfici dalle sfumature diverse o spremendolo in un buco nero impraticabile,
alla ricerca di una dimensione legata appunto ai ritmi naturali e priva
di apparati tecnologici, che fanno da filtro fuorviante tra l’uomo
e l’intorno sensibile.
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Riesi. Monte degli ulivi
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Alia. Grotte della Gurfa. Interno |
Al villaggio Monte degli ulivi
Così con lo scopo di trovare architetture della modernità
che avessero quelle qualità di aderenza stretta al luogo e ad una
visione di architettura più vicina all’uomo, raggiungemmo
a Riesi il villaggio Monte degli ulivi, commissionato a Leonardo Ricci
negli anni Cinquanta del secolo scorso dalla comunità valdese.
Trovammo spazi in sintonia con la natura, non tanto per l’impiego
dei materiali, quanto per l’uso calibrato della luce, che si frangeva,
s’incanalava, si distribuiva, si smorzava, scialbava o colpiva radente
smaterializzando le copertine a sbalzo dei tetti, si accumulava imprimendo
potenza ai muri, ai contrafforti, alle masse rugose di pietra.
L’ombra come una sorella gemella s’incuneava tra muri, tagliava
diagonalmente le pareti, s’arrotolava all’attacco della sommità
delle superfici, si distendeva sbattendo a terra o saltando di muretto
in muretto, mischiandosi con quella frastagliata degli ulivi sulla superficie
secca e ghiaiosa del campo.
Così il tempo passò veloce come il lampo, la penna scorreva
senza intralci sull’album con gli anelli (avevo lasciato alla fine
del mio album preferito alcuni fogli apposta per questo).
Disegnando, di solito, ci si affatica mentalmente e fisicamente, ma vale
la pena ricordarsi di quelle volte in cui non te ne accorgi.
Nel girare attorno ai vari edifici del complesso mi spostavo tra l’ombra
degli ulivi appoggiandomi qualche volta ai muretti di pietra. Non si sentiva
altro, oltre al frinire delle cicale, nella calura dell’estate siciliana
e quando andammo via non rispose nessuno al nostro saluto più volte
ripetuto. Immaginai che stessero pregando da qualche parte quelle poche
persone (tre) che avevamo intravisto all’arrivo e durante la sosta.
Io avevo scambiato qualche frase di circostanza con un giovane straniero
che ci accolse all’entrata e che aveva difficoltà a comprendere
la lingua; avevo sentito invece Claudio chiacchierare con una signora
affacciata al primo piano dell’edificio con i contrafforti.
I cani distesi all’ombra del portico d’ingresso ci guardarono
sonnacchiosi e sazi del pasto appena consumato, senza nemmeno spostarsi
al nostro passaggio. Ci accompagnarono girando solo lentamente gli occhi.
M.M. Università di Messina
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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