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like a circle in a spiral, like a wheel within a wheel.
Never ending or beginning, on an ever spinning wheel ...
As the images unwind like the circles that you find
in the windmills of your mind.
Alan Bergman
dalla colonna sonora del film ‘Il caso Thomas Crown’
Prefazione
La memoria si articola in due separati contributi: il primo affronta il
nodo teorico di una diversa classificazione logica dei processi di azione
in situazioni di criticità locali, il secondo prende in considerazione
il problema della riqualificazione specifica che l’utente attua
nell’utilizzazione di organismi, manufatti e componenti delineati
indipendentemente dalla sua volontà.
Conoscenza e riconoscibilità
Rosario Giuffrè
La conoscenza e la riconoscibilità sono come lo svolgersi di una
spirale, un avvolgersi su se stessi senza fine costruendo immagini che
si svolgono nella mente come parole che si rincorrono, come la volontà
di immaginare una certezza, una circolarità, da parte di chi è
coinvolto in una situazione di disastro. E più la ruota della modificazione
si svolge, più il soggetto cerca e si inventa riferimenti, oggetti
fermi nella memoria, costruzioni sicure nella loro firmitas urbana, possibilità
di evocare e mantenere certezze fatte di cose.
Così il problema non è più soltanto di disporre delle
soluzioni tecniche compatibili con le condizioni locali, temporali e spaziali,
ma anche di potere con sicurezza fare ricorso a progettualità che
confermino le eredità culturali dei luoghi, dei processi ordinari
di vita, delle tradizioni di relazioni fra persone ed oggetti, fra costruzioni
e modi di costruire, fra materie e sensazioni tattili.
Il disastro non è quindi l’evento naturale
improvviso o improvvidamente non previsto, la perdita di beni e di persone,
ma più ancora lo smarrimento locale, la non più garantita
riconoscibilità di cose familiari, la impossibilità di evocare
ed utilizzare ancora i processi abituali del vivere e del trasformare.
Il disastro non è la semplice calamità naturale,
ma anche il susseguirsi di eventi imprevisti che ci privino di certezze
di riferimenti, di scenari su cui proiettare le attese, o per cui credere
che le immagini della mente siano hard phoenomena.
Non sono le crisi emergenti che fanno evidente un fenomeno, né
le catastrofi sono il punto topologico di discontinuità fra l’andamento
corrente di un processo e la svolta incontrollabile: basti pensare all’assurdità
della condizione di New Orleans riportata tutta su Kathryn, mentre il
disastro era ed è da rileggersi nella genesi stessa dell’insediamento
e nella sistematica incuria del rapporto di convivenza fra l’orgoglio
degli uomini e la capacità attiva della natura.
Il rapporto fra l’uomo, il suo insediamento, e la natura è
una progettazione continua di cui fanno parte anche gli eventi catastrofici,
non la cultura del soccorso, per quanto umanitariamente spontanea.
La permanenza e la stabilità non sono caratteri fermi di un luogo:
la riconoscibilità è la chiarezza concettuale della necessità
di fasi di passaggio, di instabilità del sistema che tuttavia continua
ad essere riconducibile ad un quadro di appartenenze.
La difficoltà di agire in condizioni di disastro è proprio
nella estrema delicatezza di comprendere il punto di discontinuità
e di ricondurlo a nuove forme correnti, potremmo dirle abitudinarie.
Altre volte ho avuto occasione di dire che le strutture storiche non esistono
da sole, ma soltanto perché riconosciute: the historical presence
does non exist on their own but it exists if understood’ (da: ‘Cultures
and shapes of the built civilitation’, 2005, Rubettino).
La firmitas non è la capacità di resistere intatta nel tempo
di una struttura materiale, di una architettura, di un assetto territoriale,
ma è la capacità di offrire prestazioni conformi ai requisiti
programmati per il tempo programmato. È una qualità relativa,
e come tale va progettata insieme con i possibili interventi connessi
ad eventi fuori paradigma.
Vanno cioè previste le classi di parametri e le categorie di indicatori
che rendono sicuro l’agire emergente e riconoscibile la morfologia
di questo agire, un poco come per le tecniche nuove di restauro che mantengono
leggibile la fascia di intervento.
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Ernesto Maria Giuffrè, Edda Blu
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Ernesto Maria Giuffrè, Ita Marghe |
Emergenza e criticità
Sostanzialmente bisogna ripensare esattamente al significato di questa
fascia di intervento che deve contenere la possibilità dell’azione
in tempi fissati, la certezza della risposta in riferimento alle diverse
categorie di domande e quindi di comportamenti tecnici in condizioni estreme,
la conoscibilità del tempo di fruizione accoppiata a localizzazione
culturale.
Tutto ciò comporta un progettare con metodologie nuove, considerato
anche che il ‘disaster’ non è sempre una calamità
naturale, né si manifesta in omogeneità di luoghi (e quindi
di clima, habitat, morfologia, etc..), né postula altrettanto omogeneità
di interventi e disponibilità al contorno. L’impatto dell’evento,
dunque, non può avere programmate
risposte da una tradizionale logica di produzione a deposito o a catalogo,
né può far ricorso a risorse materiche fissate o uniformemente
disponibili, essendo carente, anzi non prevedibile, proprio la domanda
e la sua definizione complessiva. In questi casi è lo scenario
temporale e spaziale improvviso che costituisce la memoria e la ragione
del progetto, non nato per interazione fra esigenze, requisiti e prestazioni.
I tempi della tecnica e quelli della natura, come li chiama Le Goff, non
convergono e non possono convergere, anche perché, spesso, sono
non coerenti già i tempi della tecnica, sia perché causa
essi stessi dell’evento, sia perché non finalizzati allo
spettro di domande improvvisamente emergenti.
Più che di emergenza, infatti, si dovrebbe parlare di criticità.
L’emergenza richiama una circostanza imprevista, improvvisa, che,
appunto, emerge dalla linearità dello stato consueto e dalla forma
corrente di un assetto, a motivo di sovrapporsi di azioni rispetto al
quadro esistente: anche un concerto particolare, un evento sportivo, una
sommossa particolare sono emergenti.
La criticità, invece, prospetta una situazione non lineare, che
si manifesta localizzata e riconoscibile, che richiede tuttavia cure e
specificità proprie di intervento, ossia non generalizzabili né
in ragioni né in modalità conformi, vuoi per classificazioni
diverse dell’evento vuoi per territorialità del suo essere:
si pensi ai recenti sconvolgimenti dovuti allo
tsunami o agli sconvolgimenti nell’area di New Orleans già
citati.
In questi casi si deve parlare di criticità, pensando proprio alla
definizione di punto critico dei fisici: un luogo in cui un fenomeno manifesta
una variazione di stato e di configurazione, non perdendo tuttavia la
sua connotazione.
Se così è, dunque, è necessario pensare a categorie
d’intervento che non siano standardizzate per serialità di
prodotti, ma siano assemblabili per finalità morfologiche, sia
locali che culturali.
Ritorna qui alla mente il tema del cerchio che si avvolge a spirale, una
ruota dentro una ruota, un assetto entro una configurazione di assetti
già esistenti e alterati, ma non perduti: metodologicamente bisogna
ripensare a sistemi e processi la cui forma d’uso finale non sia
prederminata, ferma come ipostasi estranea alle qualità fisiche,
materiche, culturali locali, ma in grado di ‘accordarsi’ con
esse.
Si è anche parlato di proprietà transitive dei componenti
disponibili, nel senso di possibile trasferimento fra gli enti tecnologici
delle qualità all’interno e fra diverse categorie di unità
tecnologiche: resta sempre il problema di chi riceve ed è destinato
ad usare spazio ed oggetti, organismi ed arredi, forme e tecniche: è
qui che risiede la vera criticità.
Spesso accade che l’emergenza diviene luogo di emergenze inaccettabili
dai destinatari, come è accaduto, e verificabile da tutti, alla
Gibellina nuova, tanto nuova da non essere accettata dagli antichi abitanti:
il modello è sovrastrutturante rispetto alla struttura consolidata
preesistente. La criticità viene ad essere infrastrutturale, nel
senso largo di invasività, di pervasività tecnologica e
linguistica rispetto all’assetto organico precedente, quand’anche
non eccezionale. Non emergente.
Transitorio e temporaneo
In altre occasioni, ormai risalenti a qualche decennio fa, ho parlato
di opportunità di introdurre una categoria di valutazione degli
organismi e degli habitat dell’uomo, che definivo del degrado programmato,
prospettando una previsione tecnologica di decadimento - technological
forecasting - che disegnasse in anticipo situazioni di crisi, possibili
tecnicamente allo stato e compatibili con il quadro culturale dei luoghi.
Una manifesta antinomia fra la necessità del persistere e l’ineluttabilità
del variare, entrambi coesistenti.
Tutto ciò si riferisce alle abusate definizioni che si richiamano
ogni volta che si parli, o ci si scontri, con un evento disastroso: è
un evento a cui si fa riparo con fenomeni e azioni concrete temporanee
o transitorie?
Un evento temporaneo ha dentro di sé il concetto di provvisorio,
di precario, di non stabile. Si tratta cioè di un evento, e delle
relative azioni, che si dovrebbero segnalare per una durata limitata nel
tempo, per una curva fortemente ascendente ed altrettanto velocemente
ricadente. Indubbiamente con questa immagine possiamo descrivere l’impatto
che un sisma produce, che un maremoto determina, che un mega evento sportivo
segnala, non tuttavia il seguito di evidenze che ne conseguono: i segni
che restano purtroppo, spesso, non sono limitati nel tempo e la loro incidenza
si scarica sulle configurazioni dei territori, siano essi di città
o di paesaggi, ma ancora di più sugli usi e costumi, sulle forme
relazionali, sulle mediazioni antropiche.
E allora, proprio al fine di calibrare le modalità di riequilibrio,
dobbiamo pensare ad una definizione di transitorietà: l’evento
e le sue azioni sono destinate a passare, esse disciplinano la fase di
passaggio da una di regime ad un’altra per variazioni di condizioni.
L’evento transitorio è l’immagine di una evoluzione
dinamica verso una fase di nuovi equilibri: le azioni da compiere sono
provocate dal disequilibrio omeostatico del sistema ma devono tendere
a formare un ricomposto equilibrio.
A tutti è noto il fenomeno di biologia molecolare di traspostasi,
di quel processo, cioè, di trasposizione di tratti di DNA da un
punto all’altro del genoma: bene l’azione di intervento in
caso di calamità deve configurarsi come traspostasi, essendo un
trasferimento senza perdita di qualità gnomiche, ossia utilizzando
modelli operativi che trasferiscono
assetti senza perdere qualità specifiche. Che è poi quanto
chiedono le popolazioni colpite da disastri, siano essi calamità
naturali - spesso prevedibili - o accidenti civili - sempre prevedibili!
Resta il dilemma se le operazioni di riequilibrio, istantanee o perduranti,
possano o debbano essere riconducibili alle forme e ragioni iniziali di
un luogo, e, se sì, come.
Reversibilità di prodotto e di processo
Il concetto di transitorio porta con sé quello di trasformazione:
ambedue non sono un giudizio di valore, rappresentano piuttosto il riconoscimento
dell’ineluttabilità di uno stato. Nessun organismo è
vitale se non soggetto ad evoluzione, a trasformazione: gli stessi sismi
sono l’evidenza di una vitalità del nostro pianeta. Il problema
è come prevederli e come governarne le fasi, come ricondurre gli
equilibri interrotti alle condizioni iniziali.
Se si accettano indifferentemente i concetti di adattabilità e
di attività è semplice ricondurre tutte le operazioni istantanee
e diffuse a cognizioni di decostruttivismo costruttivo. Una volta che
sia compiuta l’operazione di pronto intervento sull’emergenza,
o sul punto di criticità, è sempre possibile neltempo successivo
di ritorno alla fase corrente,
ripristinare gli assetti e le morfologie iniziali.
Sappiamo, invece, che non è così, sia per ragioni fisiche
(si cita l’entropia di un sistema, non sempre a ragion veduta),
sia per ragioni etnicoantropologiche: la reintegrazione di un sistema
ambientale alterato dalle azioni del disastro, in tutte le sue estese
accezioni, non ammette la reintroduzione di un nuovo ciclo, sia formale
che produttivo.
Il fall out di questo processo è dannoso al regime culturale dei
luoghi come al governo dei processi manifatturieri. È assolutamente
inconcepibile che si possa far ricorso allo stoccaggio di forme organiche,
al reimpiego continuo senza considerare fenomeni collegati all’uso,
alle regole di vita, ai trasporti, all’invecchiamento, alla discontinuità
di risposte delle materie in condizioni di disomogeneità di contesti.
La reversibilità, quindi, non deve essere di prodotto ma di processo,
non di impiego strutturale ma di riutilizzazione riconnotata, ossia ogni
volta riformulata in adesione alle caratteristiche locali. Il ciclo di
vita, il Life Cycle Analysis, è dunque connesso a processi di preproduzione
programmata e di preprogettazione per minime unità tecnologiche,
con spettro di impiego non chiuso, espresso e costituito per frontiere
aperte, assistito da impiantistica passiva, disponibile a farsi carico
di qualità sopraggiunte, aleatorie rispetto al programma iniziale,
ma in sintonia con il background locale.
In questo caso la durata dell’oggetto-organismo, quale che sia la
scala, è finita, mentre il ciclo di vita delle minime unità
ha una durata appropriata.
Non si può immaginare un prodotto confezionato per qualsiasi latitudine,
un non-luogo per non luoghi, ma una legge di formazione di organismi capaci
di recuperare, anche in situazioni estreme le qualità che rendono
un contesto riconoscibile agli abitanti e riappropriabile, un sistema
di oggetti a risignificazione continua, determinata dagli
stessi utenti. Non serve quindi un sistema di intervento per organismi,
ma una legge di archivio virtuale aperto, a cui accedere secondo stato
e forme, in accordo con usi e costumi evolutivi, così come chiarisce
la parte successiva della memoria.
Utilizzo degli oggetti in situazioni di emergenza
Ernesto Maria Giuffrè
L’oggetto prospetta nuovi usi
Le situazioni di emergenza, come si è precedentemente delineato,
inducono a molteplici e repentini, improvvisi cambi di contesto e di necessità
da parte dell’utente, sia per stato di necessità, che per
obbligo di ri-ambientamento. La memoria dell’utenza agisce dunque
fortemente nel riappropriarsi di un insieme di manufatti, altrimenti definiti,
per ricondurne l’interpretazione alla costanza della storia personale.
Sostanzialmente nell’emergenza, gli oggetti si utilizzano in maniera
impropria, attribuendo loro requisiti e prestazioni non coerenti con la
genesi oggettuale, ma costretti dal bisogno emergente ...
Dunque è fondamentale che l’oggetto, qualsiasi sia la sua
grandezza conforme, sia disponibile ad accogliere, aprendosi a esigenze
non preordinate e neppure progettate: si apra, cioè, a prospetti
inediti e a nuovi utilizzi.
Nei tempi lunghi queste opportunità sono sostanzialmente riscontrabili,
anche se con grandi resistenze degli utenti e dei manufatti. Più
complesso è il fenomeno di prima fase, soprattutto nei primi momenti
dell’emergenza, quando è ancora difficile il rapporto dei
soggetti con la realtà nella sua durezza, e quando forte è
il senso di estraneità fra
il complesso delle situazioni e la consolidata configurazione del vivere
storicizzato.
Dunque non è solo un discorso di flessibilità d’uso,
ma anche di progettazione di artefatti, di sistemi e componenti costituenti
gli assetti provvisori, in transizione, in modo tale da consentire, e
forse da costringere le persone a trovare nuove soluzioni conformi.
Importanza della definizione della fase di uso dell’oggetto Lo scenario
che si presenta in condizioni di disastro oltre al crollo fisico dei sistemi
strutturali ed infrastrutturali, personali e collettivi, si manifesta
per la forte dissonanza fra le qualità consolidate degli oggetti
e la rinnovata definizione dei supporti offerti.
Manca, cioè, quella forma di progettualità di utilizzazione
che si consolida nel rapporto continuo e diretto fra l’oggetto e
l’utilizzatore, forma e manifestazione di linguaggio che determina
il riconoscimento ed il posizionamento del singolo oggetto - artefatto
- all’interno di un progetto inconsciamente autovalidantesi delle
forme d’uso e degli impatti con la quotidianità.
La principale perdita, in questi incresciosi momenti, è forse anche
rappresentata nell’impossibilità di riconoscere lo spazio
e il quadro tattile del quotidiano, rappresentato in fine, proprio dal
formarsi di una sinergia fra oggetti, utenti e formalità d’impiego.
La qualità dell’oggetto
Esiste, difatti, una qualità che si forma con un processo continuo
legato alla variabile utilizzazione degli oggetti, e che va ad insistere
sui processi di modifica e di conseguente valorizzazione degli spazi,
alle diverse scale in cui si pongono gli artefatti.
La definizione dell’oggetto nel tempo comporta una differente significatività
degli oggetti, i quali, proprio dalla loro utilizzazione ridefiniscono
la loro struttura connotativa, e quindi le specifiche forme e modalità
qualitative. Essi, in fondo, contribuiscono sostanzialmente a dare la
misura degli spazi di vita, misure che la calamità improvvisamente
azzera e disperde, come valori fisici e materici, e come virtualità
culturali.
La qualità complessiva dell’artefatto, d’altra parte,
deriva strettamente dal rapporto fra l’uso dell’oggetto e
la sostenibilità delle specifiche prestazionali: essa quindi è
una proprietà relativistica, non assoluta e costitutivamente legata
alla variabilità interpretativa e fruitiva dell’artefatto.
Questa condizione di simbiosi elettiva fra gli oggetti e gli
uomini viene ad essere improvvisamente annullata, dispersa in una visione
di disordine di rapporti, negazione di una continuità civile già
radicata.
La progettazione dell’uso degli artefatti
Se dalla semplice constatazione della perdita degli oggetti minimi della
vita quotidiana passiamo ad affrontare la determinazione degli enti componenti
la struttura abitativa nel suo insieme, proprio per consentire una fase
di transitorietà guidata dal momento della crisi acuta a quella
della formalizzazione del fenomeno, risulta fondamentale che la progettazione
dell’uso degli artefatti, di questi componenti della nuova e provvisoria
realtà, si debba esplicitare attraverso la definizione di una serie
di norme di indirizzo che ne ‘disegnino’ il comportamento.
Ciò vuol dire far sì che un oggetto non solo sia in grado
di fornire le prestazioni richieste in fase di progettazione, ma abbia
in sé proprietà proprie, non fornitegli in sede di progetto,
ma derivanti da tutto il suo complesso, da tutti quegli elementi che gli
forniscono ciò che, con un paragone con l’uomo, potremmo
chiamare identità. Identità variabile e distintiva che,
seppure caratteristica di una classe di individui, ne consente tuttavia
l’identificazione soggettiva. È come se gli oggetti divenissero
persone affrancandosi dalla condizione esclusivamente materica per farsi
carico della domanda individualizzante di ciascuno. Si conviene perciò
che il primo sforzo debba essere quello di riconoscere le qualità
che fanno sì che un oggetto, di fronte ad una condizione non originaria,
all’evento emergente, cioè non corrispondente
ai requisiti predestinati in fase di progetto, sia in grado di rispondere
con prestazioni derivanti da caratteristiche solo proprie, non aggiuntive.
Da qui la necessità di individuare ed interpretare il percorso
costitutivo dell’elemento e scoprire la logica non deterministica
del suo farsi in uso.
Queste qualità, infatti, una volta definite, di fronte al bisogno
di inventare un nuovo oggetto per funzioni sopravvenienti o per requisiti
incoerenti, forniscono il piano logico con cui ‘disegnare’
le funzioni ‘prestanti’ oltre la logica esigenziale, contro
il rapporto sequenziale di linguaggi. Ossia il supporto alla domanda lacerante
del disastrato di ritrovare significati preesistenti e poi improvvisamente
perduti. È una logica di addizione spontanea capace di caricare
una forma già delineata di sopravvenienti virtualità, tutte
però a misura del nuovo utente e del suo spazio vitale di riferimento.
La definizione del comportamento dell’oggetto
Si conviene perciò che dovendo definire il comportamento di un
artefatto questo vada stabilito attraverso l’articolazione di una
norma di indirizzo, strumento in grado di delineare una linea guida volta
a configurare l’oggetto come un sistema complesso adattivo, capace
perciò di evolversi, adattarsi e muoversi in modo dinamico all’interno
dell’ambiente.
Uso e riconoscibilità: l’identità precaria La capacità
propria degli artefatti di trasformarsi, diviene perciò la base
per la loro riconoscibilità e condizione necessaria e sufficiente
per l’affermazione della loro identità, e di conseguenza
per la formulazione di classi di indicatori diversi per certificare la
qualità oggettuale.
Questa qualità appare essenziale per far recuperare la condizione
ulteriore di estraneamento che sopraggiunge ad eventi calamitosi e che
aggrava la situazione di disagio dei singoli soggetti, privati di riferimenti
di spazio e di luoghi, di storie e di quotidianità.
Si prefigura pertanto la individuazione e conseguente definizione di un
complesso di norme di indirizzo, che dovrebbero costituire lo scenario
di riferimento, l’insieme delle linee guida imposte al designer
per consentirgli di progettare il comportamento dell’artefatto sul
presupposto che la fase d’uso non si esaurisce nella fase prestazionale
puntuale
ma nelle molteplici interattività nel tempo, tutte immagini della
sua qualità variabile, di una reversibilità virtuale di
processo di adattabilità improvvisa. La qualità di un singolo
oggetto tecnologico, tuttavia, non deriverebbe dalla sua capacità
di fornire prestazioni differenti nel tempo, ma dalla sua effettiva interattività
ciclica, per cui gli artefatti assumono capacità qualitative e
ne trasferiscono altrettante a motivo della variabile attitudine interattiva.
Solo attraverso il ‘disegno’ di una norma di indirizzo è
possibile delineare una linea guida volta a configurare l’oggetto
componente come un ‘sistema complesso adattivo’, in grado
di variare il proprio comportamento al mutare delle ‘sollecitazioni’
esterne, ma anche capace di agire attivamente, modificando l’esistente
ed i suoi rapporti e istituendo
nuove qualità. I sistemi di componentistica disponibili per le
emergenze, quale che siano, dovrebbero pertanto essere programmati non
solo come sistemi aperti non stoccati a catalogo, ma come insiemi di manufatti
aggregabili e aperti ad assumere significati diversi in funzione delle
diversità di utenze e di luoghi d’impatto.
In questa maniera il prodotto si radica nell’esistente, ne diviene
parte attiva e integrante, diviene un ‘oggetto-quasi soggetto’
capace di porre un punto fermo, irreversibile, da cui ripartire per successive
evoluzioni e da cui far riconquistare al disastrato la confidenza con
il nuovo habitat, stavolta a lui conforme.
In questo scenario la possibilità di comunicare con l’esterno
e di evolversi risiede proprio nella sua conformazione ‘a rete’
che gli consente di mettersi in contatto con gli altri ‘sistemi
complessi’ componenti l’ambiente, quand’anche deformato.
Aspecificità, contemporaneità, continuità,
persistenza
Le categorie della norma qui definite sono perciò come delle dimensioni
prestazionali degli elementi del sistema di componenti a disposizione
del provvisorio insediamento: ad esse devono far riferimento alcune caratteristiche
fondamentali, poste alla base delle modalità attraverso cui ogni
componente, ed ogni aggregato derivante da assetti ed assemblaggi, si
rapporta con le persone:
l’aspecificità è la capacità
dell’oggetto di definire il proprio fine soltanto all’interno
della fase d’uso. Di conseguenza le caratteristiche prestazionali
non univocamente determinate dell’artefatto, non utilizzato, rappresentano
una ‘disponibile apertura’ a rispondere istantaneamente alle
differenti domande prestazionali;
la contemporaneità è la possibilità di utilizzare
nello stesso istante,contemporaneamente, uno stesso artefatto per differenti
fini;
la continuità è la capacità propria degli artefatti
di passare in modo ‘fluido’, senza interruzioni della fase
d’uso, da una configurazione funzionale ad un’altra, variando
di conseguenza il tipo di prestazione fornita;
la persistenza è la capacità di definire gli artefatti
attraverso un codice di ‘segni’, immediatamente riconoscibili
dalle persone e tali da consentire, per accostamento, la produzione di
nuovi ed inediti significati.
Conclusione
Potrà apparire incongruo, tuttavia pensiamo, che la prima qualità
da conferire ad un significativo sistema di azioni di intervento in caso
di emergenze, quali che siano, debba consistere nel dotarlo di una sorta
di personalità adattabile alle diverse condizioni di tempo, luogo
e spazio, e alle variabili e mutevoli domande degli improvvisati utenti.
Dunque un modo di comportarsi che vari al modificarsi dell’esterno,
e che al tempo stesso lo condizioni.
R.G. Università degli Studi ‘Mediterranea’ di Reggio
Calabria
E.M.G. Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma
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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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