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La tendenza alla spettacolarizzazione dell’architettura,
registrata negli ultimi anni nei territori europei ed extra-europei, ha
allontanato la forma architettonica dalle sue qualità tecniche
a favore di una visione prevalentemente estetica che rilegge lo stile
contemporaneo come uno ‘stile tardivo’1 capace di disseminare
nel tessuto urbano brani di complessità crescente. Questo atteggiamento
passivo dell’architettura, orientato alla costruzione di un involucro
solista-urbano, fu argomento di discussione di diversi architetti anche
nel secolo scorso.
Nelle lettere sulla forma architettonica indirizzare a Walter Riezler
nel 1927 Mies van der Rohe si domandava se la forma fosse uno scopo o
piuttosto il risultato di un processo di formazione: ... Non è
il processo l’essenziale? Un piccolo cambiamento delle sue condizioni
non ha come conseguenza un risultato diverso? Un’altra forma?; ‘Io
non mi oppongo alla forma, ma soltanto alla forma come fine. E lo faccio
proprio sulla base di una serie di esperienze e di convinzioni che ne
sono derivate. La forma come scopo sfocia sempre nel formalismo, infatti
questo sforzo si rivolge non verso l’interno, bensì verso
l’esterno. Ma solo un interno vivente ha un esterno vivente. Soltanto
un’intensità di vita ha una intensità di forma. Ogni
come è sostenuto da una cosa’.2
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Cagliari. Zaha Hadid, Progetto vincitore
al concorso
per il Museo d’Arte Nuragica e Contemporanea. Inserimento
urbano
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Il film Sketches of Frank Gehry, per esempio,
ci descrive un architetto creatore di sogni che sembra stare bene nei
panni dell’artista a cui piace vivere all’interno di una condizione
esclusivamente estetica e meno etica. Questo atteggiamento alla costruzione
di immagini, alla trasformazione di queste in icone - capaci di divenire
in breve tempo ‘strumenti di mercato’, oggetti sorprendenti
e fantastici che tutti vorrebbero comprare - riporta l’attenzione
non solo ad un eccesso d’arte nell’architettura, ma anche
al difficile rapporto tra architetto e artista; d’altronde quando
Peter Eisenman invitò nel suo studio Michael Asher (artista concettuale
tanto importante e conosciuto nell’arte quanto Eisenman nell’architettura)
per realizzare un’installazione, l’artista lanciò un
oggetto verso le finestre dell’atelier per fare entrare un po’
di urbanità. Un gesto poco gradito ad Eisenman che inviò
ad Asher la fattura per la riparazione.
È possibile tuttavia osservare come i discorsi sulla sostenibilità
che coinvolgono le nostre ‘discipline’, la tendenza all’eccesso
di forma, siano prevalentemente rivolti al Progetto di Architettura, lasciando
vaga la trattazione nel Progetto Urbano.
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Parigi, Plaine Saint-Denis. Progetto
di sintesi del gruppo Hyppodamos ’93
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Parigi, Plaine
Saint-Denis.
Elementi strutturanti il progetto urbano |
Accettata l’oramai sostanziale differenza
tra le due forme di progettazione - che pur utilizzando le stesse competenze
sullo spazio sono soggette a differenti temporalità - l’ipotesi
di partenza della nostra ricerca è quella che riconosce il Progetto
Urbano come luogo dell’equilibrio tra permanenza e sostituzione,
un luogo in cui questa coppia oppositiva assume pieno significato. D’altronde
se questa ipotesi è verificata allora è sempre possibile
associare alla forma del Progetto Urbano ‘gradienti di sostenibilità’
per la sua capacità ad essere sempre il risultato di un processo
di formazione.
Allo Schéma Directeur d’Aménagement et d’Urbanisme
de la Région Ile-de-France del 1965 - che prevedeva la decentralizzazione
delle attività con la formazione di nuove polarità - succede
lo SDAURIF del 1994 che introduce il concetto di policentralità
attraverso il recupero di importanti aree industriali dismesse nella prima
periferia
parigina, individuando come settori strategici di sviluppo i territori
della Défanse, il sito di Boulogne-Billancourt, della Seine-Amont
e la Plaine Saint-Denis.
Questa ultima - divenuta oramai nota per essere stata l’epicentro
delle contestazioni degli abitanti della banlieue - dopo un trascorso
di tipo industriale - incentivato non solo dalla presenza nel territorio
della rete ferroviaria e fluviale, ma anche dall’assenza di morfologie
complesse - non uscirà indenne dalla crisi degli anni Sessanta
e Settanta del Novecento che porterà al trasferimento di grossi
stabilimenti industriali verso territori più favorevoli alle mutate
condizioni di produzione.
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Parigi, Plaine Saint-Denis.
Veduta del giardino lineare sull’autostrada A1 |
Parigi, Plaine Saint-Denis. Veduta aerea
del territorio della Plaine con Le Grand stade de France |
Parigi, Plaine Saint-Denis. Riqualificazione
del paesaggio lungo il canale Saint-Denis |
Nel 1983 la legge sulla decentralizzazione
amministrativa darà ai sindaci dei comuni di Saint-Denis, Aubervilliers
e Saint-Ouen, la possibilità di proporre processi di riqualificazione
urbana per questo territorio.
Nel 1991 il Sindacato intercomunale promuove il Progetto Urbano per la
Plaine, assegnando il coordinamento all’architetto Pierre Riboulet.
Il piano di sintesi - elaborato da Yves Lion sulla base di quattro proposte
differenti - offre l’immagine di un progetto che lavora con l’esistente
innescando processi virtuosi e valorizzando il territorio a partire dalle
qualità che è in grado di esprimere in termini di paesaggi,
agendo sull’infrastruttura e sulla qualità dello spazio aperto.
Si domandava al progetto la presa in considerazione del tempo e la capacità
di leggere attraverso il disegno i valori d’identità trascritti
nel territorio. Questa ‘città del tempo libero’ si
disegna a partire dalle direzioni longitudinali che l’attraversano
da nord verso sud; queste vengono interrotte da una rete di percorsi trasversali:
bracci di un sistema
complesso di raccolta e riciclaggio dell’acqua; allo spazio pubblico
si assegna la capacità di divenire armatura del progetto: la copertura
dell’autostrada A1 e il recupero del canale di Saint-Denis permetteranno
la realizzazione di giardini lineari per le promenades en plain aire.
Per l’architetto paesaggista Michel Corajoud il Progetto Urbano
della Plaine appare come una strategia che rifiuta l’apparato legislativo
per focalizzare l’attenzione nella costruzione dello spazio pubblico
e del paesaggio urbano: elementi che concorrono a costruire un’idea
di città prescindendo dai programmi e dagli elementi tipologici.
Questa forma di urbanità futura, aperta ad accogliere l’architettura,
è il risultato di un processo di concertazione e partecipazione
tra diversi attori; in questo senso la trama vegetale che uniforma e regola
lo spazio permette di ritrovare un’appartenenza comune, ma anche
un primo gradiente di sostenibilità.
1. Relazione tenuta da Peter Eisenman alla conferenza EURAU 08 Paysage
culturel, Madrid 2008
2. Mies van der Rohe, citato in Giovanni Leoni, Rafael Moneo: architettura
come architettura, Area n. 67, marzo-aprile 2003
G.B.C. Dottore di ricerca, Università degli Studi di Cagliari
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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