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Sono l’Occidente perché odio le emergenze e
ho fatto della comodità il mio Dio ... odio i bambini e il futuro
non mi interessa ... godo di un tale benessere che posso occuparmi di
sciocchezze, e posso chiamare sciocchezze le forze oscure che non controllo
... perché il Terrore sono gli altri.
Walter Siti, ‘Troppi Paradisi’, Einaudi, 2006
Appaiono brutti pannelli da qualche tempo
sopra brutti edifici anche esteticamente insostenibili, intonaci già
scrostati veneziane sghimbesce magari adornati di qualche frontoncino
triangolare e qualche cornicetta in gesso incollata su pareti di cartongesso.
Appaiono d’altronde grandi ineleganti building pseudo-tecnologici
in pseudo-pannelli e lamiere che si imbarcano e si accartocciano, e delle
vetrate ambrate non sai la termo-resistenza ma vedi-non-vedi la cafonaggine
da occhiali da sole pseudo-vippery. Di entrambi i tipi non decifri l’autore,
geometri secondo il ministro dei beni culturali e invece architetti secondo
l’ex-rocker finto anticonformista che ci cucchiamo (è ‘bravo’?)
da mezzo secolo.
Gli ingegneri more solito sono fatti salvi, forse per lo stesso motivo
per il quale gli architetti-artisti non si occupano di queste questioni,
tutti presi dall’inseguimento di patetiche cifre personali apriori
nonché dalle loro liti da pollaio privilegiato. Contro le Archistar,
soprattutto se ‘straniere’. Poi ogni tanto si verifica l’unanimistica
celebrazione-giubilazione di una ‘qualità diffusa’
forse mitizzata perché proprio nessuno la vuole.
Non la vogliono gli abitanti che non si vergognano dei loro cassonetti
o delle mutande in balcone, ma si vergognerebbero di non avere parabolica
e plasma (non è moralismo, ma prendiamo atto: di ke kz parleranno
i cellulari per mezzore intere su ogni veicolo pubblico e privato?).
Non la vogliono i produttori della costruzione perché non è
conveniente finchè non entra nelle conveniennze tecniche e finchè
il gusto medio vincente è quello dei reality e dei talkshow nazionalpopolari,
simil-piazze di simil-paesi come spesso nei centri commerciali (anche
qui niente moralismo, le posizioni del gusto sono posizioni di potere
di distinzione).
Non la vogliono gli specialisti di vario genere poiché conviene
loro vendere i loro dispositivi o trucchi o imbrogli tecnicistici quindi
magici senza stare a guardarsi intorno.
Una premessa indispensabile: considero anch’io
la questione della sostenibilità insediativa come quella centrale
dell’architettura della città oggi, però trovo inquietante
anzi erroneo il compiegato invito ‘oltre la Forma’ se malinteso:
o come possibilità-opportunità di trascuranza trascuratezza,
di mero liberatorio abbandono all’Informe (che invece è una
ulteriore categoria estetica, nascente nel Surrealismo), oppure come opportunità-possibilità
di una qualità dell’architettura risolta riduttivamente a
qualità del benessere ambientale; credo che un nuovo Vitruvio dovrebbe
anzi ridefinire la sua triade classica: firmitas, utilitas, venustas?
Credo che non sia facile, poiché - come vedremo - si deve fare
una riflessione e poi una scelta poetico-teorica intorno alla questione
in sospeso: la Tecnica contro la Natura, ovvero una Natura terza con la
Tecnica dentro, e per un Umano, magari, in trasformazione come evocato
dalle opere di Mueck o di Hirst, di Quinn o di Cattelan, dei fratelli
Chapman o della Beecroft, e la Kruger?
Mediterraneità nel Modernocontemporaneo lo declino come uno ‘stare
tra’, però mobile e sagace, capace di modernocontemporary
innovazione ed adeguatezza più che di dieta mediterranea e di regressione
nei ‘più bei borghi d’Italia’, conscio della
conflittualità complessa che le soggiace. L’insostenibile
bellezza della non-architettura della non-città?
L’insostenibile bruttezza comunque del sostenibile specialisticotecnologico,
modernisticamente succube del modello nord-occidentale così diverso
dal nostro Opaco Mediterraneo? Senza sospetti di ibridazione arabo-normanna,
di miscelante contaminazione?
E poi, avete visto che effetto fa l’esplosione di una tubatura sotto
il Chrysler, il blocco per incidente della Milano-Genova, lo struscio
metropolitano coatto di massa in via del Corso, la punteggiatura riscaldante-inquinante
dei condizionatori d’aria alle finestre sulle nostre palazze da
paese del sottosviluppo mediorientale di macerie macerate in declino?
E però qui già sorge un ulteriore dubbio: intossicazione
da iper-sviluppo e-o da ultra-arretrata inadeguatezza? Incubo ad aria
condizionata, sicuro, ma oltre le esagerazioni è possibile pensare
futuribile una naturalità naturans? Ciclicamente riemerge ‘a
monnezza a Napoli, e allora ripensi a ‘Il ventre di Napoli’
scritto da Matilde Serao alla
maniera di Zola nel tardo Ottocento - gli sventramenti della città
fisica non bastano - (ma non sono comunque utili?) - la sostanza vera
è la Miseria come premette Scarfoglio - e magari ritrovi Kaputt
e La Pelle del tremendous Malaparte su cui Raffaele La Capria, beato lui,
veleggia con invidiabile poetica leggerezza.
Tuttavia: da una parte mi interessa che il
sostenibile si faccia materiale poetico, come dicevamo una volta, per
una intenzionalità estetica per quanto possibile sintetica, come
sempre diversamente da sempre (qualche esempio potrebbe essere utile -
certo manierismo di insostenibile retorica sostenibile già è
insopportabile); dall’altra parte considero il sostenibile un pezzo
della complessiva questione della vecchia ‘forma del territorio’.
Al cui proposito dobbiamo infine scegliere una qualche via appropriata
tra il modello della ‘città americana’, che George
Steiner denomina ormai cino-americana, e il modello però all’indietro
del paesaggio storico all’italiana, la ‘città europea’
delle strade e dei caffè, dei tessuti e delle piazze con i nomi
degli uomini eminenti ... che da solo non ce la fa ed anzi ci trascina
all’indietro nel velleitario pasticcio posticcio, l’ibridato
male. Finte figure storicistiche di plastica surrogano un Environment
che non c’è più, anzi è comunque intossicato
da una ultra-tecnologia soggiacente, e mascherata, magari turisticamente?
Del resto la crisi di quella città era già esplicita nell’Uomo
senza qualità ... nell’Ulisse ... era già declinata
dalle contro-utopie critiche e sardoniche della Naked City di Debord della
New Babylon situazionista, nel Monumento continuo di Superstudio ... nella
Città del cattivo prigioniero - guarda un po’ ?! - del giovane
Rem ... prima di OMA office
metropolitan architecture e di AMO architecture media organization; ed
ora è raccontata con metafore ironiche dagli MVRDV con la città
ricostruita sugli ammucchiamenti dei rifiuti o con la Pig City dove le
torri con vegetazioni e terrazze sbalzate come in un club-sandwich servono
ad accumulare, stratificare, accatastare i maiali, intesi come materiali
pro-duttivi-ri-produttivi, piuttosto che gli umani, come sembra equivocare
qualcuno a Milano ... occorre davvero comprendere la portata smisurata,
abissale, paradigmatica del Gioco d’azzardo che stiamo incontrando.
Quanto e come possiamo considerare quelle contro-utopie anche indicazioni
di prospettiva, almeno descrizione e decifrazione delle condizioni urbane
da affrontare, risolvere, rimodellare (ri-descrizioni metropolitane di
Roma città mediterranea mostravano come la città eterna
per l’appunto sia ormai una non-città metropolitana diffusa
anche con enormi sprechi di territorio e nel grumo centrale una città
a bolle e crepe, e vuoti e crepacci, tutta da riconfigurare)?
Credo che allo scopo sia utile un volumetto di Aldo Schiavone, ‘Storia
e Destino’, che mi ricorda il Progetto e destino di G.C. Argan e
ci sollecita ad affrontare una svolta epocale che senza retoriche estremiste
si propone come post-umana.
‘... la vita è storia. Noi non siamo che sola storia. Ma
ogni storia, raggiunta una certa massa critica nel proprio accumulo ...
appare ... come la rivelazione di un destino ... elaborato dalla forza
stessa dell’accaduto; l’espressione di una tendenza non più
arrestabile in quel quadro ... Qui siamo arrivati, e qui, letteralmente,
dobbiamo saltare - in un vuoto abbagliante’ ... La civiltà
della tecnica ha spiazzato il resto della nostra civiltà ... c’è
tutto il disagio della nostra epoca ... la perdita della storia, azzerata
dalla rapidità onnivora dei cambiamenti; l’oscurarsi del
futuro; l’eclisse del pensiero dialettico ... la stessa diffusa
percezione della tecnologia come una minaccia prima che un’occasione
... il rischio non verrà dalla potenza della scienza e della tecnica,
ma dall’incapacità della forma attuale del mondo a contenerla
ed
elaborarla, e a non lasciarsene semplicemente travolgere’. Ecco,
sostenibile come modo di affrontare-risolvere con consistenza la questione
mitizzata negativamente della tecnica. Non modalità ulteriore per
sanarne le piaghe sfuggendole.
Oggetti singolari in Paesaggi metropolitani:
questo inevitabilmente il dilemma di partenza. A partire dall’Intorno
alla nuda pietra archeologica, oppure-eppure partendo anche dalle nuove
figure della densità e dell’altezza di torri ovunque pervasive
in varie formazioni, oppureeppure facendo leva sulle più aggiornate
notizie sul Paesaggio metropolitano,
più o meno metaforicamente inteso?
Per descrivere la strana moltitudine di fenomeni
di ‘territori e culture metropolitane’ di cui capita occuparsi,
voglio elencarvi qualche mio recente lavoro.
Sembra sospeso al momento quello per la rivista
Gomorra, di cui ho citato il sottotitolo; Massimo Ilardi ha in stampa
una antologia del decennale, che ha titolato ‘Una rivista strana’,
così strana da sentirsi a disagio in Veltrusconia? ‘Ho sognato
paesaggi verdi ...’ .
Berluscopoli era in costruzione una delle
prime mie volte proprio al Seminario di Camerino, Alberto Abruzzese aveva
scritto un libretto che spiegava ‘perché Berlusconi ha vinto’
(pochi allora vollero-seppero capirlo, malgrado nei paraggi ‘il
manifesto’ pubblicasse una intera pagina di esegesi sulla astuzia
metodologica di Milano 2), il Mulino Bianco era il tormentone corrente
a partire dall’invasione degli spot pubblicitari nei quali il ‘verde’
allagava le città storiche (la natura non ammette vuoti ...) e
arrivando alla profezia autoavveratasi per cui la Gente andava nei weekend
a visitare il Mulino Bianco ‘reale’.
S. Zizek scriveva intanto parafrasando Matrix ‘Benvenuti nel deserto
del reale’ - complicato, lacaniano, ma illuminante - e in seguito
io organizzavo il Convegno ‘Desertificazioni Metropolitane’.
Intendevo due cose più una: la desertificazione concreta delle
plaghe extraurbane planetarie, ma anche italiane tra un agriturismo ed
un’area protetta ed una tropicalizzazione; la diametrale desertificazione
del ‘centrostorico’ (tutto attaccato come un marcatore pubblicitario)
addobbato-mascherato-estetizzato come un facsimile del postmoderno
pseudostoricista citazionista (chi cita chi ormai in questa ‘art
after art’ impazzita?), ma anche al fondo la soggiacente desertificazione
dell’umano contemporaneo (che però è un materiale
delicato da trattare, infatti, mi stava sfuggendo, animo umano, o anima
magari? Il male di vivere e magari il male oscuro si annidano soggiacenti
alle difficoltà politiche delle antroposocialità delle politicoeconomiche
in questo ‘universo amministrato’).
Oggi il nostro Sindaco nazionale ha proposto
sui grandi schermi nella parete alle sue spalle varie gigantografie di
Paesaggi Italiani evidentemente come vorrebbe ottenerli, il profilo di
un centrostorico con qualche campanile e qualche torre, una valle verde
come quella marca di scarpe con nessun elemento di disturbo come in quella
pagina pubblicitaria con una ed una sola automobile di lusso su una strada
sensualmente sinuosa, ragazzi che si amano ... insomma un paessaggio italiano
scelto per bellezza armonica stereotipa e per mancanza di conflitti di
quelli endemici per la metropoli diffusa del modernocontemporaneo.
Vorrei sbagliarmi, nemmeno una periferia. ‘A partire da paesaggi
sporchi ‘ è un mio titolo di qualche anno fa per il Convegno
nazionale sul paesaggio, e voleva dire che non solo occorre prendere le
mosse dai reali paesaggi ulcerati della contemporaneità ma perfino,
forse, identificare nuove forme di categorizzazione capaci di far appartenere
ai Nuovi Barbari non solo di Baricco modalità inedite - ibride,
contaminate, o simili - di estetica dei Paesaggi Metropolitani.
Il bello è che la ‘città
eterna’ di Rutelli e di Veltroni corrisponde ad una idea di realismo
molto più aderente alle Invasioni barbariche, e semmai sbaglia
proprio quando intende usare la Nutella per addolcire la pillola, ammiccare
al buon cittadino o forse al turista intelligente, non per caso, mentre
da una parte accoglie come niente fosse i veri Mostri Metropolitani di
Zaha Hadid e di MAXXI e MACRO lotta di giganti e speriamo di Koolhaas,
di Fuksas e, scusate, di Meier o di ABDR, e dall’altra invece lascia
avanzare quello sciatto o trasandato metropolitano che è sempre
il suo carattere pertinente, insieme al recupero né buono né
cattivo ed al modernetto ambientato che costruisce la vecchia alleanza
di sempre tra Comune e Soprintendenze.
Comprese le eccezioni strategiche. Qualche esempio non guasterebbe.
Per conto mio, mi sto occupando di varie cose
molto differenti, ma forse la mia evidente schizofrenia può esserci
utile a comprendere la complicatezza del mio mondo percepito, dalla quale
spero derivi.
Ho in corso di stampa due ricerche con i titoli ‘ Moderno Modernocontemporaneo
Contemporaneo’ e ‘Roma città mediterranea’ -
ai ‘Mediterranei’ avevamo dedicato più che un numero
di Gomorra - che già annunciano qualche contraddizione e conseguente
possibilità di misinterpretazione.
‘I nuovi giganti’ è il titolo provvisorio del secondo
volume sui Grattacieli, cui sto lavorando visto il successo del primo,
e relativamente anche dell’antologico ‘Scolpire i cieli’:
i Giganti erano quelli dei Nuovi Principi moderni di New York e Chicago,
questi vogliono essere i Grattacieli più attuali, quelli che fioriscono
come i cento fiori più belli e più monstre che prima nell’Occidente
ormai anche o soprattutto Estremorientale dopo la distruzione nel 2001
delle Twin Towers.
Per uno strano dizionario della Biennale di Venezia ho scritto, grazie
alla stimolante provocazione di Franco Purini, le voci Consumo (ovvero
quanto ci fa bene ... mentre ci fa male, e quanto sia peggiore il suo
contrario) ed Ecomostri (ovvero quanto non siano i miei Mostri Metropolitani,
e quanti danni comunque arreca il buonismo della distruzione ambientalista
fanatizzato politicamente).
Per l’ANCSA (ma: che fine hanno fatto i centri storici? Mi hanno
chiesto per un’intervista, mentre su un sito trovavo il titolo polemico
Centri storici, facciamola finita!) mi sono occupato della qualità
degli spazi pubblici urbani, e mi sono allarmato ancora una volta per
la strada lastricata di buone intenzioni (apparenti) che conduce nell’inferno
del kitsch simil-storicista e nel posticcio pacchiano, ma soprattutto
per la proporzione inversa che mi è sembrato legasse i progetti
di buon uso pratico-turistico degli spazi pubblici per attività
sociali difficili da digerire e quelli viceversa dove l’intenzione
artistica dell’autore prevalesse tracotantemente polemicamente sulla
socioantropologia contemporanea, o meglio contrapponesse un’opera
d’arte altrettanto schizzata e senza senso positivo che non fosse
il gioco linguistico.
La piazza di Vinci di Leonardo da Vinci realizzata
da Mimmo Paladino
...
Però per un master e per un workshop - non si negano a nessuno
- mi sono ri-occupato della Mediateca di Nimes, e lì c’è
un’altra strada per l’esistente ... come c’è
per piazza Mancini a Roma.
Mi sono occupato di Architettura dello Shopping,
ed ho avvertito che mentre ci limitiamo a celebrare ancora la antica ‘porosità’
della città di Walter Benjamin & compagnia cantante del passaggio
di secolo precedente, il passaggio di millennio ci sta portando innovazioni
violente cui non vale opporsi volontaristicamente, che vedono il privato
nemmeno più avanzato avanzare modelli più avanzati che il
pubblico non sia capace di intendere, e che hanno bisogno come il pane
della mossa del cavallo di Rem Koolhaas ancora osteggiato nel Belpaese
benchè ormai celebrato come il nuovo Le Corbusier, mentre i più
giovani già tentano di superarlo a loro volta, e noi invece ritroviamo
nostalgici l’antico Maestro dell’architettura moderna e insieme
Picasso magari, monumentale disarticolatore dello spazio proprio mentre
si
radica nel labirinto ctonio e magico mediterraneo.
Mi sono incuriosito intorno al Progetto di
Archeologia 2 (la vendetta?) che archeologi intelligenti intendono governare,
come dimenticando che l’incontro con le altre discipline, e con
l’architettura specialmente per quanto attiene l’ineludibile
questione della produzione di senso derivante dall’inevitabile messa
in scena o in cornice, avesse costituito una crescita nei confronti della
ossessione dell’archeologo rappresentata così bene dai fratelli
Savinio surreal-metafisici-postmoderni.
‘Musei sulle rovine: presentazione di una ricerca parziale’
insieme a ‘Intorno alla nuda pietra’ ed ai risultati del lavoro
di un seminario- workshop su Villa Adriana, dove ho proposto il titolo
magrittiano ‘Questa non è una Villa Adriana’ (è
una Villadriana, come la città storica è Centrostorico:
mineralizzazione mascherata, presentificazione antistorica) propongono
una possibilità di metafora inquietante (e-o perturbante?). Notizie
dalle rovine, o macerie, era un libretto di Fruttero dove come ti capita
il wc di una trattoria si trova nelle arcate eterne di una cantina della
città romana: la produzione di senso dove risiede quando la conservazione
del bene coincide identicamente con la sua messa in commercio turistico
anche in un pittoresco senza messa in scena, o messa in scena dello stesso
pittoresco precotto
senza conflitto?
Sto faticando ad allestire un volumetto di ‘Introduzione all’architettura
del Modernocontemporaneo’, posta la inquietante molteplicità
ed instabilità attuale non solo delle archistar famigerate ma dell’intero
pubblico dell’architettura, incerto tra progressioni ultra-tecnologiche
e regressioni pseudo-storico-naturaliste, e nella nostra Terra di cachi
così propenso a declinare gli invitanti allettamenti dell’architettura
architettese, accontentandosi della brutta ma libera-liberata edilizia
trans-tipologica su cui piazzare le antenne anche paraboliche per abbandonarsi
ai superiori media multimediali da società dello spettacolo, dell’immagine,
dell’infontainment. E l’Ordine degli architetti? E la troppo
celebrata Qualità diffusa, e il rapporto arte-vita quotidiana della
Modernità?
L’effetto-grattacieli - in Italia paese
della paccottiglia del trovarobato della illusoriamente classica nobilitudine
orizzontale - è bizzarro perciò significativo.
Osteggiati dalla cultura ufficiale, high e obviously left, degli architetti
accademici o tradizionalisti, ed ovviamente dalla sotto-cultura iperpolitca
ambientalista, essi riappaiono puntualmente nelle forme delle scenografie
o delle pubblicità ... magari come in Celentano rockpolitik come
contrapposti dialettici della main street con casuccie e botteguccie in
primo piano ... ma chi regge chi? Figurativamente, e simbolicamente?
Pian piano, con regolare ritardo ed abbassamento - è il caso di
dirlo - e con improbe fatiche retoriche per il consenso popolare e con
le strutture politico-amministrative, i migliori si affacciano con le
loro proposte, qui una torre di centocinquanta metri solo residenziale
ben strana per Roma nuova-centralità ... però: forza Franco!
lì con un
ammicco di gioco all’olandese, il contropiede programmato per educare
il pupo dell’Isola di Milano, e ancora su un porto turistico in
Liguria -un fallo ricurvo, geme una politica leftist obviously ... - ...
e tutti si inkazzano con renzopiano che leggero e serafico piazza ormai
grattacieli dovunque ... parlandone male. Del resto ne parla male anche
Rem Koolhaas mentre alloca nelle olimpiadi di Pechino il suo mostruoso
già ridisegnato come sagomina di mostro tra mostri CCTV
Ne parlava male anche Le Corbusier in diversi modi in pià mandate,
e invece proprio dalla sua proposta modern - le architetture alte dentro
un territorio non intasato dove svolgere le attività varie delle
tre maniere di pensare l’urbanistica- occorrerebbe ripartire, prima
di aver intasato davvero tutto, dall’Etna al Vesuvio al Vulcaano
laziale. Da un
inclusivo continuo-discontinuo post-post-moderno Modernocontemporaneo.
Prima che la Terra desolata dei Paesaggi dilavati e disperanti dei film
di Matteo Garrone - Estate romana, L’imbalsamatore, Primo amore-
non trascorrano dalla loro significatività estetica (espressione
di un malessere metropolitano) ad una loro insignificanza pratica ...
la mai più davvero passibile di redenzione distesa anarcoide di
case e capannoni e capannucce e villoni ed eco-mostri iper-cafoni, magari
certo dotati di dispositivi di sostenibilità e di decorazioni kitsch
insieme alla faccia dell’architettura (quella capace di interiorizzare
e manipolare la tecnica, sostenibilità compresa, in-naturalmente!).
A.T. Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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