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Il mio stato d’animo non è mai stato così
vicino, come oggi, al celebre giudizio di Persico sul destino d’inaridire
in una ‘questione di stile’. La sua generazione si confonde
con la mia. La popolazione del mondo oggi è più di sei miliardi
d’abitanti, destinata a crescere ancora, in modo sempre più
imparagonabile ad ogni epoca passata. Non mi sembra però ci sia
un fervore di ricerche sulla nuova dimensione delle questioni dell’abitare,
delle città, dell’ambiente.
La committenza politica, che (particolarmente in Italia) sembra l’unico
tramite per l’architettura di qualità, è ipnotizzata
dagli aspetti più appariscenti della globalizzazione, come il potere
della griffe e l’impero delle comunicazioni. Al consumo crescente
dei suoli, ed alla loro trasformazione in bene scarso, non corrisponde
né una maggiore qualità urbana e dell’abitazione,
né l’efficienza dei servizi. Della politica si accentuano
le tecniche di persuasione e di controllo, di gestione del potere: mentre
sembra persa non solo la capacità di progetto, ma anche di previsione.
I nuovi paesaggi urbani sconcertano e smentiscono architetti ed urbanisti,
che per di più sembrano affrettarsi ad inforcare gli occhiali della
regressione nostalgica, del rimpianto del mondo agricolo perduto.
Non riesco a trattenermi dal gioco verbale
‘è nato prima il paese o il paesaggio?’ (come ‘prima
l’uovo o la gallina?’). Domande senza risposta, le due cose
nascono insieme, non esiste gallina senza uovo, o natura senza uomo che
l’osservi. Tra paese e paesaggio da qualche tempo si è interposto
un arbitro, universalmente accettato, la sostenibilità:
che dovrebbe governare la trasformazione, l’equilibrio tra permanenza
e sostituzione. Peccato abbia consistenza fantasmatica, neanche l’araba
fenice; proprio mentre diventa all’improvviso molto visibile (come
l’immondizia in Campania) il suo contrario, l’insostenibilità.
La trasformazione dei rifiuti in energia attraverso raccolta differenziata,
recupero ed inceneritori - termovalorizzatori è la nuova favola
che ci raccontiamo per addormentarci tranquilli. Di trasformarla, per
quel che è possibile, in progetto, se ne dovrebbe occupare l’architetto
(riallacciandosi alla lezione dell’ingegnere lecorbusiano). Ma questi,
oggi, avendo (ri)scoperto che l’architettura è comunicazione,
riesce a comunicare soprattutto la sua ambizione a diventare una star,
come Sarkozy o il Papa.
La difficoltà è accresciuta dalla scomparsa del conflitto,
precipitato nel politically uncorrect, esecrato dalla politica ridotta
a governance.
Siamo tutti sul nuovo Titanic efficacemente evocato da Marco D’Eramo?
Stiamo ripiegando le sedie a sdraio sul ponte mentre l’orchestrina
suona l’ultimo valzer (il fascino ormai assolutamente indiscreto
del kitsch, rivelato dai grattacieli dei concorsi per Ground Zero o per
l’ex Fiera di Milano, dai tre scarabei egiziani dell’Auditorium
di Piano a Roma, dalle meraviglie di Dubai ...)? Pensiamo davvero di salvare
il paesaggio toscano demolendo le villette, dove si sono trasferiti gli
abitanti di Monticchiello dopo aver venduto le loro abitazioni nel centro
storico? È davvero brutta la tangenziale di San Lorenzo a Roma?
Siamo davvero soddisfatti dello spettacolo della demolizione di Punta
Perotti (un Renzo Piano sconfessato dall’autore) a Bari? L’ecomostro
(lo dico da responsabile scientifico del progetto Paesaggi & Identità
della Regione Calabria), comincia a sembrarmi il capro espiatorio della
rinuncia al progetto.
Rem Koolhaas nel suo ultimo libro, Junkspace, riconnette le cose: il degrado,
i terrain vagues, gli invisibili (rom, immigrati ...) nascosti nelle grandi
città come il Fantasma dell’Opera nelle fogne di Parigi,
sono l’inevitabile conseguenza della bigness, della grande dimensione.
Bisogna dunque rovesciare il nostro modo di pensare, affrontando di nuovo
con lo spirito degli anni Sessanta i costruttori (che in Italia oggi sembrano
invece tenere per le palle i Sindaci, dipendenti da loro per far quadrare
con ICI ed oneri di urbanizzazione i magri bilanci) per riqualificare
le città, partendo dal recupero e dalla trasformazione delle periferie
novecentesche degradate anziché proseguire per la strada nota del
consumo del territorio. La povertà reale viene mascherata da responsabilità
e ricchezza. Mi spiego con un riferimento a qualcosa che, per la mia storia,
conosco piuttosto bene, l’effimero delle estati e delle Notti bianche.
La ricchezza, anche contraddittoria, di punti di vista diversi e di sperimentazione
degli anni Settanta, trasmessa dall’effimero di quegli anni, si
è trasformata nella promozione, dominata dal politically correct,
di immagini positive quanto auto referenziali ed anche (un po’)
infantili della propria città, dei buoni sentimenti, dei ‘valori
fondamentali’. Nel politico prevale la gratificazione del consenso
sull’ansia della scoperta, il bisogno di rassicurare sulla paura
di perdere non già quello che si possiede ma quello che ancora
non si ha.
Gli occhi che non vedono! Anch’io finisco
per tornare al grande Le Corbusier, al suo invito, valido oggi più
che mai, a spalancare gli occhi sulla realtà. Che non è
quella delle immagini mediatizzate del bombardamento televisivo (il Guggenheim
a Bilbao di Gehry o la Fiera di Milano di Fuksas viste sempre attraverso
le stesse fotografie). Galvano
della Volpe, grande filosofo dimenticato del marxismo italiano degli anni
Sessanta, nella sua Critica del gusto rifletteva sul significato dell’architettura,
ponendola a paragone da un lato con la sua celebre definizione morrisiana
(‘qualsiasi modificazione interessi la crosta terrestre’)
e dall’altro accostandola alla musica (‘qualcosa che, al limite,
non significa niente’). Mi viene in mente il nothing, il nulla,
così ricorrente nell’opera di Shakespeare. Ricordate Macbeth?
‘La vita è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore
e di strepito, che non significa nulla’. Aldo Rossi non affermava
qualcosa di diverso, nella sua Autobiografia scientifica, quando definiva
la città come la scena fissa della vita. La scena non può
sovrapporsi, con soffocante idealismo, alla libera imprevedibilità
della vita. Penso a volte di essere diventato comunista - voglio confessarlo
- per un errore (rispetto a quella che è stata la realtà
storica dei paesi comunisti), perché vedevo nel comunismo (il giovane
Marx dei Manoscritti economico filosofici), l’estinzione dello Stato
e il passaggio dal dominio della necessità a quello della libertà.
Aldo Rossi letto correttamente - come faceva un altro grande dimenticato,
il critico e storico Manfredo Tafuri - non apre le porte alla loquacità
post moderna, ma al silenzio tautologico dell’architettura.
Perché dovrebbe comunicare, infatti, se non per scambiare il suo
valore di scena fissa della vita con quello (premoderno) di scena del
principe? Scriveva il viennese Hermann Broch, comprendendo in modo straordinario
già nel 1928 l’intima natura dell’architettura: ‘qualunque
cosa faccia l’uomo, lo fa per annientare il tempo, per abolirlo,
e quell’abolizione si chiama spazio (…) si può anche
capire che a tutte le manifestazioni che si riferiscono immediatamente
allo spazio
competa un significato e un’evidenza sensibile, quali non potrà
mai pretendere nessun’altra attività umana’. Il significato
dell’abolizione del tempo attraverso lo spazio è dato da
un (lento) processo di trasformazione dei segni in forme simboliche (il
tempio, l’arco, la prospettiva come forma ordinatrice delle città).
Questo processo assorbe, trasformandola,
la memoria degli avvenimenti effimeri, della vita che vi si svolge. Non
lo si può forzare con la maldestra impazienza dei (pretesi) ‘scienziati
della comunicazione’.
Quel che vediamo nelle nostre città
e nel continuo urbanizzato che ormai caratterizza il territorio, ha probabilmente
poco a che fare con la forma. Nella storia estetica della prima metà
del ’900, ha prevalso la tendenza crescente all’astrazione
formale. Il neoplasticismo di Mondrian riduceva i colori ai tre colori
fondamentali, i volumi ai piani, negava gli angoli per la continuità.
Mies van der Rohe ne era l’equivalente architettonico. Mies e Mondrian
sono le forme più nobili, il distillato, dell’astrazione.
Quell’astrazione che Carlo Belli, in un suo fortunato quanto bel
libretto dei primi anni Trenta, Kn, poneva - con preciso riferimento a
Kandinskij - alla base dello spirito nuovo.
Fontana, Burri, Rothko, Jackson Pollock ci hanno invece riproposto - dopo
gli orrori ripetuti della guerra mondiale - l’irriducibilità
della materia (e del corpo) alla forma. L’informale non è
l’estrema espressione della forma attraverso la sua negazione, quanto
la constatazione dello scacco del tentativo di sostituire l’astrazione
alla realtà. Non c’è un metodo, non c’è
una disciplina trasmissibile con chiarezza accademica. Ci sono frammenti
che dobbiamo accettare in quanto
tali, senza illuderci di poterli rinchiudere in un sistema chiuso di conoscenza.
Questa serie di considerazioni ci propone, in modo del tutto inatteso,
una nuova responsabilità dell’architetto. Il politico (credo
mi sia permesso di dirlo, perché è un mondo che conosco
bene, nella mia natura anfibia, di architetto e studioso di architettura,
ma anche di amministratore, ex deputato, ex assessore, ex consigliere
comunale), sembra oggi attratto irresistibilmente dal mondo di Walt Disney
(ulivi, margherite, asinelli ...). È facile scambiare il clone
per l’originale. È
esemplare, a questo riguardo, la vicenda dell’intervento di Franco
Minissi per la visita (e la protezione) dei mosaici romani a piazza Armerina.
Il suo modo - necessariamente complesso, sperimentale e moderno di intervento
- è stato scambiato dal solito Vittorio Sgarbi per un mucchio di
ferri vecchi, di cui ci si poteva sbarazzare mettendo tutto
sotto un’unica cupola di vetro. Dove si dovrebbe essere precisi
- e dunque complicati - il potere politico vuole il bianco e nero. Il
compito di dire ‘il re è nudo’, spetta al tecnico,
nel nostro caso all’architetto.
R.N. architetto, scrittore, Università degli Studi ‘Mediterranea’
di Reggio Calabria
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movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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