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Un nuovo futuro
L’Architettura si interroga e lo fa, riflettendo, sulla sua stessa
Natura: la natura appunto, della Forma architettonica, della sua ‘sostenibilità’,
del suo futuro, del suo destino, in un mondo sempre più segnato
da improvvisi cambiamenti; in molti casi, veri e propri stravolgimenti
che pongono inquietanti interrogativi sulla condizione dell’uomo
nel terzo millennio.
L’architettura è divenuta altra cosa rispetto all’idea
che ci ha accompagnato per tutto il Novecento. Oltre ogni inimmaginabile
profezia.
In questi anni è cambiato il mondo, la comunicazione; è
cambiata, inevitabilmente, anche l’architettura, la città,
il paesaggio. È mutata l’idea del futuro.
Il nuovo millennio impone, un mondo di città, sempre più
‘macro’ e ‘sconfinate’, complesse e inquietanti.
Un mondo di città ‘senza confini’.
La loro immagine è tutta da inventare.
Non senza fratture, abbiamo attraversato nuovi spazi, complessi linguaggi,
seducenti forme ma, tutto, oggi, ahimè, appare maledettamente estraneo
al senso dei luoghi. L’architettura riflette la crisi della città
e, ancora una volta, rilancia la sua condizione estrema di salvezza, non
senza fuorvianti contraddizioni.
La crisi della ‘forma architettonica’
Si parte, dunque, da una condizione di ‘crisi’: la coscienza
della crisi della ‘forma architettonica’ e della ‘forma
città’. La crisi, appunto, del progetto, di una progettualità
senza valori, senza idealità, senza prospettiva né futuro.
In questi anni, c’è stato chi, in nome del progetto ha invocato
la storia; altri, invece, sempre più in nome della storia hanno
invocato il progetto. E storia e progetto sono divenuti così elementi
trainanti di un generale ripensamento metodologico-culturale, frutto di
una realtà mutata e in continuo mutamento.
Cambiato il sistema produttivo con conseguenti riflessi sulla geografia
del mondo, è cambiata la città, la sua immagine, il suo
corpo.
È cambiata l’architettura. Come poteva, allora, il progetto
restare immutato? Esaurita la sua spinta di certezze, ha finito col trasgredire
la sua stessa funzione vivendo, sempre più, una grave crisi di
identità.
Quali, allora, i segni di questa crisi e, soprattutto, quali le ragioni
profonde di questo disagio che investe non soltanto il campo tradizionale
del progetto ma coinvolge, in una nuova definizione di progettualità,
ampi settori, dall’architettura all’urbanistica, al campo
più specificatamente artistico, a quello della ricerca scientifica.
Basterebbe volgere lo sguardo alla condizione delle nostre città
per capire il grande mutamento in atto che, inevitabilmente, avrà
concrete ripercussioni
sul prossimo futuro e sulla natura stessa dell’habitat umano.
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Facciata, edificio residenziale, Napoli,
1999 |
Facciata, Eur, Roma, 2002 |
Facciata, Colosseo, Roma, 2004 |
Si impone, allora, una nuova formulazione
di progettualità, non già restrittiva di vincoli o codificazioni,
ma capace di coniugare innovazione e tutela per nuovi processi di intervento
e di trasformazione. Un ripensamento progettuale e culturale, di forte
criticità nei confronti di quell’ideologia del consumo che
ha finito col consumare le stesse nozioni di progetto, di storia, di cultura,
di ambiente, di natura, elementi essenziali e trainanti della realtà
economico-sociale e culturale del Paese.
La nuova era progettuale
Il fallimento della città moderna è, dunque, il fallimento
della modernità, del suo progetto, della sua prospettiva di sviluppo.
D’altra parte, il declino, sin troppo prevedibile, del ‘postmoderno’
e la riflessione teorica sui grandi mutamenti internazionali aprono questioni
di grande importanza per la stessa condizione umana: fra tutte, quella
di un
nuovo rapporto tra uomo e natura che influenzerà e sta già
influenzando l’idea stessa di progresso, di scienza, per un diverso
futuro.
Crollati i miti del dogmatismo e riassorbita la lezione della storia ci
apprestiamo, dunque, a vivere una ‘nuova’ era progettuale,
del tutto inedita: l’era della centralità ecologica, del
condizionamento ecologico, dell’evoluzione umana in simbiosi con
l’ambiente naturale, della creatività di nuovi spazi e nuovi
linguaggi molto più vicini all’uomo e in netto
contrasto con la negatività delle città attuali e della
loro disperazione.
Il progetto della contemporaneità
Nasce il ‘progetto della contemporaneità’: il progetto
del superamento e del rifiuto di una realtà artificiale, di un
ambiente fisico costruito su intrecci banali e speculari, lontano dai
veri bisogni dell’uomo, destinato, quindi, al fallimento e al suicidio.
L’utopia del domani impone al mondo una nuova artigianalità
- anzitutto del pensiero - che obblighi la scienza e la tecnica a una
revisione critica dello sviluppo e a un nuovo rapporto tra modificazione
e tutela dell’ambiente dell’uomo. Un’idea di sviluppo
in grado di soddisfare bisogni materiali e spirituali, ‘rieducante’
la macchina infernale del consumismo.
Una grande possibilità per tutti, architetti, artisti, urbanisti,
politici, istituzioni, di contribuire quindi, alla creazione delle nuove
città, alle città del futuro. Ma, non senza una riappropriazione
forte del ruolo e della qualità dell’architettura in realtà
oggi prive di riferimenti simbolici, di relazioni, di significati; per
rilanciare, appunto, una politica della riconoscibilità e della
identificazione in un Paese, proprio come l’Italia, dove il permanente
vuoto di indirizzo, di iniziativa e di gestione
urbana ha compromesso finanche la singolare immagine delle città
d’arte.
Non più allora scatole vuote ma ‘architetture’, giacchè
è necessario restituire al corpo della città l’anima
dell’arte e dell’architettura.
Dunque, meno corpo e più anima dinanzi alla invivibilità
dei centri urbani, alla perdita di identità dei luoghi, alla negazione
urbana.
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Cantiere/Facciata, Parigi, 1994 |
Architettura e scultura
(un intervento di Cesar),
La Defense, Parigi, 1994 |
Centre G. Pompidou, Parigi, 1994 |
Il Pensiero e la Forma
Nella storia dell’umanità il pensiero umano ha sempre generato
esempi illuminanti e significative forme di città, architetture
rappresentative e simboliche di una cultura; forme che hanno prodotto
‘pensieri’ che a loro volta hanno generato forme ‘altre’.
Ma oggi pensiero e forma non dialogano più, anzi sono sempre più
estranei, non si riconoscono, quasi indifferenti dinanzi al triste destino
di sottomissione acritica alle mode e al mercato della comunicazione multimediale.
‘Città della storia’ e ‘città della modernità’
si intrecciano sempre più in percorsi e destini paralleli, al di
là del tempo e delle barriere.
Globale e Locale divengono così i termini guida per pensare il
futuro in modo ‘plurale’; si impone la ricostruzione del senso
di una comunità proprio nel segno delle diverse memorie collettive.
Ma dobbiamo dirlo, non possiamo negarlo, non
conosciamo la nuova realtà se non concettualmente. Sarà
necessario, allora, scoprirla, e ricostruire i segni della diversa condizione.
Linguaggi multipli e territori sconfinati evocano già davanti a
noi una pluralità di segni che a loro volta rimandano ad altri
segni, a nuove grammatiche estetiche, a sempre più complesse realtà.
Occorre oggi ridisegnare il nostro presente e riscoprire il senso della
contemporaneità; rilanciare, finalmente, un futuro di città.
La città della coniugazione culturale, tra tradizione e innovazione,
memoria e futuro. Ossia la città della Contemporaneità,
espressione di un pensiero generante forme e luoghi della complessità
del presente. Una città
in cui ritrovarsi e riconoscersi senza fratture, senza smarrimento; una
città con un’anima capace di interpretare i desideri di una
comunità.
Così non è stato, in questi anni. La vulgata edificatoria
ha innestato un processo di oscurantismo urbanistico senza precedenti.
L’Italia ha perduto una grande occasione per ridisegnare e rilanciare
la propria idea di città. La sua immagine oggi è l’esatta
negazione della sua stessa storia culturale.
Rilanciamo allora l’idea di un grande laboratorio urbano, dal centro
alla periferia, in grado di esprimere disegni interpreti della grande
tradizione storica e della volontà di riconquistare, finalmente,
nel segno della continuità, valori nuovi che stanno alla base di
una idea di città.
La forma ‘plurale’
Per molto tempo mi sono interrogato; per lunghi anni ho sperimentato le
difficoltà di un atteggiamento plurale, le inquietudini di un progetto
eretico, critico, dinanzi ad una certa idea di modernità imperante,
al delirio esemplificativo dello stile e della funzionalità tecnicistica
che distruggeva e negava l’immagine dell’architettura e delle
città italiane.
Un percorso che via via è divenuto un viaggio di ricerca nei complessi
sentieri dell’arte che, per oltre un trentennio, si è nutrito
di culture diverse, di interscambi continui: l’arte, lo spazio,
la comunicazione, la psicologia, la pedagogia, la didattica, sono divenuti
per anni punto di convergenza e di conflitto ma, anche, di ricomposizione
di una pluralità di codici e di linguaggi della contemporaneità
creando un’interfaccia critica, educativa e creativa di una nuova
cultura dell’abitare.
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Entrata, Piazza Venezia, Roma, 2002
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Legni, paesaggio urbano, Rende, 2004 |
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Mimmo Rotella, ‘Affissione abusiva’
1999, ‘Archivio Miglietta’
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Fotogrammi di Fernando Miglietta, tratti dal volume
‘Lo sguardo critico. Fernando Miglietta. Un artista urbano’
edito da Abitacolo&Rubbettino 2006
Fino a quando la condizione plurale è
divenuta coscienza critica e culturale, ‘profezia’ progettuale
del cambiamento. Con attraversamenti e contaminazioni di varia provenienza,
ma tutte finalizzate a costruire percorsi di una spazialità senza
confini, aperta e dirompente, creativa e dissacratoria, sempre più
forma plurale, espressione emblematica di una cultura dai nuovi orizzonti.
Ecco allora architettura plurale, l’altra
architettura che costruisce la sua forma nella acquisione e accumulazione
di nuovi codici, di nuovi alfabeti tutti da reinventare, in un diverso
interscambio comunicativo e creativo dai risvolti imprevedibili e straordinariamente
efficaci.
L’arte, la comunicazione, il territorio, il paesaggio ritrovano
nuove possibilità dialoganti in un’interfaccia plurale che
ne esalta la sua immagine e identità altra. Condizione, questa,
indispensabile, per sconfiggere la ‘città reddituale’
e costruire, finalmente, la città plurale, la forma plurale della
città democratica, la città opera d’arte, luogo delle
culture, dell’estetica e della libertà.
Per delineare, appunto, paesaggi urbani sostenibili dove poter finalmente
costruire città nuove, ricche di storia e di futuro, di mutazioni
e continuità, di identità e culture, di umanità e
libertà.
Interrogare oggi l’architettura ‘oltre la forma’, significa,
allora, dare forma nuova ad un pensiero generante che scopra nuove categorie
comunicative con cui ritrovare autonomi percorsi di ricerca e differenti
visioni del futuro. Una forma ‘plurale’ che sappia rilanciare
l’amore per l’architettura e la città, giacché
esse contribuiscono alla formazione
di valori etici e sociali.
Davanti a noi c’è una grande sfida progettuale.
F.M. architetto, scrittore, direttore di Abitacolo
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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