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Alla città progettata, quella dei formalismi e delle
visioni architettoniche che la vorrebbero un aggregato unitario, si contrappone
l’idea di metropoli composta da un insieme multiforme che non può
più essere raccontata in un unico registro, ma attraverso le modalità
in cui territori e reti si interconnettono dandosi nuove forme di progettazione
e nuovi modi di abitare e far comunità. La metropoli si manifesta
quindi come ambiente artificiale, un mondo di oggetti costruito da altri
oggetti in cui la componente tecnologica assume il compito di organizzare
la gestione dello spazio, come la convivenza e la vita di gruppi umani
differenziati.
Il rapporto tra i termini considerati spesso antinomici di oggetto e città
è stato rappresentato solitamente da due atteggiamenti storicamente
antagonisti: da una parte l’idea della città composta da
singoli oggetti, un aggregato multiforme in cui sono le singolarità
a rappresentare la qualità, singolarità che spesso diventano
emergenze in grado di instillare una forza aggregatrice e dinamica di
altre singolarità, tra monumentalità e allestimento. Un
esempio paradigmatico tra tutti, la funzione di riqualificazione urbana
e al contempo di segnale architettonico che ha svolto il museo Guggenheim
di Frank Gehry a Bilbao.
Dall’altra, il tema del tessuto urbano come aggregato rispetto ai
singoli episodi, concetto connesso anche alla nozione di paesaggio urbano
dove la città emerge nel suo complesso come oggetto di studio in
cui evidenziare le relazioni tra parti e il valore d’insieme.
Altrettanto, può essere elaborata una terza accezione che ne evidenzia
il portato processuale/produttivo e le dinamiche sociali: la metropoli
come ambiente essenzialmente artificiale, ovvero un prodotto diretto o
indiretto dell’attività umana, un ambiente chiuso in cui
gli esseri umani vivono in un mondo di oggetti che hanno costruito essi
stessi, emarginando di fatto tutto ciò che non è artefatto.
La storia della città sottolinea in questo senso una differenza
dalla campagna attraverso una discontinuità spaziale nell’occupazione
della terra: il limite estremo dell’urbano contrapposto al vuoto
esterno ha per molto tempo significato il confine terminale a difesa da
una natura aliena non addomesticata e selvatica. L’immagine delle
mura medievali che cintavano la convivenza civile contro l’incognito
esterno o l’aggressione barbarica, ne è una efficace rappresentazione.
La città è il luogo di densa vita comune di grandi masse
umane.
L’idea di base dell’architettura
e dell’urbanistica è quello della costruibilità tecnica
del convivere di grandi masse umane differenziate verticalmente e orizzontalmente.
In questo modo l’uomo si è costruito nel tempo un mondo artificiale:
a fianco di foreste, paludi, savane, sorge un nuovo tipo di paesaggio
che è il paesaggio artificiale delle città, uno spazio in
cui vengono reinventate e organizzate le relazioni spaziali.
Con la costruzione delle città, l’uomo si contrappone come
qualcosa di diverso dalla natura, sancendo il trionfo della scala urbana
in grado di artificializzare estensivamente la superficie globale.
L’idea di organizzare in spazi ridotti la convivenza tra gruppi
umani differenziati fa emergere la nozione di tecnologia dell’urbano
per distinguere uno spazio artificiale da uno spazio, semmai sia esistito,
naturale. Così, l’idea di costruire artefatti abitativi definiti
da relazioni spaziali inventate dagli uomini, rivela un potere di plasmare
artificialmente la propria forma di vita, rideterminandone tecnologicamente
il profilo. Nella percezione, l’artificiale prende posto del naturale
come presenza dominante, nel senso che è sempre più l’artificiale
a delineare l’ambiente in cui si situa l’uomo, rendendolo
contemporaneamente tecnologico e sociale.
La città concentra l’artificio e si presenta come fenomeno
denso e compatto nei suoi strati sovrapposti di dispositivi, apparati,
strutture, prodotti, utensili. L’habitat dell’uomo si mostra
cioè come successione ripetitiva di artefatti continuamente manipolati
per addomesticare spazi sempre più ridotti, nella quotidiana organizzazione
della convivenza.
L’elemento tecnico ne diviene il fattore di unificazione sempre
più indiretto, un principio produttivo chiuso e autogenerato che
rivela le capacità dell’uomo di plasmare il proprio ambiente
e la propria vita.
Nella storia, l’opera di continua territorializzazione dell’uomo
dell’azione di addomesticamento della terra, implica la costante
formulazione di regole condivise per ridurre l’imprevisto ed addomesticare
la complessità. La città emerge, in questo senso, come il
luogo regolato da codici prodotti per sintesi artificiale, un terreno
ordinato attraverso norme sempre più universali e, quindi, rassicuranti,
una griglia di riconoscimento in cui poter identificare ed identificarsi.
A questo proposito, un esempio è l’azione normativa che hanno
svolto nel tempo le organizzazioni di unificazione degli standard, oppure
le varie normative sulla sicurezza che hanno prodotto un’estetica
diffusa che si riscontra dal particolare al generale: negli oggetti, nei
materiali, nelle forme, nelle misure. La città si caratterizza
così come un luogo istituito e quindi sicuro, igienico, sintetico,
segnalato e misurato nella ricerca prestazionale attraverso rigorosi caratteri
biometrici, un’organizzazione disciplinare esatta per la gestione
dei corpi attraverso membrane, filtri, matrici, stampi, valvole, condotti.
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L.I. Università degli Studi
‘La Sapienza’ di Roma
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La città si mostra cioè come
una successione ripetitiva di artefatti in cui l’elemento tecnico
ne diviene la costante strutturale e strutturante, un coefficiente ordinatore
che ne assimila i comportamenti e le geometrie. Forme, oggetti, spazi,
relazioni sono misurati e codificati secondo precisi standard e criteri
prestazionali: la costante tecnologica
ne diviene il coefficiente normativo in grado di contenere tutti i processi
di formazione e sviluppo della città. Ancora una volta un segno
ordinatore capace di stratificare reti e apparati tecnici e impianti per
raggiungere la condizione di abitabilità totale della superficie,
non solo nella direzione orizzontale, come vorrebbe l’estetica dello
sprawl, ma superfetando ogni volume d’aria libero, ogni interstizio
od intercapedine vuoto.
Nelle immagini urbane, le architetture non sono quasi più riconoscibili
in quanto tali, ma sono contaminate, innestate, superfetate, un’‘architettura
oltre la forma’ risultato della sovrapposizione di condizionatori
d’aria, schermi billboard, antenne paraboliche, infrastrutture elettriche
ed idrauliche. Queste presenze assenti che crescono come
graminacee sugli spazi architettonici senza accorgercene, ne definiscono
non solo l’estetica, piuttosto ne indicano quelli che sono i comportamenti
e le traiettorie sociali che si insediano nella metropoli.
Se con gli oggetti tecnici l’uomo non esercita solo un rapporto
operativo, ma anche simbolico, percettivo, comunicativo ed estetico, gli
oggetti tecnici diventano portatori di valori simbolici, di significati
culturali e sociali profondi ed è attraverso gli oggetti che stabiliamo
le relazioni che istituiamo con lo spazio, nominandolo. Il processo di
semiosi dello spazio non trascende gli oggetti e i soggetti che lo abitano,
piuttosto è attraverso di essi che ci appropriamo dello spazio,
costruendovi i significati che di volta in volta vi attribuiamo, attivando
quindi processi di ordine culturale. Artifici culturali.
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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