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Possiamo definire ecoefficiente una parte di territorio,
un organismo urbano, un sistema architettonico, un prodotto edilizio,
quando le alterazioni morfologiche, strutturali e funzionali, dirette
e indotte, del sistema ambientale, nelle fasi di approvvigionamento, produzione,
consumo e smaltimento, siano riequilibrate naturalmente o artificialmente
in termini quantitativi e qualitativi; quando siano perseguiti un’ottimizzazione
ed un risparmio dei consumi energetici (di estrazione, produzione, trasporto,
ecc.), una drastica e generalizzata riduzione dei gas inquinanti e degli
scarti, ed una attenta valutazione e preservazione delle materie prime
in via di esaurimento; ed infine quando sia al contempo garantita la salute
psico fisica degli operatori e dei fruitori in tutte le fasi, i momenti
e gli aspetti precedentemente elencati.
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Norman Foster, Swiss Re, Londra,
2003
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In questo senso l’architettura nuova
e più in generale la nuova consapevolezza progettuale per il singolo
manufatto, lo spazio urbano, il territorio, non sorgerà per revisioni
parziali e microspostamenti degli equilibri presenti nel contesto, ma
per l’intervento su queste dinamiche dirompenti, che convergono
da fronti fondamentali già richiamati all’inizio. Il primo
e macroscopico elemento di rottura è con ogni evidenza la questione
della sostenibilità ambientale.
Con consapevolezza crescente dell’urgenza e dimensioni del problema,
nella cultura contemporanea è filtrato, ormai a livello di massa,
il tema della salvaguardia attiva del pianeta e dell’urgenza di
strutturare secondo modelli diversi l’azione di esso come unica
garanzia di continuità per la vita stessa. È un processo
lento, che conosce momenti di
vistosa accelerazione quando nelle cronache ricorrenti dei disastri ambientali
giungono le conferme sull’insostenibilità di questo sviluppo
predatorio, e che sembra poi venire a lungo inghiottito dai percorsi carsici
del silenzio, o deviato sugli aspetti minuti e secondari anche se più
diretti, del quotidiano disagio ambientale.
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Norman Foster, Swiss Re, Londra,
2003
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Ma è una presenza che non può
più uscire di scena né concedere spazi alle rassicurazioni
trasversali, attivamente operanti, di chi ha interesse all’inerzia.1
Con queste parole il prof. S. Dierna inquadra in modo sintetico, ma efficacissimo
il problema della sostenibilità ambientale e delle sue correlazioni
con la progettazione architettonica e urbanistica.
Per comprendere meglio il problema ambientale occorre ricordare che non
passa giorno senza che un nuovo allarme venga lanciato dai media, per
la drastica diminuzione delle risorse naturali del nostro pianeta.
Come tutti sanno, non si tratta, purtroppo, solo di prodotti energetici,
come il petrolio o il gas, ma anche della scarsità di molti altri
minerali.
Questi elementi naturali solo in alcuni casi possono essere sostituiti
da altri prodotti, naturali o artificiali, viceversa in molti casi la
loro sostituzione è molto difficile. Su questo tema negli anni
passati, nei Seminari di Camerino, ho più volte espresso la mia
opinione, richiamando soprattutto l’attenzione dei giovani architetti
sull’impiego dei materiali naturali e in ogni caso raccomandando
l’impiego di quei materiali artificiali che richiedono poca energia
per essere prodotti.
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Rem Koolhaas, Biblioteca Centrale
di Seattle,
Seattle, 2004
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In particolare negli anni passati ho anche
suggerito di impiegare le nuove metodologie di progettazione che tengono
conto della sostenibilità e della compatibilità, al fine
di rendere il processo edificatorio compatibile con le risorse disponibili
sul nostro pianeta. Oggi dobbiamo costatare che il problema si fa ogni
giorno più grave, pertanto occorre un maggior impegno da parte
di tutti i progettisti, affinché si avvalgano di nuove metodologie
progettuali. In quest’ottica va
apprezzato il tema del recente seminario di Camerino, che stimola il dibattito,
mettendo a confronto apporti disciplinari differenti, tutti concentrati
su questo tema. Per questo dobbiamo dare ampio merito a Giovanni Marucci
per aver proposto una discussione su problematiche che l’architettura
dovrà affrontare in tempi rapidissimi.
Analizziamo le ragioni per le quali un approccio che rispetti la sostenibilità
ambientale, trova molte difficoltà ad affermarsi nel nostro paese,
che mostra un grave ritardo rispetto ad altri paesi europei. In modo sintetico
possiamo dire che vi sono almeno quattro cause principali che frenano
lo sviluppo di realizzazione di architetture realmente sostenibili, ovvero
che riducano notevolmente i consumi energetici e che siano realmente ecocompatibili.
Prima causa: dobbiamo innanzitutto rilevare
come nel nostro paese, il settore dell’industria delle costruzioni
sia ancora legato a processi produttivi artigianali refrattari all’innovazione.
Questo stato di cose è connaturato con la struttura organizzativa
delle imprese e con i suoi processi produttivi; questa accoglie l’innovazione
solo quando si è gia affermata in altri paesi o in altri settori
produttivi. A questo atteggiamento di retroguardia, concorre anche il
settore industriale che produce componenti per l’edilizia; anch’esso
è legato a processi tradizionali e poco attento all’innovazione
tecnologica, poiché essa costringerebbe ad una innovazione continua
delle proprie attrezzature e quindi ad effettuare grandi investimenti,
qualora si dovessero rinnovare gli impianti per produrre componenti ecocompatibili.
In questi ultimi anni
si assiste tuttavia a qualche timido passo in avanti nella produzione
di edifici con maggiore capacità bioclimatica passiva, da parte
di alcuni grandi gruppi immobiliari. Ciò avviene tuttavia perché
è iniziata una sollecitazione da parte dagli acquirenti che in
questi ultimi anni hanno raggiunto una maggiore sensibilità verso
queste problematiche e si informano sulle caratteristiche ecocompatibili
dell’immobile da acquistare.
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| Richard
Meier, Federal Building, Islip, New York, 1993-2000 |
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Renzo Piano, Galleria
Cy Twombly, Houston, 1995 |
La seconda causa che incide negativamente
su questo processo è il ruolo svolto dalle nostre Università
nel settore della ricerca scientifica applicata al settore dell’Architettura
sostenibile; che dovrebbero spingere in modo massiccio in questa direzione,
mentre nella realtà si registrano solo degli interventi episodici,
sia pure di buona qualità.
Il fatto che la ricerca universitaria italiana sia rimasta indietro su
questo versante è verificabile dal fatto che diverse sedi universitarie
pur avendo sentito il bisogno di istituire dei corsi in Architettura Bioclimatica
e in Progettazione Ambientale, hanno poi dovuto, in linea generale, istituire
affidamenti mediante contratto, dal momento che il corpo docente in servizio,
salvo rare eccezioni, non ha una solida preparazione in questo settore.
L’attuale sviluppo della ricerca universitaria non è ancora
in grado di preparare i docenti necessari a coprire questi corsi. Attivare
un corso di Architettura bioclimatica, spesso opzionale, non può
tuttavia costituire la soluzione al problema di formare giovani in grado
di realizzare una progettazione consapevole; credo infatti che tutti i
corsi di progettazione dovrebbero proporre un approccio orientato in questa
direzione. Si sente pertanto l’esigenza di maggiore preparazione,
nel campo della sostenibilità, di tutti i docenti di progettazione,
se vogliamo in pochi anni formare una nuova generazione di giovani architetti
capaci di operare in modo diverso dal passato.
In termini più semplici, un solo corso
di progettazione architettonica ecocompatibile non può formare
un giovane architetto ben preparato, occorre pertanto un profondo rinnovamento
di tutti i corsi di progettazione, coadiuvati in questo compito anche
da altre discipline, quali la tecnologia e l’impiantistica. Solo
così si potrà raggiungere una formazione che consenta al
giovane architetto di progettare un organismo architettonico in grado
di reagire in maniera efficace agli stimoli provenienti dall’esterno,
in grado, inoltre, di consumare il minor quantitativo possibile di energia,
sia in fase di costruzione che durante la gestione.
Va comunque apprezzato lo sforzo di alcuni giovani dottori di ricerca
che hanno cominciato ad orientare le proprie tesi di dottorato in questo
settore e dai quali stanno già uscendo risultati interessanti,
anche se queste ricerche sono prevalentemente basate su attività
teoriche, mentre il settore avrebbe bisogno di una sperimentazione applicata
a casi concreti. Purtroppo, per fare questo tipo di ricerche occorrono
risorse economiche molto rilevanti che l’università non è
in
grado di fornire, considerate anche le drastiche riduzioni di fondi che
da un decennio soffocano il nostro sistema.
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| Mario
Cucinella, iGuzzini, Recanati, 1997 |
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Zaha Hadid, LFone/Landesgartenscau,
Germania, 1999 |
La terza causa che agisce sulle problematiche
di cui sopra, è costituita dalle normative in vigore nel nostro
paese. Solo recentemente il 1° febbraio del 2007 è stata pubblicata
sulla Gazzetta Ufficiale n. 26, il Dlgs 311/06 contenente: Disposizioni
correttive ed integrative al decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192,
recante attuazione della direttiva 2002/91/CE, relativa al rendimento
energetico nell’edilizia.
Come si può capire, anche dalla semplice lettura del titolo, l’Italia
ha dovuto recepire nel 2005, con quasi tre anni di ritardo, una direttiva
comunitaria sul rendimento energetico nell’edilizia. Questo primo
Dlgs del 2005 creava più problemi di quanti ne risolvesse, tanto
che si è dovuto emanare un nuovo Dlgs, il 311, che, di fatto, è
operativo dal primo luglio di quest’anno, accumulando così
un ritardo di ben cinque anni rispetto alla direttiva dell’Europa.
Sicuramente la nuova normativa, sia pure con molto ritardo, affronta in
modo più razionale il problema della progettazione architettonica
e del risparmio energetico, tuttavia, anche questa legge non fornisce
risposte certe su alcuni punti essenziali per le problematiche progettuali.
Infatti, la legge non affronta alcuni problemi
chiave della progettazione bioclimatica passiva come, ad esempio, la ventilazione
naturale, il raffreddamento passivo, l’illuminazione naturale e,
soprattutto, la schermatura solare per le parti trasparenti dell’involucro
esterno dell’edificio; inoltre non è fissato alcun rapporto
tra le superfici opache e quelle trasparenti. Anche su altre aspetti la
legge è molto carente, ad esempio, mentre si fa obbligo che nelle
nuove costruzioni il 50% dell’acqua calda sia prodotta da pannelli
solari, per l’impiego di pannelli fotovoltaici non fissa nessun
obbligo, tanto che si potrebbe installare anche un sola cellula fotovoltaica
per aver adempiuto agli obblighi della legge.
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Richard Meier, J.P. Getty Museum,
Los Angeles, 1997
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Dominique Perrault, Complesso industriale
in Rue Berlier, Parigi, 1990
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La quarta causa va individuata nelle competenze
specifiche dei singoli progettisti che, pur se dotati di una buona esperienza
professionale, non sempre hanno una sufficiente preparazione su tutte
le problematiche che portano alla realizzazione di un edificio ecoefficiente.
Non sono rari i casi nei quali si finisce per adottare soluzioni progettuali
che, se considerate rispetto allo specifico componente impiegato, risultano
corrette, mentre se vengono considerate nel complesso delle scelte progettuali,
possono essere negative, determinando gravi carenze nel manufatto. Mi
riferisco ad esempio, all’utilizzo, per le
facciate, di pannelli multistrato di vetro a comportamento massivo, aventi
una elevata capacità di accumulo del calore e in grado di competere
con altri materiali naturali, quali la pietra o il laterizio; come i cosiddetti
PCM (Phase Change Material) utilizzando ad esempio moduli INGLAS PCM da
42 mm di spessore. Questo tipo di pannello può essere impiegato
con risultati ottimali nei paesi del nord Europa, ma se, ad esempio, esso
viene impiegato a Firenze o a Roma, occorre mettere in atto una serie
di accorgimenti progettuali; diversamente questa facciata funzionerà
molto bene d’inverno, ma sarà un vero disastro d’estate.
Per poter utilizzare questo pannello nonostante il clima dell’Italia
centrale o, più in generale, il clima mediterraneo, con risultati
accettabili in tutte le stagioni, occorre progettare con grande attenzione
delle schermature solari passive o attive, in modo da schermare gli stessi
pannelli. Senza questo importante elemento costruttivo, il risultato progettuale,
come purtroppo è già accaduto, non potrà che essere
pessimo.
Come si può vedere da questa esemplificazione, per impiegare componenti
già sperimentati non sono sufficienti le schede tecniche del produttore,
poiché esse si riferiscono ad esempi realizzati in altri paesi,
con clima diverso dal nostro; occorre viceversa una preparazione specifica
del progettista, che gli consenta di correlare tra loro tutti i comportamenti
dei componenti che intervengono nella progettazione, correlandoli con
la situazione climatica del luogo dove debbono essere installati. Un altro
aspetto poco conosciuto dal professionista non specializzato in questo
campo, è il ruolo decisivo che in molti casi possono svolgere gli
spazi bioclimatici passivi quali le serre, gli atrii bioclimatici, ecc.
Per rimuovere le cause che non consentono di realizzare una progettazione,
pienamente compatibile e una ragionata previsione sulle conseguenze ambientali
ed ecologiche; occorre una nuova cultura progettuale. È necessario
infatti, tener conto che da un lato dobbiamo salvaguardare l’esistente
e dall’altra dobbiamo poter progettare il suo sviluppo; sviluppo
che deve tener conto delle gravi conseguenze di una crescita tumultuosa
che, fino ad oggi, ha utilizzato tecnologie produttive inadeguate. Occorre
pertanto procedere in modo tale da definire con esattezza quali siano
i comportamenti compatibili con l’ambiente, inteso come un bene
prezioso; solo così si potrà realizzare un
vero progetto ambientale, in cui si ritroverà un rapporto accettabile
tra architettura e ambiente.
Mi sembra di poter affermare che, sia pure in modo sintetico, il progettista
debba tener conto di una serie di elementi che, se rispettati, possono
effettivamente consentire una vera architettura ecoefficiente.
I principali parametri da utilizzare sono i seguenti:
- basso consumo energetico, realizzato attraverso l’impiego attivo
e passivo di energie rinnovabili, quali quella solare, eolica e geotermica;
accompagnate da misure atte a limitare i consumi energetici.
Queste azioni vanno integrate con misure capaci di limitare al massimo
le dispersioni energetiche con efficaci isolamenti. Va ricordato che un
edificio realizzato secondo le tecniche attuali può consumare da
150 Kwh/mq fino a 300 Kwh/mq per il suo funzionamento, viceversa un edificio
ecoefficiente ha un consumo ridotto, rispetto ai casi precedenti, di circa
1/10. Quindi il consumo di energia di un edificio ecoefficiente può
attestarsi tra i 20 e i 30 Kwh/mq.
- Costi di gestione economicamente molto contenuti: i costi di manutenzione
debbono riferirsi sia al costo di gestione energetica della fabbrica che
alla sua conservazione nel tempo. Pertanto il costo di costruzione potrà
anche non essere il più economico, se questo porterà alla
riduzione dei costi di gestione. In altre parole il confronto costi-benefici
deve essere applicato coerentemente sia ai costi di costruzione sia a
quelli di gestione, analizzando complessivamente i due fattori.
- Impiego ridotto delle materie prime e delle
risorse impiegate nella costruzione, selezionando materiali di origine
naturale. È necessaria anche una selezione a favore di materiali
più leggeri per ridurre il peso complessivo del fabbricato, in
modo da contenere anche il sistema portante. Si tratta di ridurre concretamente
le risorse impiegate
per unità (mc di costruzione), ottimizzando quindi questo tipo
di risorse.
- Particolare attenzione progettuale deve essere posta, per quanto attiene
il consumo dell’acqua, separando i circuiti, al fine di riutilizzare
questa risorsa per altri fini, come ad esempio per innaffiare la vegetazione.
Analogamente vanno eliminati tutti quei materiali che abbiano caratteristiche
tossiche o inquinanti. Viceversa vanno impiegati prodotti di finitura
intelligenti, ossia tutti quei materiali che hanno la capacità
di catturare e ‘fagocitare’ gli inquinanti organici e
inorganici attraverso l’azione dei raggi ultravioletti e/o raggi
solari.
Si tratta di un processo di assorbimento della luce operato da parte di
materiali contenenti il Biossido di titanio (TiO2) che ha la proprietà
di ridurre il livello dei gas composti di biossidi di azoto. La fotovoltaitazione
di questi gas da parte dei rivestimenti di cui sopra, determina un degrado
dei gas inquinanti, degrado che viene eliminato attraverso l’azione
della pioggia.
- Bisogna considerare la possibilità che gli elementi componenti
della fabbrica possano essere dismessi e riutilizzati in altre fabbriche,
ciò comporta una serie di attenzioni in fase di progettazione che
prevedano un facile smontaggio dei componenti interessati. Va anche previsto
un sistema di raccolta e riciclaggio dei materiali dismessi: tale processo,
ovviamente, non dovrà procurare inquinamento come avviene oggi,
sia pure in parte, per i materiali ferrosi e per l’alluminio.
La questione più grave è che
nel nostro paese manca una solida cultura sulla sostenibilità ambientale
che affronti il problema in modo globale, infatti, una città o
una architettura sostenibile, non è composta da una serie di soluzioni
tecniche che riducono il consumi energetici, anche se questo può
già costituire un passo avanti. La vera svolta dovrebbe essere
quella di fare una valutazione costi-benefici a più largo raggio,
tale analisi dovrebbe tener conto non solo dei materiali e delle componenti
impiegate, ma anche dei sistemi di produzione dei componenti impiegati
nella costruzione che devono anch’essi rispondere ai principi della
sostenibilità.
Nel nostro paese, per invertire la tendenza, occorre investire di più
nel settore della ricerca scientifica, essa deve orientarsi verso studi
che partano dalle nostre condizioni climatiche e dalla tradizione costruttiva
mediterranea. Oggi le ricerche più approfondite e le realizzazioni
architettoniche più significative si sono in prevalenza sviluppate
nei paesi del Nord Europa, dove le condizioni ambientali e culturali sono
molto diverse dalle nostre. A mio avviso non è possibile trasferire
tout court queste esperienze nel nostro paese senza incorrere in gravi
inconvenienti, come ho già mostrato in precedenza con l’impiego
di pannelli INGLAS PCM.
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Jean Nouvel, Sede della compagnia
Interunfall, Austria, 1995/1999
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Va detto, per obiettività, che nelle
nostre Università cominciano ad uscire alcuni studi, sviluppati
da giovani ricercatori che con entusiasmo affrontano queste tematiche
in modo nuovo e sistematico, cercando di analizzare il nostro clima e
le tradizioni del costruire.
In questa direzione ho avuto modo di seguire le attività scientifiche
di un giovane ricercatore che opera nella mia Facoltà nel settore
della tecnologia; egli, partendo dagli insegnamenti che possono essere
ricavati dalla natura e analizzando quindi una serie di fenomeni naturali
per verificarne la trasferibilità nella progettazione bioclimatica,
si è concentrato in modo particolare sugli involucri degli edifici.
Un suo recente contributo, dal titolo: Involucro ben temperato - efficienza
energetica ed ecologica in architettura attraverso la pelle degli edifici2
affronta i problemi centrali dell’ecoefficienza e quelli del comportamento
dell’involucro. Egli presenta anche una serie di opere realizzate,
mettendole fra loro a confronto tramite una serie di parametri
elaborati dall’autore stesso. L’asse portante del suo pensiero
può essere desunto da questo brano.
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Morphosis, Phare Tower, La Defense,
Parigi, 2012
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Occorre invece, alla base, pensare ad un
nuovo tipo di architettura, che riesca a concentrare la sua attenzione
sugli elementi-cardine con i quali è possibile mettere in pratica
un comportamento radicalmente diverso di quel particolare organismo sistemico
che è l’edificio.
In questa ottica, possiamo affermare che tra gli elementi cardine per
l’architettura ecoefficiente ed ambientalmente consapevole, il ruolo
primario è da attribuire senza dubbio ‘all’involucro
architettonico’, che cerco di illustrare in questo libro nei suoi
molteplici aspetti di sistema ‘ben temperato’, in quanto capace,
finalmente, di dialogare attivamente e fattivamente con i fattori immateriali
microclimatici del soleggiamento nei suoi aspetti termici, dell’illuminazione
naturale, della temperatura esterna, della ventilazione naturale, e dei
tanti altri elementi che vanno oggi ad informare un possibile quadro innovativo
dei requisiti prestazionali ambientali per un’architettura ecosostenibile.
La maggior parte delle architetture ecoefficienti fin qui realizzate,
si trovano nei paesi nordici, tra queste ve ne sono alcune particolarmente
significative dal punto di vista della sostenibilità ambientale;
purtroppo, non può dirsi altrettanto delle realizzazioni nei paesi
con climi analoghi al nostro. Per questa ragione i casi di studio che
accompagnano
questa relazione, sono stati scelti in prevalenza nel sud dell’Europa
o in alcuni Stati degli USA, con situazioni climatiche simili alle nostre,
al fine di presentare opere più coerenti con i nostri interessi.
Concludendo, credo che per realizzare opere architettoniche ecoefficienti
occorra fare ancora un grande sforzo, che deve vedere uniti le Università,
con tutti i docenti di Progettazione Architettonica, le industrie, che
devono cofinanziare le ricerche in questo settore, il nostro Ministero
MiUR, che deve destinare maggiori risorse alla ricerca scientifica in
questo settore ed infine i professionisti e gli Ordini professionali,
che debbono impegnarsi in una formazione continua su queste tematiche,
possibilmente in collaborazione con le Università. Solo così
potremo recuperare la distanza che si è creata con i paesi che
da molti anni dedicano attenzione e risorse a queste problematiche.
1. Cfr. Salvatore Dierna, Tecnologie Innovative
e strategie di sostenibilità ambientale, in
Tecnologia, pagg. 31-44
2. Cfr. Fabrizio Tucci, Involucro ben temperato - efficienza energetica
ed ecologica in
architettura attraverso la pelle degli edifici; Edizioni Alinea, Firenze
2006
Nota: Le schede riportate nelle immagini sono tratta dal Volume a cura
di Fabrizio Tucci, Involucro ben temperato - efficienza energetica ed
ecologica in architettura attraverso la pelle degli edifici; Edizioni
Alinea, Firenze 2006, si ringrazia l’autore per la sua collaborazione.
M.D. Direttore del Dipartimento di Rilievo Analisi e Disegno dell’Ambiente
e dell’Architettura, Università degli Studi ‘La Sapienza’
di Roma
A.I. architetto, Dottore di ricerca
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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