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È un’enunciazione dalla Commissione delle Nazioni
Unite contenuta nel Rapporto Bruntrandt del 1987 a siglare la cifra e
il programma forse più impegnativo della nostra civiltà
postmoderna, problematicamente e criticamente impigliata negli interrogativi
e nelle ricerche tra un passato di sperperi e un nuovo da rifondare.
La nozione di sostenibilità è stata per la prima volta coniata
in quella sede come ‘sviluppo capace di soddisfare i bisogni del
presente senza compromettere le capacità delle future generazioni
di soddisfare i loro propri bisogni’.
Per il clima, nei 20 anni trascorsi da quella data, la principale causa
frenante dell’attuazione di questo programma è stata soprattutto
la politica delle potenze mondiali, solo recentemente interessate al problema.
Altre concause sono l’aumento demografico (nel giro di cento anni
la popolazione della terra è triplicata), lo sviluppo tecnologico,
l’uso di fonti di energia non rinnovabili e le città. Oggi
nelle città risiede il 75% della popolazione mondiale. Nelle città
si produce oltre il 50% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera
terrestre. Sono gli ambiti del globo in cui intervenire con più
urgenza. Le città hanno bisogno di profonde trasformazioni.
Noi architetti siamo da tempo sensibilizzati al problema. Tuttavia per
quanto concerne la qualità generale della progettazione ci sono
alcune considerazioni da fare. Nei progetti di architettura sostenibile
infatti c’è in agguato, per noi architetti, un nemico che
avevamo pensato d’aver debellato una volta per tutte: il funzionalismo,
un funzionalismo
di ritorno che qualcuno ha già definito Lo stile di Kyoto, senza
glamour, restrittivo, castigato.
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Quartiere eco-compatibile BedZed a Londra
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Norman Foster, Hearst Tower
a New York |
La sindrome si manifesta quando l’attenzione
rivolta ai problemi della sostenibilità bioclimatica si tramuta
a volte in un limite. Nel passaggio dal programma all’architettura,
una morsa paralizzante riconduce il progetto all’applicazione di
soli principi funzionali. Sui periodici o nelle città possiamo
osservare edifici carichi di pareti ventilate, camini, impianti eolici,
serre, pannelli fotovoltaici, vasche d’acqua per la fitodepurazione,
ecc. Ben vengano, beninteso, ma non assumano
ruoli determinanti a danno della qualità dell’architettura.
In altri casi il funzionalismo è mascherato.
Nel celebrato progetto chiamato ‘BedZed’ a Londra ad esempio
(che vuol dire Beddington Zero Energy Development) i dispositivi bioclimatici
sono resi gradevoli dalle colorazioni, c’è il verde del giardino,
ecc. Ma lo schema insediativo non convince nella sua povertà. Perché
il tessuto è una griglia elementare a tipologie ripetitive.
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Norman Foster, Hearst Tower a New York
interno dell’edificio Deco preesistente
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Quartiere BedZed a Londra, sezione |
Anche tra i tipi a torre, che per molti sostenitori sono i più
adatti ad affrontare il processo di densificazione urbana contro gli insediamenti
dispersivi della città diffusa, accade qualcosa di analogo. A New
York il progetto pubblicatissimo dell’Hearst Tower di Norman Foster,
costruita su un edificio Deco preesistente del 1928 che il fondatore della
Hearst Company - grande casa editrice americana - avrebbe voluto continuare
in altezza con un’altra torre mai realizzata per la crisi economica
del ’29, è un edificio altamente ecologico, realizzato con
il 75% di acciaio riciclato, attrezzato con dispositivi di climatizzazione
naturale, vasche d’acqua, raccolta di acqua piovana, ecc. Benissimo.
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Grattacielo con pale eoliche, Bahrain
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Grattacielo con piani orientabili, Dubai
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Ma qual’è stato il destino dell’edificio
preesistente? È stato completamente svuotato, venendo meno ad una
delle più interessanti operazioni sul costruito: quella delle testimonianze
da preservare che la città storica offre all’architetto contemporaneo.
La soluzione invece restituisce solo un’immagine epidermica. Il
palazzo Deco è diventato un atrio
attraversato dalle nuove strutture portanti del grattacielo a uffici e
da percorsi di attraversamento, un non-luogo qualunque senza identità.
Eppure ha riscosso grande successo, è stato fatto un grande battage
pubblicitario. Questo progetto ci potrebbe far pensare ad un altro effetto
collaterale: la sostenibilità come effetto pubblicitario da pagina
patinata e motore di ricerca, o come immaginario collettivo ispirato al
sensazionalismo.
Come le soluzioni alla ‘Dubai’, le bio-city, ecc.
Ritorniamo al problema, che fare allora? Quali sono le alternative a questo
funzionalismo di ritorno?
La città non è più quella del periodo industriale.
L’ultima Biennale (dal tema Città. Architettura e società)
e le analisi più recenti hanno confermato che a scala mondiale
sono sempre più auspicabili progetti comprensivi di valenze interattive
e polifunzionali, di rimodellazioni spaziali più adatte all’oggi.
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Peter Eisenman, planimetria Ciudad de
la cultura, Galizia |
Peter Eisenman, diagramma del progetto
Ciudad de la cultura, Galizia
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È opportuno allora considerare che
la sostenibilità (anche se ineludibile) non è il tema principale,
ma solo una delle componenti della progettazione. A tale scopo è
importante
che fin dall’inizio della fase progettuale si scartino quelle impostazioni
improntate a razionalità parziali o a nostalgie del passato, che
la crisi delle grandi narrazioni ha reso inattuali. Lo spazio urbano non
potrà essere concepito secondo un ordine gerarchico o fondato su
processi seriali o lineari. I tracciati dovranno accogliere le anomalie
e le complessità.
I nuovi paradigmi avranno la prerogativa di individuare correlazioni e
intrecci, di indagare la confusione, di accogliere le imprevedibilità
e i mutamenti. I volumi dovranno esprimere lo spazio multiplo secondo
configurazioni fluide e varie.
Peter Eisenman, nel progetto della Ciudad de la Cultura de Galizia, dà
una risposta molto interessante al problema. Prende spunto dalle ricerche
di John Frazer che nel 1990 presso l’Architectural Association di
Londra sperimentò un programma ‘il costruttore universale’,
in grado di predisporre tutti i dati necessari a un progetto e adattarli
successivamente ad ogni contesto con opportune modifiche già previste
nel programma. In tale programma il concetto di progetto include la topografia,
i fattori ecologici, sociali, storici e altri requisiti. Fu tradotto da
Frazer in un linguaggio codificato sottoponibile a crescita e mutazioni
secondo varianti genetiche. Teoria e architettura, come propone
il filosofo francese Gilles Deleuze, devono presiedere al varo di ogni
progetto. Eisenman sperimenta queste due linee di riferimento utilizzando
l’informatica. Trova una soluzione che contiene il massimo di fattori
tra cui prevalgono il contesto ambientale, le sinuosità del luogo,
il riferimento alla storia della cittadina. Il tessuto urbano è
simile a quello del centro storico con molte variabili.
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Morphosis, College Diamond Ranch, Pomona,
Los Angeles |
Morphosis, progetto per Ground Zero
a New York |
Anche altri architetti hanno lavorato pensando
a un progetto sostenibile inclusivo di molte componenti fin dal programma
iniziale.
Vediamo un altro caso: il College Diamond Ranch a Pomona Los Angeles di
Morphosis, di Tom Maine del 2000, è improntato a una relazione
con l’ambiente risolta in chiave paesaggistica, ma non naturalistica.
La topografia suggerisce una grande frattura geologica che dà luogo
ad uno spazio-canyon di connessione delle tre scuole, spazio privilegiato
di incontro tra studenti, insegnanti, personale, visitatori del college.
Spazio di valore urbano, di correlazione. Tramite il rapporto con la natura
interpretato da geometrie complesse, da materiali riciclati, da messa
in opera di accorgimenti bioclimatici il progetto evita ogni tentazione
funzionalista.
Ancora nel World Trade Center a New York (Ground Zero), Morphosis propone
una configurazione come rete continua di relazioni tra i differenti elementi
del programma. Perché il tessuto nella storia della città
ha sempre assicurato un alto potenziale di comunicazione mediante la moltiplicazione
degli spazi, la varietà, la vitalità.
A questa linea di pensiero anche noi Metamorph abbiamo voluto dare un
contributo con il progetto per la Ristrutturazione del Quartiere San Lorenzo
e la ristrutturazione delle aree dello Scalo a Roma.
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Metamorph, il verde del Quartiere S.
Lorenzo nel sistema dei parchi di Roma |
Metamorph, piano di riqualificazione
del Quartiere S. Lorenzo, Roma |
Il progetto propone la copertura dei fasci
di binari e la costruzione di un paesaggio urbano che, oltre a edifici
con giardini e vasche d’acqua, realizza ai vari piani intersezioni
e spazi d’incontro tra le parti urbane come connessione di tessuti
e di direzioni integrati, dotati tutti di accorgimenti bioclimatici, produzione
di energia con pannelli termodinamici, fitodepurazione, ecc. Il comparto
inoltre costituisce un’area che nell’insieme dei parchi di
Roma può completare un anello di cintura verde, estesa intorno
alle mura lungo tutto il perimetro del centro storico. Si può pensare
alla possibilità di operazioni analoghe su tutte le stazioni di
Roma, seguendo una logica di densificazione sull’anello come grande
trasformazione urbana. Come ad esempio la cintura verde di Francoforte
o come l’operazione in atto sulla linea ferroviaria Genova-Ventimiglia
da Ospedaletti a San Lorenzo al Mare ove, con lo spostamento della linea
ferroviaria a monte, si stanno liberando ben 24 chilometri di costa tra
i più belli del litorale ligure, con il recupero delle aree dismesse
delle Ferrovie dello Stato.
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La cintura verde di Francoforte |
Emergenza terra, l’arca |
Emergenza terra. Le navi spaziali |
Del resto in tutta Europa le aree ferroviarie
si stanno tramutando in episodi eccellenti di trasformazione insediativa.
Per concludere possiamo dire che le trasformazioni insediative in chiave
sostenibile non possono dimenticare le qualità correlanti delle
città. Per noi europei e italiani in particolare, la ricchezza
degli spazi, il fascino e l’emozione costituiscono un bisogno primario
degli insediamenti urbani.
G.D.G. Studio Metamorph, Roma
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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