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Il tema proposto - Architettura oltre la forma - lo interpreto
come un ossimoro: perché l’architettura si occupa di dare
forma alla realtà; e senza una forma l’Architettura non è.
D’altra parte, poiché la forma è sempre ‘la
forma di un contenuto’, penso che si debba riflettere sulla rinuncia
di molta architettura contemporanea a riconoscersi attraverso un progetto
della forma come forma di conoscenza. In altre parole, l’architettura
contemporanea va ‘oltre la forma’ quando assume le forme come
intercambiabili, e pratica una babele linguistica dove la forma scade
a prêt-à-porter consumistico per celare il vuoto del progetto;
cui corrisponde la bulimia delle nostre città ‘oltre la forma’,
per assenza di governo, di responsabilità, di progetto.
Quando l’architettura rinuncia a dare
forma ai mutamenti del territorio, entrano in gioco i meccanismi del mercato
portando acqua al loro mulino, come gli automi messi in moto - nel film
Fantasia - dall’imbranato apprendista-stregone: che non sa governare
lo scientismo acritico, e rischia di affogarvi. Purtroppo non possiamo
affidarci ad alcun sapiente, il quale con la bacchetta magica metta a
posto le cose; l’unica maestra è la Natura: che qualche calcio
nel sedere prova a darcelo per farci rinsavire; ma la nostra protervia
è tanto grande - ‘il male è stupido’ dice S.
Agostino - che apprendere di tonnellate di petrolio che inquinano il mare
ci sembra una follia ... solo per quello che costa al barile.
Se facendo a scaricabarili, demandiamo il nostro abitare la natura a qualche
nuova, seducente, e sedicente scienza dell’ambiente (che ci sia
ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa) potremo far finta - con buona
pace di Heidegger - che l’abitare dell’uomo sulla terra non
riguardi l’architettura, e piangere sulla natura ‘incontaminata’
che continuiamo a contaminare, salvo a giustificarci col fatto che se
uno non inquina fa la figura del morto di fame.
In realtà, non serve né predicare una appartenenza alla
natura che risolva attraverso l’ecologia i problemi dell’architettura
(‘ognuno ha i suoi problemi, signora mia’), né praticare
un nuovo luddismo: l’architettura deve avere consapevolezza delle
sue risorse e dei suoi compiti, sapendo che designare e disegnare l’abitare
dell’uomo sulla terra
la obbliga a fare i conti con la natura, ad appartenere ad essa e insieme
ad affrancarsene attraverso la tekne; una tekne che non è più
salvifica ma problematica, perché - come scrive Aimaro Isola -
‘senza la tekne l’uomo non avrebbe né dimora né
logos (quindi sarebbe nulla), ma attraverso la tekne espone al rischio
l’ambiente e se stesso’: per questo, dobbiamo ‘prendere
coscienza delle nostre ineludibili responsabilità nei confronti
della natura, di noi stessi e della nostra storia’.1
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Via Appia, 1978 |
Casa dell’Amicizia per Salvatore
Mirone, 1979 |
Architettura e Natura sono termini che costantemente
si porgono alla nostra riflessione come opposti e complementari. L’architettura
istituisce un ordine, una misura della realtà, e suggerisce il
suo valore di arché, di ‘principio’. La natura si offre
(in quanto realtà esistente) come un valore che pre-esiste, un
ordine che è al di sopra di quello umano, e che inevitabilmente
lo contiene e lo regola. Questo sarebbe sufficiente a giustificare il
rapporto irresoluto e mutevole tra architettura e natura. Se non bastasse,
la natura col suo tempo ciclico e perenne, sembra opporre ad ogni temporale
abitare un noli me tangere, che esclude l’architettura o la include
solo per dissolverne i materiali in materia. Ma la natura si presenta
anche quale risorsa inesauribile per lo sviluppo dell’abitare umano,
costituendo il luogo del progresso
scientifico: progresso che agisce nella natura per distaccarsi dalla natura.
Appartenere e/o distaccarsi dalla natura è dunque il movimento
contraddittorio che, come un pendolo, misura nel tempo le oscillazioni
del pensiero scientifico come di quello architettonico. Certo è
che - con la rivoluzione industriale - il progresso scientifico e lo sviluppo
produttivo hanno sostituito il paesaggio naturale con quello artificiale
(come mostravano già nel XIX secolo i disegni di
Pugin); e sono dilagati quei ‘nuovi’ paesaggi industriali
che Schinkel nel 1830 tratteggiava come monito o profezia: paesaggi invasivi,
non solo dell’ambiente fisico, ma del senso stesso dell’abitare.
Se il binomio abitare/esistere è stato surrogato dal binomio comunicare/esistere,
oggi questo comunicare mortifica il linguaggio-logos in frastuono da analfabeta:
che si esaurisce nel balbettio violento delle pubblicità; che si
manifesta ‘oltre la forma’, nell’ordinata e ordinaria
ferocia delle nostre metropoli.
Ci siamo affrancati da una natura nemica, solo per smarrire il senso del
nostro abitare. Ma è possibile risarcire il dialogo con l’ambiente
senza cadere nella trappola della nostalgia, nel pianto delle Eliadi che
invocano il ritorno a uno stato di natura? Il sogno regressivo dei giardini
d’Armida può cullarci immemori di virtù e conoscenza
a risvegliarci nell’incubo di una esistenza vegetativa, dove rischiamo
di restare incapsulati come nei baccelli materni e tombali degli ‘ultracorpi’
di Don Siegel.
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Sulla Rocca di Cefalù, 1979 |
L’isola Ferdinandea, 1993 |
Grand Tour, 1978 |
Il disincanto del progresso può volgere
le nostre riflessioni verso l’origine; ma a patto che non ci nascondiamo
il nostro Edipo, la paura e il desiderio della Grande Madre che contiene
il cosmos-ordine: da cui ogni costruzione risulta ‘naturata’
più che architettata, uscita dal seno ma pronta a tornare in grembo
alla natura. Se tutto questo si inscrive in un principio di vita e morte
delle cose umane, che è principio di palingenesi: di incessante
ri-creazione della natura attraverso il
lavoro dell’uomo, e di incessante cancellazione del lavoro dell’uomo
nella natura: allora potremo guardarci indietro senza restare di sasso
o di sale.
Perché da un lato riusciremo a sopportare che la natura sia cultura:
sia frutto delle azioni umane, che modellano l’ambiente, che disegnano
il paesaggio (per ritrovare in questo modo il senso, il valore, la responsabilità
delle azioni umane); dall’altro lato, sapremo sopportare il fatto
che la tradizione che fonda questo agire dell’uomo non ha tuttavia
fondamento, ma è solo un accumulo di ripetizioni e tradimenti:
perché questo è appunto la cultura: un tumulo di detriti,
che però ‘agisce’ un salutare rovesciamento della nostra
percezione del mondo.
‘Ogni progresso decisivo nell’ordine della conoscenza risulta
da un tale rovesciamento’2 - scrive Hirsch, sottolineando come il
processo conoscitivo sia dinamico e, pertanto, implichi un movimento,
anzi un doppio movimento: di andata/ritorno, utile a collegare le coppie
duali (passato/futuro, spirito/materia, natura/cultura, etc.); ma tenendo
presente - come spiega Biedermann - che ‘questa visione del mondo
in tesi (…) e antitesi, ha in sé un dinamismo tale da non
potersi risolvere in alcuna sintesi reale’ perché ‘i
sistemi dualistici sono strutture simboliche che traggono senso dalla
tensione tra due componenti, laddove il singolo elemento, isolato, avrebbe
minore forza’.3
In altre parole, quando ci rappresentiamo la contraddizione natura/ architettura
dobbiamo risponderci che non ha molto senso tentare di superarla, ma ha
senso praticarla: perché tutta l’energia sta appunto in questa
irriducibile contraddizione.
Appartenere e/o distaccarsi dalla natura è
una contraddizione propulsiva nel progettare il nostro abitare.
Questo doppio movimento che caratterizza il processo della conoscenza
si presenta simbolicamente nell’espansione orizzontale e ‘rovesciata’
dell’albero del bene e del male (iconografia del Liber floridus,
sec. XII); nel movimento ascendente/discendente dell’albero alchemico,
‘albero dei pianeti’ che rovescia il macrocosmo nel microcosmo;
o, infine, nell’enigmatico albero rovesciato, comune a molte culture
orientali, a partire dall’albero ‘sefirotico’ della
Cabala e della
tradizione mediorientale, per finire nell’estremo oriente dove lo
stupa buddista contempla il percorso ascendente della montagna sacra ed
il suo rovesciamento in albero del cielo che distende la sua chioma sulla
terra.4 Tutti questi simboli ci parlano del rispecchiamento e insieme
del rovesciamento di un ordine naturale, al quale si accompagna il senso
propulsivo della conoscenza con quello della colpa che ha dato inizio
al nostro stare nel mondo.
È la colpa che priva Adamo dei benefici della natura, e lo porta
- come dice Filerete - ‘a farsi tetto delle mani’, istituendo
l’analogia del corpo umano come prima architettura. È la
colpa che spinge Caino a fondare la prima città, in opposizione
e per l’esclusione dal consorzio naturale violato con l’uccisione
di Abele, il pastore nomade che abita la natura. I fratelli discordi della
Bibbia si rispecchiano nei gemelli, complementari e opposti, del mito
greco: Anfione, l’architetto che con il canto (con il logos) alza
le mura di Tebe, città della discordia; e Zeto, il cacciatore che
vive nei boschi in compagnia delle fiere. Allo stesso modo, da una colpa
- quella di Prometeo - e da una caduta - quella di Efesto, in rivolta
contro il padre - nasce intorno al fuoco la civiltà degli uomini
e appare la prima capanna: come ce la rappresenta, alla fine del Quattrocento,
Piero di Cosimo nelle Storie dell’umanità primitiva che traggono
spunto dalle Genealogiae Deorum di Boccaccio e dal testo di Vitruvio.
Insomma, è sempre a Vitruvio che andiamo a finire; anzi a cominciare:
questo grande fondatore di una tradizione che era già confusa ed
oscura ai tempi suoi, e che egli ci porge in modo ‘pasticciato’,
ma per noi geniale (suo malgrado). Vitruvio dapprima pone gli uomini a
raccogliersi intorno a un fuoco: dove ha inizio il linguaggio, e immediatamente
dopo ha luogo il costruire; consecutio temporum non priva di conseguenze,
dal momento che l’architettura discendendo dal logos viene strutturata
come costruzione logica, secondo ‘un paradigma linguistico’.5
Questa deriva vitruviana consentirà al sistema degli ordini rinascimentali
di fondarsi ‘sulla doppia articolazione di un repertorio lessicale
normalizzato e di un prontuario sintattico di formule prospettico-proporzionali,
che ne assicurano il montaggio’.6 Ma la messa a punto di questo
codice linguistico per essere perfetta avrà bisogno tuttavia di
riscattare la sua composizione artificiale ed arbitraria attraverso la
superiore prescrittività della natura: ed ecco allora l’architettura
prendere per i suoi rapporti proporzionali come naturale modello il corpo
umano idealizzato: hominis bene figurata ratio si dirà, citando
ancora una volta un passo di Vitruvio. Una ratio, questa, che viene enfatizzata
appunto dal linguaggio (si pensi alle espressioni ‘capo di stato’,
‘braccio della legge’); e che nell’architettura si cala
proprio sui termini che indicano le unità di misura del sistema
proporzionale e costruttivo (la misura del ‘braccio fiorentino’,
i ‘piedi’, i ‘pollici’). Non ci stupirà
allora il persistente successo che saprà guadagnarsi l’analogia
tra il corpus disciplinare dell’architettura e il corpo umano: interpretato
come espressione di microcosmo che riflette il macrocosmo; come tempio
dello Spirito; come compendio della bellezza del creato.
Questo non vale solo per i trattatisti neoplatonici del Rinascimento;
ma anche per gli illuministi ‘razionalisti’ come Boullée:
il quale in Architettura. Saggio sull’arte esordisce: ‘io
intendo per arte tutto ciò che ha per oggetto l’imitazione
della natura’;7 e ne deduce per l’architettura che ‘noi
definiamo belli gli oggetti che hanno il massimo d’analogia con
la nostra struttura’:8 cioè con il corpo umano, del quale
esalta i principi elementari e astratti di simmetria e regolarità
(restituendo ancora una volta un codice linguistico).
Di questo passo, si finisce per raggiungere le soglie della modernità,
col Wöllflin: che, mentre scriveva Rinascimento e Barocco (1888),
aveva modo di confrontarsi con la concezione ‘vivente’ dell’architettura
che trova esemplificazione nell’abbraccio del Colonnato di S. Pietro
a Roma; e di seguito elaborava una sua visione psicologica/fisiologica
dell’architettura: secondo la quale ‘noi interpretiamo tutto
il mondo esterno attraverso il sistema espressivo che ci è divenuto
familiare tramite il nostro corpo’, usando quindi categorie di duali
(sopra/sotto, alto/basso, etc.) che organizzano l’architettura come
‘arte di masse corporee’.9
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Fata Morgana, 1985 |
Ne perdons pas de vue notre petite cabane
rustique!, 2000 |
Insomma, per tornare a Vitruvio, mai quattro
chiacchiere intorno al fuoco furono così gravide di conseguenze:
perché, quando da codesto focolare si passa a metter su casa (e
siamo già alla seconda origine), gli uomini ‘cominciarono
in quella loro primitiva società chi a costruire capanne coperte
di frasche, chi a scavare caverne sotto i
monti’.10 Come a dire che gli archetipi sono due, la capanna e la
grotta; anche se la prima ha avuto maggior fortuna, tanto da proporsi
a modello perfino nella Natività a dispetto dei sacri testi.
Infatti, se nei mosaici del Cavallini c’è la grotta, poi
la capanna sopravanza, e con Masaccio c’è solo la capanna
e le rocce finiscono sullo sfondo; in un disegno di Raffaello la capanna
è contornata da templi, a suggerirne la futura trasformazione in
pietra; e nel Bassano questa trasformazione si conclude con la metamorfosi
dei tronchi di sostegno in colonne:11 come a dire che, in due secoli,
i ragionamenti elitari di architetti neoplatonici hanno trovato accoglienza
e diffusione popolare nel presepe.
Ma tra gli architetti ci sono quelli saturnini che ‘tifano’
per la caverna: Dietterlin - contemporaneo a Jacopo Bassano - nel libro
di incisioni Architectura (1589) usa un ordine rupestre per la sua capanna
che in verità è una grotta. Il tuscanico, infatti, ha poco
a che spartire con le proporzioni olimpiche di un corpo umano perfetto,
ma ha luogo piuttosto come ordine di natura ferina e ‘bestiale’;
connesso alle fatiche di Atlante, o a quelle meno eroiche del contadino
che zappa la terra. Per questa sua natura ‘plebea’, l’ordine
rustico viene posto dai trattatisti rinascimentali a ‘un gradino
inferiore nella scala discendente verso le origini naturali dell’architettura’;12
ma appunto questo suo essere più vicino alla natura rende le pietre
sbozzate ed i conci appena cavati gli elementi più opportuni a
esorcizzare la fatale caducità ell’architettura; quando Bernini
vorrà, nel progetto del Louvre o a Montecitorio, non già
creare il rudere dove i materiali tornano materia, ma - come ha dimostrato
Fagiolo - ‘sovrapporre all’architettura la vita e le fasi
eterne della natura’.13
La dialettica tra artificio e natura inasprisce - se così si può
dire - la competizione tra gli archetipi vitruviani, con ’architettura
che si ingegna a fabbricare rocce e grotte artificiali o che mima essenze
arboree: nell’Hortus Palatinus (1615) di De Caus a Heidelberg si
assiste a una inquietante presenza di una centina-capanna all’interno
e a sostegno
di una caverna oscura, dove si ritaglia in negativo una maschera antropomorfa
(come a dire di tutto, e di più).
Di certo, questa centina di pietra è un paradosso architettonico,
come quello del ramo-arco di pietra della cattedrale di Ulm; paradossi
suggestivi, perché ci fanno riconoscere quel fantasma poetico che
ci commuove in ogni trave di solaio o di capriata: avvertire l’albero
che essa era (e che abbiamo finito di fare a pezzi, anzi a pezzettini,
con l’artificio del legno lamellare). Nel procedere dal legno alla
pietra, o nel riconoscere dietro ogni elemento (lapideo) dell’architettura
la materia (lignea) di cui era fatto; come nel costruire con materia nuova
(oggi le nostre nuove materie, le nuove ‘nature’ dei materiali
artificiali o ricomposti): in questo c’è, ancora una volta,
il movimento della conoscenza, che procede nella
natura e se ne allontana, che appartiene alla natura e se ne affranca.Quando
Vitruvio scrive: ‘l’uomo è pronto per natura ad imitare
e ad imparare: perciò (…) esercitando l’ingegno a gara
miglioravano continuamente i loro criteri di costruzione. In un primo
tempo, eretti dei pali legati l’un l’altro da rami trasversali,
costruivano muri con il fango.
Altri li fabbricavano con blocchi di argilla disseccati’:14 egli
non solo descrive l’ulteriore passaggio dalla capanna all’architettura
vera e propria; ma in questo ‘terzo incominciamento’ ci dà
un nuovo paradigma, che è quello della mimesis della natura.
Imitare e imparare dunque; ma ‘esercitando
l’ingegno a gara’: in gara tra gli uomini e soprattutto con
la natura. Allo stesso modo, l’aneddoto di Callimaco - riportarto
sempre da Vitruvio - ci racconta di una mimesi che emula e ri-crea la
natura (dell’acanto) in un artificio (il capitello corinzio); ma
ci parla anche di un ordine (architettonico) che deriva da leggi naturali
per acquisire struttura canonica che non lascia spazio alle accidentalità
della natura né a discrezionalità soggettive.
Dunque il principio di imitazione permette a Vitruvio di sfornarci i passaggi
dall’albero, alla costruzione lignea, a quella in muratura; ma il
principio di emulazione - che è superamento/tradimento del modello
naturale - ne permette la contestazione.
Quatremère de Quincy nel suo Dizionario del 1832, alla voce ‘architettura’
fa piazza pulita del fatto che la colonna possa mai essere stata una copia
dell’albero; e ribadisce ‘che tutto quanto concerne la sua
imitazione è fondato sull’analogia’.15 Di questo passo,
la capanna primitiva di Vitruvio e soprattutto quella che Laugier aveva
proposto nel
1753 come il principio dell’architettura, veniva giustamente intesa
da Quatremère non come un antecedente storico, ma come l’antecedente
logico: ‘la nostra capanna modello è un sistema di teoria’.16
Lontana sia dalla natura, sia dalla storia (come evoluzione antropologica),
l’origine dell’architettura sta nei suoi stessi procedimenti:
‘nei procedimenti, secondo i quali’ - ha sottolineato Vidler
- ‘i suoi elementi di base erano stati riuniti realmente, secondo
le leggi razionali di una grammatica e di una sintassi, che dovevano costruire
il suo lessico’.17
In questo modo si ritorna al logos: al codice linguistico, che quando
riconosce la sua costruzione logica tutta interna ed immanente, deve anche
riconoscere di essere inevitabilmente una composizione artificiale ed
arbitraria: ora che non sa e che non vuole più accedere alla superiore
prescrittività della natura.
Se Vitruvio ci aveva dato un inizio pieno di ricominciamenti, sui quali
gli architetti hanno scritto trascrizioni di trascrizioni, cancellature
e rifacimenti; la capanna di Laugier ci restituisce uno sguardo finalmente
nitido sulla origine logica del procedimento costruttivo, perché
la capanna è un antecedente e insieme un artificio teorico; ma
agisce come un cannocchiale rovesciato nei confronti della natura, allontanandola
sempre di più dalla nostra esperienza.
Lontani dalla natura, sentiamo più forte la nostra indigenza: siamo
come il nudo Adamo di Filerete; o come l’architetto sradicato che
Loos descrive incapace di abitare le rive del lago che il contadino sapeva
abitare con naturalezza. Perché fintanto che siamo immersi nella
natura, la sappiamo misurare, la sappiamo usare: essa ci appare come unità
della phisis, con la sua perfetta struttura geometrica perfettamente intelligibile
perché è quella dei nostri strumenti di misura e di uso:
dei poderi segnati dai nostri aratri, delle cartografie disegnate dai
nostri compassi. Ma più ci allontaniamo dalla natura, più
proviamo la meraviglia e lo sgomento di contemplare una natura molteplice
e complessa dove le perfette geometrie da noi immaginate cedono il posto
(come nel Monte Bianco ‘interpretato’ dai disegni di Viollet-le-
Duc) a una erosione di senso, di certezze, di materia fisica che non sappiamo
più abitare.
Possiamo e dobbiamo provare sgomento per il nostro distacco dalla natura;
quello stesso sgomento che Heidegger dice di aver provato non per gli
uomini sulla luna, ma per la terra vista dalla luna: perché quello
sguardo esprimeva un distacco profetico e reale dal nostro abitare sulla
terra, dal nostro abitare la natura.
Ma poiché il vero cambiamento è in noi stessi e nella nostra
percezione del mondo, dobbiamo anche prendere coscienza che in questo
modo abbiamo acquistato una nuova prospettiva sul mondo e sulla natura:
abbiamo imparato che la natura è cultura; ma che la cultura non
ha fondamento (oppure ne ha molti - troppi - come gli ‘incominciamenti’
di Vitruvio); e abbiamo imparato che per andare avanti c’è
bisogno di operare un ‘rovesciamento’, adatto a farci conoscere
- o riconoscere - un nuovo ordine, un nuovo ‘principio’ delle
cose, una nuova alleanza tra architettura e natura.
Le foto satellitari del fiume Colorado o quelle del Gran Canyon - che
ci riportano alla analogia tra la terra e l’albero - mostrano quella
complessa struttura dei frattali che presenta un ordine/disordine ramificato,
fluttuante in infinita progressione temporale: che è lo stesso
ordine/ disordine che erode e ricompone le montagne disegnate da Viollet-
le-Duc; che crea tanto il disordine squisito del corallo, come l’ordine
dei flussi venosi del corpo umano. Come in un gigantesco frattale troviamo
sparso nell’universo un sistema di ramificazioni dove nell’apparente
disordine gli stessi dettagli si ripetono alle diverse scale d’ingrandimento.
Strutture ordinate del Caos, nuova geometria della natura: possiamo dirli
questi frattali; e sembrano porgere una nuova
alleanza con la natura che rimette in circolo le corrispondenze tra architettura
e natura, tra microcosmo e macrocosmo.
Questo non significa per l’architetto copiarne le forme esteriori,
ma intenderne la struttura ‘in divenire’ (che non può
ancorarsi al sapere di Galilei o di Newton, a leggi fisiche che avvengono
nello spazio come in un ‘eterno presente’ dove i fenomeni
sono stabili, ripetibili, e quindi reversibili); significa, al contrario,
sforzarsi di intenderne la struttura che è funzione della irreversibilità,
della freccia del tempo.
Significa l’impossibilità del ritorno; significa che il doppio
movimento nelle strutture duali della conoscenza permette solo di andare
avanti (come il moto di un pendolo segna solo un tempo che procede), e
che pertanto nella nostra capacità di progettare oggi il nostro
essere/abitare si gioca - come ha scritto Gabetti - ‘non soltanto
il nostro destino come futuro, ma anche il nostro passato: quindi la nostra
storia intera’.18
Sempre di più lo spazio diventa in questo modo una funzione del
tempo e il tempo diventa la vera misura/dimensione dello spazio: una dimensione
stratificata, dove le cose coincidono e non coincidono, ramificandosi
e fluttuando tra ordine e caos; conquistando un nuovo ordine urbano che
contiene il tempo della città, tutti i tempi della città
e tutte le architetture della città, ramificate e in bilico tra
un ordine di architettura e un disordine di natura, tra un disordine di
architettura e un ordine di natura.
Natura, infine, come processo di cultura, come progetto di architettura
ordinato dal tempo e nel tempo; anche cancellato nel tempo e reso cenere
dal tempo per l’accumularsi di un disordine apparente che si leva
verso un ordine volatile e più lieve.
1. Isola Aimaro, Pietre e paesaggi, in ‘Annali
dell’Accademia di Agricoltura di Torino’, 138, 1995-1996,
pp. 111-112
2. Hirsch Charles, L’Arbre, Paris, Félin, 1987, ed. it. L’Albero,
Roma, Ed. Mediterranee, 1988, p. 82
3. Biedermann Hans, Knaurs Lexikon der Symbole, München, Droemersche
Verlagsanstalt T.K.N., 1989, ed. it. Enciclopedia dei Simboli (a cura
di Felici L.), Milano, Garzanti, 1991, p. 162
4. Random Michel, Introduzione, in Hirsch C., L’Albero, op. cit.,
pp. 8-12
5. Vidler Anthony, La capanna e il corpo, in ‘Lotus’, 33,
1981, p. 110
6. Nel passo riportato il corsivo è di Arcidiacono. Fagiolo Marcello,
Rinaldi Alessandro, Artifex et/aut natura, in ‘Lotus’, 32,
1981, p. 113
7. Boullée Etienne Louis, Architecture. Essai sur l’art,
ed. it. Architettura. Saggio sull’arte, Padova, Marsilio, 1967,
p. 62
8. Boullée E. L., ivi, p. 65
9. La citazione da Rinascimento e Barocco di Wöllflin è riportata
da Vidler A., La capanna e il corpo, op. cit., p. 110
10. Vitruvio Pollione, Dell’architettura, a cura di Florian G.,
Pisa, Giardini, 1978, II, I, 2, p. 32
11. Per il Cavallini si guardi al mosaico della Natività (1291)
in S. Maria in Trastevere a Roma; per Masaccio alla Adorazione dei Magi
(1426) oggi conservata allo Staatliche Museen di Berlino; il disegno di
Raffaello, o della sua scuola, è l’Adorazione dei Magi (1513)
al Louvre di Parigi; infine, di Jacopo Bassano si guardi la Adorazione
dei pastori (1568) alla Galleria Nazionale di Roma
12. Fagiolo M., Rinaldi A., Artifex et/aut natura, op. cit., p. 122 13.
Fagiolo M., Rinaldi A., ibid
14. Vitruvio Pollione, Dell’architettura, op. cit., II, I, 3, p.
32
15. ‘Quando parliamo di albero, come materia primitiva delle abitazioni,
convien badare di non prendere la parola in un significato troppo positivo,
come vediamo praticato da alcuni scrittori speculativi, i quali, abusando
di questa teoria, hanno preteso che la colonna sia stata nel primo suo
ufficio una copia dell’albero. L’albero, di cui intendiamo
parlare, è sinonimo di legname. Non si tratta in questa teoria
di dare all’architettura dei modelli da imitare con intendimento
rigoroso’. Quatrèmere de Quincy Antoine C., Dictionnaire
historique de l’architecture, Paris, 1832, ed. it. Dizionario storico
di architettura, Venezia, Marsilio, 1985, p. 121
16. Quatrèmere de Quincy A. C., ivi, p. 147
17. Vidler A., La capanna e il corpo, op. cit., p. 104
18. Gabetti Roberto et al., Necessità di paesaggio, in Piemontese
Antonietta et al. (a cura di), Il progetto di architettura, Preprint del
Convegno CNR (Roma 25-27 maggio 1998), p. 136
G.A. Università degli Studi ‘Mediterranea’
di Reggio Calabria
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