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che modo un quartiere del centro storico di Catania - San Berillo - sia
diventato disgregata periferia (e peggio: una pietraia, diligentemente
spartita in lotti di accumuli deformi, intorno alla viabilità di
sventramento) è uno di quegli ‘strani’ casi che sembrano
accadere in Sicilia quasi per il capriccio malevolo o il gusto bizzarro
di inverare nella cronaca un lato oscuro e grottesco della realtà,
che parrebbe altrimenti frutto di invenzione o trasfigurazione letteraria.
A voler minimizzare, potremmo appellarci al luogo comune della ‘realtà
che supera la fantasia’; e Catania ce la mette tutta: per rispecchiare
i veleni che De Roberto sparge nelle sue prose, e ostentare le deformità
che Brancati descrive con acida ironia. Ma quando c’è un
talento naturale ...
In verità, come realtà e fantasia sono intimamente connesse;
in modo analogo, il centro e la periferia si definiscono in funzione reciproca:
e talvolta - succede a San Berillo - finiscono paradossalmente per sovrapporsi
e coincidere.
Nel linguaggio scientifico - recita il Devoto/Oli - dicesi periferico
ciò che è situato in zone marginali rispetto a un centro.
‘Rispetto a’: centro e periferia sono dunque i luoghi di una
‘distanza’ che implica comunque una ‘relazione’:
almeno per il dizionario; e almeno fino a un certo punto - fino a un certo
tempo - della storia della città.
Per Aristotele periphéreia era la circonferenza: simbolo di unità
ed equilibrio. Periphéres, ancora in greco antico, è ciò
che viene attorniato in modo ornamentale, oppure a scopo difensivo ed
offensivo; con particolare riferimento alle mura della città. E
come non pensare alla perfetta circolarità ‘murata’,
di Sforzinda e delle altre città ideali? Ma con la caduta di quelle
mura, nel vuoto che si produce, la città perde - con il limite
- anche il suo ideale di ‘misura’: e la capacità di
misurare lo spazio.
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Il quartiere S.
Berillo prima dello sventramento (da piazza Stesicoro e dalla stazione) |
Il piano di sventramento
del 1947
(da piazza Stesicoro e dalla stazione) |
Misurare significa saper circoscrivere lo
spazio - piccolo, grande o immenso che sia - per conoscerlo, e riconoscerlo
attraverso una forma.
L’uomo primitivo ha fermato il carro. Sceglie una radura. La circonda
con una palizzata (…) . Mette ordine misurando; altrimenti sarebbe
il caso, l’anomalia, l’arbitrio. La geometria è il
linguaggio dell’uomo: così Le Corbusier, in ‘Vers une
Architecture’ (1921): alla ricerca di un’altra geometria e
di altre coordinate mentali per rifondare la città moderna; dopo
che la capitale del XIX secolo - Parigi - ha fatto esplodere i suoi impianti
stellari verso il nulla.
Le città del XIX secolo - lo sappiamo - fanno cadere le loro mura,
ma scoprono al posto dell’infinito teorizzato dal pensiero romantico
un ben più prosaico non finito, che è un ‘mancare’
dello spazio, un’assenza della forma. Scoprono le periferie che
conosciamo oggi.
Questa condizione di sgomento è registrata perfettamente, non dall’urbanistica
o dall’architettura, ma dalla poesia e dalle arti figurative (così
non è a caso che i pittori e i poeti prima di altri abbiano saputo
descrivere e raccontare la periferia come condizione dell’uomo moderno).
Già alla metà dell’Ottocento Emily Dickinson scrive:
(…)
Della Contentezza la quieta Periferia / Afflizione non può misurarsi
/ In Acri - la Sua Locazione / È l’Illocazione.
Da questo momento, la trasformazione delle mappe urbane avviene nel segno
di una vera e propria sostituzione della cartografia tradizionale con
una cartografia psichica. Dimenticavo infatti che, con saggia preveggenza,
gli Antichi non solo chiamavano periphéreia la circonferenza, ma
anche la follia.
San Berillo
Catania - così come la conosciamo - nasce moderna a partire dalla
caduta delle sue mura, che rovinano al suolo con la città tutta,
a seguito del terremoto del 1693. La ricostruzione del Camastra rivolge
l’abitato verso il vulcano, e fissa nei Quattro Canti il cuore della
nuova struttura; ma già nella prima metà del XIX secolo,
‘risalendo’ via Etnea, il centro si sposta a piazza Stesicoro
dove trovano sede i Tribunali (nell’antico Ospedale S. Marco). La
piazza - che nasconde nel
sottosuolo i resti dell’Anfiteatro romano (oggetto di inconcludenti
scavi settecenteschi da parte di archeologi dilettanti) - viene piantumata
nella seconda metà dell’800, e vede suggellata la sua centralità
urbana col Monumento a Bellini, che mostra il musicista in meditazione,
seduto e sorridente - dirà Brancati - fra quattro suoi personaggi
tutti con la bocca aperta.
Appunto dalla centralissima piazza Stesicoro si partiva il quartiere San
Berillo; procedendo perpendicolare a via Etnea verso la strada ferrata,
inaugurata nel 1866 lungo la costa. Quale zona nuova e ‘centrale’
per il commercio ferroviario, S. Berillo avrebbe dovuto costituire una
nobile sezione di città, con strade non minori di 10 m.; che non
si realizzano - racconta Gentile Cusa1 - per l’ottusa contrarietà
della Duchessa di Misterbianco che possedendo il terreno, si ostinava
a
non volerlo cedere per allargarle, (senza lungimiranza - o capitali -
per guadagnare più dalla qualità che dalla quantità,
nella speculazione in atto); nel 1852 l’abitato ha già raggiunto
la Chiesa del Crocifisso e il suo slargo extra-moenia (la piazza Cappellini);
il quartiere si presenta compatto, con strade tagliate quasi ortogonalmente
tra loro, ma strettissime
e profonde e - quel che è peggio - senza un collegamento diretto
e diritto con la Stazione.
Proprio a Gentile Cusa, tocca regolare almeno la parte di completamento
verso la Stazione, rafforzando l’asse che attraversa piazza Cappellini
con l’allineamento di grandi blocchi d’affitto.
Questo ampliamento a nord-est, del 1882, diventa la base per il primo
Piano Regolatore di Catania, firmato sempre da Gentile Cusa nell’88;
dove l’espansione risale via Etnea - assunta quale asse strutturante
e simbolico della città - attraverso un sistema di centralità
progressive che spostano in successione temporale e spaziale il principio
ordinatore della crociera camastriana verso nord:2 prima sulla perpendicolare
di via S.Caterina/Umberto (che dalla Villa Pubblica raggiunge la zona
industriale solfifera) e poi ritrovando i nuovi Quattro Canti nell’incrocio
di via Etnea con la ‘Passeggiata delle carrozze’ (viali Regina
Margherita e XX Settembre).
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Il piano di sventramento
del 1934 (da piazza
Stesicoro e dalla stazione) |
Lo sventramento
del 1954 |
I nuovi viali sembrano disegnare, in un primo
tempo, proprio la quieta periferiadi cui si diceva in apertura: quella
connessa all’economia (vittoriana o umbertina che sia) del limite,
quella che chiude in steccati e recinti e siepi leopardiane le inquietudini,
quella che misura ‘in porzioni’ anche il cibo, quella dei
bicchierini di rosolio, delle tazzine
di caffè o di tè che nascondono tuttavia inquieti paesaggi
pronti a materializzarsi al profumo di una madeleine.
Perché, di contro a questa città armata di buon senso e
di buoni propositi, c’è il piano di fondare la nuova città
- la città moderna - come una città contrapposta: non più
fondata sul ‘pieno’ compatto dei quartieri storici, ma fondata
sul valore del ‘vuoto’ che è misura igienico/ sanitaria
e proposizione astratta: vuoto che sperimenta la periferia.
È indicativo che il futuro centro della città contemporanea
- piazza Verga (dove non a caso da piazza Stesicoro sarà trasferito
nel 1953 il nuovo Tribunale) - sia proprio quel Piano d’Armi che
nel disegno ottocentesco di Gentile Cusa è solo un grande vuoto;
è indicativo che un dagherrotipo ci mostri piazza Verga ancora
come una ‘sciara’ - un deserto di lave - simile in modo inquietante
a quella pietraia che oggi è San Berillo: come fosse avvenuto uno
scambio dell’identità urbana; come se fosse stato necessario
- per realizzare il nuovo centro della città contemporanea sopra
quel piano lavico destinato nel XIX secolo alle manovre militari - far
tabula rasa nel centro urbano antico.
Lo sventramento
Nel 1904 per prima cosa sparisce una gran parte di piazza Stesicoro: a
seguito di scavi archeologici che la fanno somigliare - dirà Brancati
- alla tolda di una nave colpita di fianco, ma lo scavo dell’Anfiteatro
sarà - per il direttore dei lavori Filadelfo Fichera - il primo
passo volto a promuovere un programma archeologico, edilizio e sanitario3
che riguarderà l’intero quartiere San Berillo, in funzione
di un collegamento diretto con la Stazione.
Infatti, a seguito del boom solfifero, che trasforma Catania nel principale
nodo delle esportazioni per ferrovia (e - col nuovo porto - anche via
mare), il collegamento fra il centro e la Stazione appare sempre più
angusto, e incapace di ospitare i servizi che la città richiede;
tolto il Grande Albergo, che trova posto in piazza Cappellini, per il
resto,
San Berillo è già pieno come un uovo. Dunque, se Catania
vuol diventare ‘la Capitale del commercio’ di Sicilia, o meglio
‘la Parigi del Mediterraneo’, occorre procedere a uno sventramento;
che secondo le regole dettate da Haussmann,4 faciliti: l’afflusso
e il deflusso dalle stazioni’; ‘ la circolazione non soltanto
di aria e luce, ma anche di truppe (i Catanesi inneggiano alle ‘conquiste’
coloniali); ‘la distruzione sistematica di vicoli infetti’
(e i Catanesi sperimentano nel 1911 una luttuosa epidemia di colera);
l’isolamento di grandi edifici e monumenti (e questo era già
fatto con lo scavo dell’Anfiteatro).
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Stato
attuale, con l’area del Crocifisso (in rosso)
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Nel 1913, un piano di sventramento del quartiere
S. Berillo propone il radicale collegamento fra il centro e la Stazione,
ma anche la radicale demolizione di un gran numero di edifici, sollevando
perplessità di ordine tecnico ed economico che vengono risolte
... dallo scoppio della Grande Guerra. Il piano di risanamento del 1927
non ha miglior fortuna, perché l’asse di sventramento, se
può realizzarsi con facilità e poca spesa, presenta tuttavia
uno svantaggio: non porta diritto
alla Stazione. Il P.R.G. del 1934, che sotto le direttive di Giovannoni5
unisce le proposte dei progetti ‘Alfa 1932’ (di Piccinato,
Guidi, Marletta) e ‘S.P.Q.C.’ (di Mancini, Paternò,
Severino), sembra finalmente porgere una soluzione innovativa e insieme
monumentale all’innesto della Stazione con il rettifilo di sventramento
di San Berillo (con l’unica
pecca di ‘snobbare’ nelle prospettive essenziali e moderne
quel monumento a Bellini che tanto piace ai Catanesi). Poi, ancora una
grande guerra, anzi ‘mondiale’, blocca tutto.
Ma come la guerra blocca, così la guerra sblocca: perché
con la scusa di risanare il quartiere bombardato (benché a Catania
i danni bellici siano contenuti, e concentrati altrove) nel 1947 si riparte
con un piano di ricostruzione ... che demolisce S. Berillo, ma che ha
almeno il merito di riprendere lo spirito e le forme della proposta modernista
d’anteguerra. Il progetto di Gino Nicotra risolve la mancanza di
corrispondenza tra l’Anfiteatro romano e la Stazione ottocentesca
con un percorso leggermente in curva, che compone un frammento ordinato
di città razionalista; ma la ‘misura’ dell’intervento
e l’astrazione seriale che lo caratterizza non sembrano soddisfare
l’aspirazione di Catania
a rappresentarsi come una grande città: anzi come la ‘Milano
del Sud’.
Uno slogan, questo, che fa più danni delle mitologie parigine:
perché quando ‘il culto dell’asse’ non va più
bene (perché ritenuto antiquato, non più ‘alla moda’)
ecco che lo sventramento - siamo nel 1954 - si progetta ‘a baionetta’;
ma si fa lo stesso e si fa per davvero. Ideato dall’arch. Brusa
con la Società Immobiliare di Roma (di proprietà vaticana
e principale finanziatrice del Piano Istica6 per la demolizione/ ricostruzione
del quartiere), il ‘colpo di baionetta’ abbatte
S.Berillo, lasciando a terra i due tronconi sfalsati di corso Sicilia
e corso Martiri della Libertà, e produce un danno persistente perché
ripete modelli convenzionali ‘ottocenteschi’ senza interrogarsi
sul loro senso, che si modifica attraverso il tempo e le occasioni. In
sostanza è accaduto a Catania e ai Catanesi quanto succedeva al
Conte von O, di
Kleist: che guidando i suoi soldati all’attacco ... non s’accorgeva
d’avere la baionetta del nemico puntata sul suo nobile deretano;
non si accorgeva che il suo eroico gesto (ah, gli eroici furori del Moderno!)
s’era già tramutato in farsa.
Farsa diventa, allora, quel favoleggiare su
un ‘mitico’ schizzo (mai appurato da alcuno studioso) che
Alvar Aalto avrebbe tracciato della sezione asimmetrica di corso Sicilia:
su un lato coperto dai portici, e sull’altro coperto a sbalzo dagli
edifici; insomma ‘né carne né pesce’, se la
ridono i Catanesi. E ridono amaro: perché questa operazione di
pura facciata non riesce a porsi alcuna questione sul destino formale
della città; ma non si interroga neppure su quanto la costruzione
della facciata sapeva insegnarci nell’800, come processo ‘interno’
all’architettura che sa farsi strumento di controllo urbanistico.
Per questo motivo, il corso Sicilia non ha omogeneità di parte
urbana, ma si risolve in un accostamento di edifici (talvolta anche belli,
come quello di Vaccaro) e perlopiù pretenziosi, che sanno solo
nascondere un’edilizia
antica della quale non si sa cosa fare, alla quale non si sa come rapportarsi
(nemmeno ‘per differenza’).
La tensione alla Modernità si svuota in un meccanico e nevrotico
‘cambio di camicia’ (quello che ossessiona il Senatore nei
Buddenbrook); ma il risvolto di questa camicia ‘inamidata’
del corso Sicilia è la piaga a cielo aperto di corso Martiri della
Libertà: moncone di sventramento che espone, sull’altra metà
della ‘baionetta’, lo scandalo di una ricostruzione
fallita, che si rappresenta come vuoto osceno e insensato.
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L’area del Crocifisso e il progetto
di riforma |
Sezione su piazza Cappellini |
È da questo vuoto - osceno e insensato, ma concreto - che oggi
dobbiamo ripartire; superando le tentazioni - ideali o ideologiche, ma
sempre presenti - di affidare la città a vuoti slogan: la ‘Parigi
del Mediterraneo’, la ‘Milano del Sud’, e recentemente
la ‘Nuova Barcellona’; oppure: il ‘risanamento del centro
storico e la crescita urbana’, ieri; ‘il
recupero del centro storico e la rottamazione delle periferie’,
oggi. Piuttosto che praticare slogan, occorre praticare il progetto.
In buona sostanza, la conclusione è
sempre il progetto: tanto per la periferia, quanto per il centro storico.
Riconoscendo che nessuna buona teoria, o buona intenzione, potrà
salvarci da un cattivo progetto; occorre attraversare il rischio, l’avventura,
e la responsabilità del progetto.
Riforma dell’isolato del Crocifisso e di piazza Cappellini-Falcone,
a San Berillo
La ruderizzazione dell’area ha trasformato la piazza Cappellini-Falcone
in un parcheggio di risulta, privandola del suo tradizionale ruolo di
sagrato per la Chiesa del Crocifisso; mentre la demolizione praticata
sul bordo del lotto ha isolato l’edificio religioso con un ‘vuoto’,
dove la città scarica i suoi rifiuti. Il progetto che ho elaborato
con la collaborazione
di Mario Covello e Graziano Rua, vuole superare questa condizione di emarginazione,
facendo perno sul tradizionale ruolo di accoglienza che la Chiesa del
Crocifisso svolge da sempre a favore degli emarginati e degli immigrati.
Per questo motivo, il ricostituito sagrato di piazza Cappellini viene
collegato con un passaggio urbano al cortile interno del nuovo recinto
edilizio, dove si raccolgono alcuni servizi (un bazar per il commercio
di oggetti artigianali ed etnici; una libreria specializzata, per l’incontro
di religioni e culture diverse; un ristorante caffè-concerto; un
piccolo ostello): l’obiettivo è realizzare un ‘sagrato
interno’, che raddoppi il valore sociale ed urbano del tradizionale
sagrato ‘esterno’ di piazza Cappellini. Naturalmente, il richiamo
della cittadinanza in questo luogo di incontro e dialogo sociale richiede
un capiente parcheggio, che viene dislocato in sotterraneo, a costituire
una piazza coperta: una sala ipostila, caratterizzata da una scala-scultura,
che la collega alla gradinata della Chiesa, e da un finestrone orizzontale
cui fa da velario un lenzuolo d’acqua che discende dal piano inclinato
della piazza superiore. Su piazza Cappellini, la fontana è un dissuasore
che impedisce di sporgersi dal bordo inclinato del sagrato: questo piano
inclinato avanza verso via Crispi una pensilina d’ombra e di riparo
alla fermata dell’autobus; la panchina della fermata si caratterizza
per la spalliera
che fa da ringhiera sul velo d’acqua della fontana. Al centro della
fermata si parte un ponte sospeso sul parcheggio, che attraversando la
fontana ‘dell’acqua a lenzuolo’ congiunge via Crispi
al sagrato.
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Prospettiva su piazza Cappellini |
Pianta p.t. e viste sul nuovo sagrato
e sulla corte |
Piazza Cappellini è un piano inclinato di pietra lavica, disegnato
da percorsi in pietra bianca; mentre la scalinata della Chiesa e il muro
basso dell’antico Albergo Italia costituiscono le essenziali sedute
d’arredo; ancora il giardino secolare dell’antico Albergo
offre al sagrato il suo paramento d’alberi e ombre imponenti.
Sul limite sopra via Crispi, la fenditura d’acqua borda un percorso
che si incunea tra i ruderi di un ricomposto edificio ottocentesco: a
scoprire un albero dentro una stanza priva di copertura, che oggi illumina
il nuovo ingresso per la rampa di passeggio che sale fino al tetto del
vecchio palazzo. Questo percorso sospeso tra il nuovo cortile e il fronte
in ‘bugnato lavico’ su via Crispi, definisce col suo svolgimento
una galleria d’arte sacra, e culmina in un bar panoramico che svela
alla veduta dall’alto il segno della Croce impressa sul sagrato.
Se per l’architetto la conclusione di ogni ragionamento è
il progetto, sappiamo che il progetto non è mai una conclusione
(se non parziale e temporanea): è piuttosto un ‘superamento’
dei problemi, che serve a riconoscerli e ad aprirne di nuovi.
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Prospettiva della fontana-velario |
Vista d’angolo da corso Martiri |
È come un ridestarci alla realtà
che ci permette di affrontarla con occhi nuovi. Scrive Giorgio Agamben7
che l’astuzia e
l’ironia del risveglio consistono nel suo attestarsi proprio attraverso
il ricordo del sogno da cui ci si desta. Per San Berillo, il ‘luogo’
del suo risveglio potrà essere solo il ricordo del suo passato,
dell’ultima immagine di città attraverso la quale lo possiamo
riconoscere: che è quella del XIX secolo.
Anche se ci svegliamo in un campo di macerie: è questo il sogno
da cui - contro ogni finzione storicistica di continuità - dobbiamo
destarci. Ma - contro ogni tentazione di evasione - questo è anche
l’unico luogo in cui possiamo svegliarci.
Illustrazioni relative al progetto di Giuseppe
Arcidiacono (collaboratori Mario Covello e Graziano Rua) per l’isolato
del Crocifisso della Buona Morte e di piazza Cappellini-Falcone a San
Berillo in Catania.
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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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