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Architettura e Città
Periferie? Paesaggi urbani in trasformazione


Giuseppe Arcidiacono
San Berillo di Catania: da centro a periferia
Di Baio Editore

In che modo un quartiere del centro storico di Catania - San Berillo - sia diventato disgregata periferia (e peggio: una pietraia, diligentemente spartita in lotti di accumuli deformi, intorno alla viabilità di sventramento) è uno di quegli ‘strani’ casi che sembrano accadere in Sicilia quasi per il capriccio malevolo o il gusto bizzarro di inverare nella cronaca un lato oscuro e grottesco della realtà, che parrebbe altrimenti frutto di invenzione o trasfigurazione letteraria.
A voler minimizzare, potremmo appellarci al luogo comune della ‘realtà che supera la fantasia’; e Catania ce la mette tutta: per rispecchiare i veleni che De Roberto sparge nelle sue prose, e ostentare le deformità che Brancati descrive con acida ironia. Ma quando c’è un talento naturale ...
In verità, come realtà e fantasia sono intimamente connesse; in modo analogo, il centro e la periferia si definiscono in funzione reciproca: e talvolta - succede a San Berillo - finiscono paradossalmente per sovrapporsi e coincidere.
Nel linguaggio scientifico - recita il Devoto/Oli - dicesi periferico ciò che è situato in zone marginali rispetto a un centro. ‘Rispetto a’: centro e periferia sono dunque i luoghi di una ‘distanza’ che implica comunque una ‘relazione’: almeno per il dizionario; e almeno fino a un certo punto - fino a un certo tempo - della storia della città.
Per Aristotele periphéreia era la circonferenza: simbolo di unità ed equilibrio. Periphéres, ancora in greco antico, è ciò che viene attorniato in modo ornamentale, oppure a scopo difensivo ed offensivo; con particolare riferimento alle mura della città. E come non pensare alla perfetta circolarità ‘murata’, di Sforzinda e delle altre città ideali? Ma con la caduta di quelle mura, nel vuoto che si produce, la città perde - con il limite - anche il suo ideale di ‘misura’: e la capacità di misurare lo spazio.

Il quartiere S. Berillo prima dello sventramento (da piazza Stesicoro e dalla stazione)
Il piano di sventramento del 1947
(da piazza Stesicoro e dalla stazione)

Misurare significa saper circoscrivere lo spazio - piccolo, grande o immenso che sia - per conoscerlo, e riconoscerlo attraverso una forma.
L’uomo primitivo ha fermato il carro. Sceglie una radura. La circonda con una palizzata (…) . Mette ordine misurando; altrimenti sarebbe il caso, l’anomalia, l’arbitrio. La geometria è il linguaggio dell’uomo: così Le Corbusier, in ‘Vers une Architecture’ (1921): alla ricerca di un’altra geometria e di altre coordinate mentali per rifondare la città moderna; dopo che la capitale del XIX secolo - Parigi - ha fatto esplodere i suoi impianti stellari verso il nulla.
Le città del XIX secolo - lo sappiamo - fanno cadere le loro mura, ma scoprono al posto dell’infinito teorizzato dal pensiero romantico un ben più prosaico non finito, che è un ‘mancare’ dello spazio, un’assenza della forma. Scoprono le periferie che conosciamo oggi.
Questa condizione di sgomento è registrata perfettamente, non dall’urbanistica o dall’architettura, ma dalla poesia e dalle arti figurative (così non è a caso che i pittori e i poeti prima di altri abbiano saputo descrivere e raccontare la periferia come condizione dell’uomo moderno). Già alla metà dell’Ottocento Emily Dickinson scrive: (…)
Della Contentezza la quieta Periferia / Afflizione non può misurarsi / In Acri - la Sua Locazione / È l’Illocazione.
Da questo momento, la trasformazione delle mappe urbane avviene nel segno di una vera e propria sostituzione della cartografia tradizionale con una cartografia psichica. Dimenticavo infatti che, con saggia preveggenza, gli Antichi non solo chiamavano periphéreia la circonferenza, ma anche la follia.

San Berillo
Catania - così come la conosciamo - nasce moderna a partire dalla caduta delle sue mura, che rovinano al suolo con la città tutta, a seguito del terremoto del 1693. La ricostruzione del Camastra rivolge l’abitato verso il vulcano, e fissa nei Quattro Canti il cuore della nuova struttura; ma già nella prima metà del XIX secolo, ‘risalendo’ via Etnea, il centro si sposta a piazza Stesicoro dove trovano sede i Tribunali (nell’antico Ospedale S. Marco). La piazza - che nasconde nel
sottosuolo i resti dell’Anfiteatro romano (oggetto di inconcludenti scavi settecenteschi da parte di archeologi dilettanti) - viene piantumata nella seconda metà dell’800, e vede suggellata la sua centralità urbana col Monumento a Bellini, che mostra il musicista in meditazione, seduto e sorridente - dirà Brancati - fra quattro suoi personaggi tutti con la bocca aperta.
Appunto dalla centralissima piazza Stesicoro si partiva il quartiere San Berillo; procedendo perpendicolare a via Etnea verso la strada ferrata, inaugurata nel 1866 lungo la costa. Quale zona nuova e ‘centrale’ per il commercio ferroviario, S. Berillo avrebbe dovuto costituire una nobile sezione di città, con strade non minori di 10 m.; che non si realizzano - racconta Gentile Cusa1 - per l’ottusa contrarietà della Duchessa di Misterbianco che possedendo il terreno, si ostinava a
non volerlo cedere per allargarle, (senza lungimiranza - o capitali - per guadagnare più dalla qualità che dalla quantità, nella speculazione in atto); nel 1852 l’abitato ha già raggiunto la Chiesa del Crocifisso e il suo slargo extra-moenia (la piazza Cappellini); il quartiere si presenta compatto, con strade tagliate quasi ortogonalmente tra loro, ma strettissime
e profonde e - quel che è peggio - senza un collegamento diretto e diritto con la Stazione.
Proprio a Gentile Cusa, tocca regolare almeno la parte di completamento verso la Stazione, rafforzando l’asse che attraversa piazza Cappellini con l’allineamento di grandi blocchi d’affitto.
Questo ampliamento a nord-est, del 1882, diventa la base per il primo Piano Regolatore di Catania, firmato sempre da Gentile Cusa nell’88; dove l’espansione risale via Etnea - assunta quale asse strutturante e simbolico della città - attraverso un sistema di centralità progressive che spostano in successione temporale e spaziale il principio
ordinatore della crociera camastriana verso nord:2 prima sulla perpendicolare di via S.Caterina/Umberto (che dalla Villa Pubblica raggiunge la zona industriale solfifera) e poi ritrovando i nuovi Quattro Canti nell’incrocio di via Etnea con la ‘Passeggiata delle carrozze’ (viali Regina Margherita e XX Settembre).

Il piano di sventramento del 1934 (da piazza
Stesicoro e dalla stazione)
Lo sventramento del 1954

I nuovi viali sembrano disegnare, in un primo tempo, proprio la quieta periferiadi cui si diceva in apertura: quella connessa all’economia (vittoriana o umbertina che sia) del limite, quella che chiude in steccati e recinti e siepi leopardiane le inquietudini, quella che misura ‘in porzioni’ anche il cibo, quella dei bicchierini di rosolio, delle tazzine
di caffè o di tè che nascondono tuttavia inquieti paesaggi pronti a materializzarsi al profumo di una madeleine.
Perché, di contro a questa città armata di buon senso e di buoni propositi, c’è il piano di fondare la nuova città - la città moderna - come una città contrapposta: non più fondata sul ‘pieno’ compatto dei quartieri storici, ma fondata sul valore del ‘vuoto’ che è misura igienico/ sanitaria e proposizione astratta: vuoto che sperimenta la periferia.
È indicativo che il futuro centro della città contemporanea - piazza Verga (dove non a caso da piazza Stesicoro sarà trasferito nel 1953 il nuovo Tribunale) - sia proprio quel Piano d’Armi che nel disegno ottocentesco di Gentile Cusa è solo un grande vuoto; è indicativo che un dagherrotipo ci mostri piazza Verga ancora come una ‘sciara’ - un deserto di lave - simile in modo inquietante a quella pietraia che oggi è San Berillo: come fosse avvenuto uno scambio dell’identità urbana; come se fosse stato necessario - per realizzare il nuovo centro della città contemporanea sopra quel piano lavico destinato nel XIX secolo alle manovre militari - far tabula rasa nel centro urbano antico.

Lo sventramento
Nel 1904 per prima cosa sparisce una gran parte di piazza Stesicoro: a seguito di scavi archeologici che la fanno somigliare - dirà Brancati - alla tolda di una nave colpita di fianco, ma lo scavo dell’Anfiteatro sarà - per il direttore dei lavori Filadelfo Fichera - il primo passo volto a promuovere un programma archeologico, edilizio e sanitario3 che riguarderà l’intero quartiere San Berillo, in funzione di un collegamento diretto con la Stazione.
Infatti, a seguito del boom solfifero, che trasforma Catania nel principale nodo delle esportazioni per ferrovia (e - col nuovo porto - anche via mare), il collegamento fra il centro e la Stazione appare sempre più angusto, e incapace di ospitare i servizi che la città richiede; tolto il Grande Albergo, che trova posto in piazza Cappellini, per il resto,
San Berillo è già pieno come un uovo. Dunque, se Catania vuol diventare ‘la Capitale del commercio’ di Sicilia, o meglio ‘la Parigi del Mediterraneo’, occorre procedere a uno sventramento; che secondo le regole dettate da Haussmann,4 faciliti: l’afflusso e il deflusso dalle stazioni’; ‘ la circolazione non soltanto di aria e luce, ma anche di truppe (i Catanesi inneggiano alle ‘conquiste’ coloniali); ‘la distruzione sistematica di vicoli infetti’ (e i Catanesi sperimentano nel 1911 una luttuosa epidemia di colera); l’isolamento di grandi edifici e monumenti (e questo era già fatto con lo scavo dell’Anfiteatro).

Stato attuale, con l’area del Crocifisso (in rosso)

Nel 1913, un piano di sventramento del quartiere S. Berillo propone il radicale collegamento fra il centro e la Stazione, ma anche la radicale demolizione di un gran numero di edifici, sollevando perplessità di ordine tecnico ed economico che vengono risolte ... dallo scoppio della Grande Guerra. Il piano di risanamento del 1927 non ha miglior fortuna, perché l’asse di sventramento, se può realizzarsi con facilità e poca spesa, presenta tuttavia uno svantaggio: non porta diritto
alla Stazione. Il P.R.G. del 1934, che sotto le direttive di Giovannoni5 unisce le proposte dei progetti ‘Alfa 1932’ (di Piccinato, Guidi, Marletta) e ‘S.P.Q.C.’ (di Mancini, Paternò, Severino), sembra finalmente porgere una soluzione innovativa e insieme monumentale all’innesto della Stazione con il rettifilo di sventramento di San Berillo (con l’unica
pecca di ‘snobbare’ nelle prospettive essenziali e moderne quel monumento a Bellini che tanto piace ai Catanesi). Poi, ancora una grande guerra, anzi ‘mondiale’, blocca tutto.
Ma come la guerra blocca, così la guerra sblocca: perché con la scusa di risanare il quartiere bombardato (benché a Catania i danni bellici siano contenuti, e concentrati altrove) nel 1947 si riparte con un piano di ricostruzione ... che demolisce S. Berillo, ma che ha almeno il merito di riprendere lo spirito e le forme della proposta modernista d’anteguerra. Il progetto di Gino Nicotra risolve la mancanza di corrispondenza tra l’Anfiteatro romano e la Stazione ottocentesca con un percorso leggermente in curva, che compone un frammento ordinato di città razionalista; ma la ‘misura’ dell’intervento e l’astrazione seriale che lo caratterizza non sembrano soddisfare l’aspirazione di Catania
a rappresentarsi come una grande città: anzi come la ‘Milano del Sud’.
Uno slogan, questo, che fa più danni delle mitologie parigine: perché quando ‘il culto dell’asse’ non va più bene (perché ritenuto antiquato, non più ‘alla moda’) ecco che lo sventramento - siamo nel 1954 - si progetta ‘a baionetta’; ma si fa lo stesso e si fa per davvero. Ideato dall’arch. Brusa con la Società Immobiliare di Roma (di proprietà vaticana e principale finanziatrice del Piano Istica6 per la demolizione/ ricostruzione del quartiere), il ‘colpo di baionetta’ abbatte
S.Berillo, lasciando a terra i due tronconi sfalsati di corso Sicilia e corso Martiri della Libertà, e produce un danno persistente perché ripete modelli convenzionali ‘ottocenteschi’ senza interrogarsi sul loro senso, che si modifica attraverso il tempo e le occasioni. In sostanza è accaduto a Catania e ai Catanesi quanto succedeva al Conte von O, di
Kleist: che guidando i suoi soldati all’attacco ... non s’accorgeva d’avere la baionetta del nemico puntata sul suo nobile deretano; non si accorgeva che il suo eroico gesto (ah, gli eroici furori del Moderno!) s’era già tramutato in farsa.

Farsa diventa, allora, quel favoleggiare su un ‘mitico’ schizzo (mai appurato da alcuno studioso) che Alvar Aalto avrebbe tracciato della sezione asimmetrica di corso Sicilia: su un lato coperto dai portici, e sull’altro coperto a sbalzo dagli edifici; insomma ‘né carne né pesce’, se la ridono i Catanesi. E ridono amaro: perché questa operazione di pura facciata non riesce a porsi alcuna questione sul destino formale della città; ma non si interroga neppure su quanto la costruzione della facciata sapeva insegnarci nell’800, come processo ‘interno’ all’architettura che sa farsi strumento di controllo urbanistico. Per questo motivo, il corso Sicilia non ha omogeneità di parte urbana, ma si risolve in un accostamento di edifici (talvolta anche belli, come quello di Vaccaro) e perlopiù pretenziosi, che sanno solo nascondere un’edilizia
antica della quale non si sa cosa fare, alla quale non si sa come rapportarsi (nemmeno ‘per differenza’).
La tensione alla Modernità si svuota in un meccanico e nevrotico ‘cambio di camicia’ (quello che ossessiona il Senatore nei Buddenbrook); ma il risvolto di questa camicia ‘inamidata’ del corso Sicilia è la piaga a cielo aperto di corso Martiri della Libertà: moncone di sventramento che espone, sull’altra metà della ‘baionetta’, lo scandalo di una ricostruzione
fallita, che si rappresenta come vuoto osceno e insensato.

L’area del Crocifisso e il progetto di riforma
Sezione su piazza Cappellini

È da questo vuoto - osceno e insensato, ma concreto - che oggi dobbiamo ripartire; superando le tentazioni - ideali o ideologiche, ma sempre presenti - di affidare la città a vuoti slogan: la ‘Parigi del Mediterraneo’, la ‘Milano del Sud’, e recentemente la ‘Nuova Barcellona’; oppure: il ‘risanamento del centro storico e la crescita urbana’, ieri; ‘il
recupero del centro storico e la rottamazione delle periferie’, oggi. Piuttosto che praticare slogan, occorre praticare il progetto.

In buona sostanza, la conclusione è sempre il progetto: tanto per la periferia, quanto per il centro storico. Riconoscendo che nessuna buona teoria, o buona intenzione, potrà salvarci da un cattivo progetto; occorre attraversare il rischio, l’avventura, e la responsabilità del progetto.
Riforma dell’isolato del Crocifisso e di piazza Cappellini-Falcone, a San Berillo
La ruderizzazione dell’area ha trasformato la piazza Cappellini-Falcone in un parcheggio di risulta, privandola del suo tradizionale ruolo di sagrato per la Chiesa del Crocifisso; mentre la demolizione praticata sul bordo del lotto ha isolato l’edificio religioso con un ‘vuoto’, dove la città scarica i suoi rifiuti. Il progetto che ho elaborato con la collaborazione
di Mario Covello e Graziano Rua, vuole superare questa condizione di emarginazione, facendo perno sul tradizionale ruolo di accoglienza che la Chiesa del Crocifisso svolge da sempre a favore degli emarginati e degli immigrati.
Per questo motivo, il ricostituito sagrato di piazza Cappellini viene collegato con un passaggio urbano al cortile interno del nuovo recinto edilizio, dove si raccolgono alcuni servizi (un bazar per il commercio di oggetti artigianali ed etnici; una libreria specializzata, per l’incontro di religioni e culture diverse; un ristorante caffè-concerto; un piccolo ostello): l’obiettivo è realizzare un ‘sagrato interno’, che raddoppi il valore sociale ed urbano del tradizionale sagrato ‘esterno’ di piazza Cappellini. Naturalmente, il richiamo della cittadinanza in questo luogo di incontro e dialogo sociale richiede un capiente parcheggio, che viene dislocato in sotterraneo, a costituire una piazza coperta: una sala ipostila, caratterizzata da una scala-scultura, che la collega alla gradinata della Chiesa, e da un finestrone orizzontale cui fa da velario un lenzuolo d’acqua che discende dal piano inclinato della piazza superiore. Su piazza Cappellini, la fontana è un dissuasore che impedisce di sporgersi dal bordo inclinato del sagrato: questo piano inclinato avanza verso via Crispi una pensilina d’ombra e di riparo alla fermata dell’autobus; la panchina della fermata si caratterizza per la spalliera
che fa da ringhiera sul velo d’acqua della fontana. Al centro della fermata si parte un ponte sospeso sul parcheggio, che attraversando la fontana ‘dell’acqua a lenzuolo’ congiunge via Crispi al sagrato.

Prospettiva su piazza Cappellini
Pianta p.t. e viste sul nuovo sagrato e sulla corte

Piazza Cappellini è un piano inclinato di pietra lavica, disegnato da percorsi in pietra bianca; mentre la scalinata della Chiesa e il muro basso dell’antico Albergo Italia costituiscono le essenziali sedute d’arredo; ancora il giardino secolare dell’antico Albergo offre al sagrato il suo paramento d’alberi e ombre imponenti.
Sul limite sopra via Crispi, la fenditura d’acqua borda un percorso che si incunea tra i ruderi di un ricomposto edificio ottocentesco: a scoprire un albero dentro una stanza priva di copertura, che oggi illumina il nuovo ingresso per la rampa di passeggio che sale fino al tetto del vecchio palazzo. Questo percorso sospeso tra il nuovo cortile e il fronte in ‘bugnato lavico’ su via Crispi, definisce col suo svolgimento una galleria d’arte sacra, e culmina in un bar panoramico che svela alla veduta dall’alto il segno della Croce impressa sul sagrato.
Se per l’architetto la conclusione di ogni ragionamento è il progetto, sappiamo che il progetto non è mai una conclusione (se non parziale e temporanea): è piuttosto un ‘superamento’ dei problemi, che serve a riconoscerli e ad aprirne di nuovi.

Prospettiva della fontana-velario
Vista d’angolo da corso Martiri

È come un ridestarci alla realtà che ci permette di affrontarla con occhi nuovi. Scrive Giorgio Agamben7 che l’astuzia e
l’ironia del risveglio consistono nel suo attestarsi proprio attraverso il ricordo del sogno da cui ci si desta. Per San Berillo, il ‘luogo’ del suo risveglio potrà essere solo il ricordo del suo passato, dell’ultima immagine di città attraverso la quale lo possiamo riconoscere: che è quella del XIX secolo.
Anche se ci svegliamo in un campo di macerie: è questo il sogno da cui - contro ogni finzione storicistica di continuità - dobbiamo destarci. Ma - contro ogni tentazione di evasione - questo è anche l’unico luogo in cui possiamo svegliarci.

Illustrazioni relative al progetto di Giuseppe Arcidiacono (collaboratori Mario Covello e Graziano Rua) per l’isolato del Crocifisso della Buona Morte e di piazza Cappellini-Falcone a San Berillo in Catania.

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