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proposito di periferie, articolo una riflessione in tre punti:
- la fisicità dei nostri territori: quale è, come si è
prodotta, cosa diventerà in assenza di una scossa;
- come si va evolvendo l’attuale domanda sociale;
- che fare, quale visione può indirizzare i processi di sviluppo
territoriale e le singole azioni.
L’eredità di cui disponiamo è eccezionale: una rete
di centri urbani - di forte identità e ricchi di stratificazioni
- vicini fra loro al punto da far definire la nostra penisola ‘terra
di città’. Nella seconda metà del secolo scorso questi
centri hanno subìto risposte improprie a domande di crescita e
di standard schematici ed apodittici. Per questo la questione delle periferie
ha assunto rilievo crescente, fino a divenire tema centrale.
Quand les barres étaient blanches, i quartieri che si formavano
all’esterno dei centri storici avevano grande rilevanza sociale.
Obiettivi: la casa per tutti e condizioni di vita evolute. Simboli di
una rivoluzione incruenta, ma sostanziale, nei primi decenni del ’900
questi quartieri operarono una trasformazione profonda; nessuno sospettava
l’enorme costo sociale che avrebbero prodotto (fig. 1). Le periferie
erano allora luoghi di sperimentazione, lì si andava formando la
città nuova. ‘Periferia’ non era sinonimo di degrado.
La monofunzionalità delle aree era un’ambizione, contrastava
il caos della città ottocentesca e le patologie della rivoluzione
industriale. La città si formava attraverso grandi recinti monofunzionali,
residenziali, ma anche industriali o per ogni importante funzione urbana
(fig. 2). I nuovi quartieri rispondevano alla nuova domanda sociale, estromettevano
complessità, intrecci funzionali e monumentalità (fig. 3).
La tensione antiurbana generava basse densità, verde, isolamento;
ed anche la tensione urbana proponeva dispersione, gigantismi, modelli
che non ambivano a compattezza né a rapporti umani densi. Prendeva
corpo l’ideologia del lotto, delle recinzioni. Tutto portava a progressive
dilatazioni dello spazio fisico rese possibili dalla rivoluzione dei trasporti
e dall’era dell’automobile (fig. 4).
L’inusitata velocità dei processi di trasformazione che attraversano
il ’900, obsolescenza dei criteri urbanistici e incapacità
di adeguare gli strumenti di controllo, hanno devastato il territorio.
Gli aspetti quantitativi sono noti. In pochi decenni il numero dei vani
cresce vertiginosamente.
Oggi è più che triplicato rispetto
alla prima metà del ’900, malgrado una popolazione raddoppiata
in cento anni, ma da tempo sostanzialmente stabile. Lotti, standard, normative
e quant’altro hanno portato all’adozione sistematica di principi
e modelli per nulla attenti al consumo di suolo. La superficie urbanizzata
pro-capite continua a crescere senza controllo, addirittura con un ordine
di grandezza diverso rispetto al passato. Benché datati, alcuni
dati della provincia
di Napoli sono emblematici: qui un abitante del ’91 consumava oltre
13 volte più territorio di uno del ’61: mentre la popolazione
cresce dell’1% all’anno, le aree urbanizzate si incrementano
con velocità dieci/quindici volte superiore. La ‘terra di
città’ si trasforma in ‘continuum urbanizzato’.
Molteplici risposte - quando non criminali, ingenuamente dirette a soddisfare
bisogni - continuano a srotolarsi sul territorio: Konrad Lorenz include
le periferie della seconda metà del ’900 fra gli otto peccati
capitali della nostra civiltà. Oggi si diffondono e sono condivise
sensibilità ambientale (un tempo sconosciuta o propria di gruppi
limitati), coscienza paesaggistica, attenzione ai valori culturali: tre
capisaldi contemporanei che però sostengono solo deboli azioni
di difesa; poco possono di fronte ad un’erosione in apparenza ineluttabile.
Il territorio sembra diviso in centri storici, aree protette, zone di
vincolo assoluto; e aree periferiche, luoghi secondari, abbandonati a
se stessi, oggetto di interesse generico se non di disinteresse assoluto.
L’insieme delle erosioni, pur se singolarmente modeste, porta al
degrado.
Imperversano le azioni singole. Manca una visione di sistema. Il territorio
viene sempre più ingombrato. Occorrono quindi modelli innovativi,
una diversa concezione degli standard, una risposta a nuovi requisiti.
Urge una scossa, una visione coraggiosa capace di tradursi in nuovo patto
sociale (fig. 5).
A volte si è ancora impantanati in interpretazioni riduttive del
termine architettura, quasi che una buona costruzione, un’immagine
accattivante, un prodotto di qualità, sia di per sé capace
di assicurare un ambiente positivo ed elevate condizioni di vita. Alla
qualità dell’ambiente di vita e delle trasformazioni urbane
partecipano in modo determinante gli spazi aperti, i luoghi non costruiti:
centro e periferia si contrappongono soprattutto per la qualità
di questi spazi, per la densità di rapporti umani che consentono,
per gli attrattori che vi si generano (fig. 6).
Si diffonde un’aspirazione ad un’identità,
ad un ruolo nel sistema territoriale i cui fattori primi sono oggi in
iperconnettività e accessibilità; alta densità; assenza
di schematicità, intrecci di modelli contrapposti, stratificazioni
capaci di costituirsi anche come monumentalità.
Come si va evolvendo l’attuale domanda sociale Malgrado tutto, malgrado
gli attuali 130 milioni di vani e 58 milioni
di abitanti - 28 milioni di alloggi e 22 milioni di unità familiari
- vi è ancora bisogno di case. Una stima del Cresme (marzo 2006)
afferma che nel 2007 occorrono almeno ulteriori 1.700.000 alloggi, 600.000
dei quali pubblici. Un incremento di oltre il 6% del patrimonio abitativo,
con punte diverse nelle varie regioni e nelle differenti aree. Nello stesso
tempo l’Italia ridonda di strumenti urbanistici, concettualmente
datati anche se recenti. Lo dimostra la crescita abnorme dei valori immobiliari,
l’espulsione dei cittadini da alcune aree (Napoli da 1.200.000 a
900.000 abitanti) segnale del fallimento di politiche urbanistiche che
non tengono conto delle esigenze degli abitanti, fondate su assiomi ed
astrazioni.
Se a questo incremento del 6/7% del patrimonio attuale si risponde con
modelli abituali, si continua a devastare il territorio e produrre periferie;
ad ingombrarlo più che potenziarlo, nel vano tentativo di risolvere
singoli problemi; senza produrre nuovi paesaggi attrattivi.
Occorrono allora modelli diversi, che saldino strutture ed infrastrutture
in azioni unitarie, che rifuggano qualsiasi vecchia distinzione fra ragionamento
urbanistico ed edilizio.
Molto forse può fare la telematica che, nelle nostre condizioni,
non esalta l’isolamento, ma è fattore di forza dell’armatura
territoriale.
50 anni fa Yona Friedman - in contrapposizione alla logica delle mobile-house,
del portarsi sempre con sé il proprio alloggio - esaltava i valori
della mobilità, azzerava l’idea stessa di casa immaginando
un mondo di alloggi-capsula continuamente disponibili per utenti sempre
diversi: case chiudibili solo se e quando occupate, a disposizione di
tutti (fig. 7). Una visione irrealistica più che utopica, che scardina
l’idea stessa di abitazione. Vedo invece che l’era telematica,
che in altri continenti favorisce la dispersione, nel nostro continuum
urbanizzato, denso di centri minori, facilita una certa indifferenza territoriale,
eleva le possibilità di scelta fra collocazioni alternative. Qui
- nei nostri territori - l’era telematica offre nuove opportunità
e nuovi valori nei sistemi urbani. Opportunità che si affiancano
alle trasformazioni a scala dell’edificio, dove la telematica ha
contribuito a rompere le concatenazioni funzionali di cui erano impregnate
stanche tipologie (scuole, università, ospedali, fabbriche e via
dicendo), quindi non ha reso più indispensabili i grandi recinti
monofunzionali, determinando più agili complessi un tempo condizionati
dall’allora indispensabile - ma ormai obsoleta - ‘unità
di luogo’ (fig. 8). La telematica invade il lavoro, lo spettacolo,
il commercio, l’istruzione, ogni forma di rapporti. Ma ciascuno
di noi è testimone che l’incremento di telefono, telelavoro,
televisioni, teleistruzione, telemedicina, televendite e via dicendo non
ostacola, anzi si accompagna ad una vorticosa domanda di incremento degli
spostamenti fisici, che mutano nelle motivazioni, ma che comunque rispondono
a necessità di maggiori scambi e di più intensi rapporti
interfaccia (fig. 9).
Che fare; quale visione può indirizzare
i processi di sviluppo territoriale e le singole azioni.
La capacità di cogliere ogni intervento come frammento di scale
più ampie è sostanziale, quale che ne sia la dimensione.
Esemplare la strategia territoriale in corso nell’Ile-de-France
dove ogni occasione punta ad invertire il processo di degrado delle banlieus,
denunciato con forza 13 anni fa dall’allora nuovo Ministro della
Cultura Douste- Blazy e mesi fa violentemente tornato alla ribalta: la
Defense, lo Château de Vincennes, il nuovo museo d’arte contemporanea
Mac/Val nel 94esimo arrondissement, l’Atelier Pathé-Albatros
a Montreuil, oggi sede dell’Académie des arts et des spectacles,
il Musée des annes 30 a Boulogne-Billancourt; il mercato delle
pulci di Saint Ouen, lo Stade de France e la Basilica di Saint-Denis.
Nel Seine-Saint-Denis anche un grande parco naturale lungo il fiume e
220 km di sentieri per il trekking; Creteil, nella prefettura Val-de-Marne,
vanta esempi di architettura abitativa degli anni ’30 e ’70
ed un eccezionale patrimonio archeologico del neolitico. Officine aeronautiche
e studios cinematografici abbandonati, uffici privati (a Creteil) o pubblici
(a Bry-sur- Marne), mercati (quello di Rungis): fino alle 70 fabbriche
(dalla Coca Cola a Clamart alla Louis Vuitton ad Asnières) che
la prefettura di Hauts-de-Seine apre ogni anno al pubblico per la settimana
delle visite.
A Torino, la futura sede della Regione sembra porsi nella stessa ottica:
è stata ora trasferita in un’area periferica. Fuksas ne è
entusiasta perché il cuore della città si sposta per dar
vita a una periferia, interpretando il senso profondo dell’architettura
che è quello di rivalutare le aree difficili.
Come Parigi o Torino, tutte le città europee, non più sostenute
da economie nazionali e quindi in concorrenza fra loro, sono spinte oggi
a drastiche trasformazioni imposte dalla globalizzazione.
Quando possono colgono occasioni importanti come hanno fatto Barcellona
e Torino con le Olimpiadi, Valencia con l’American Cup, Siviglia
con l’Esposizione universale, Genova capitale europea della cultura,
e così via (fig. 10).
Anche in assenza di fattori eccezionali, le trasformazioni sono indispensabili.
Nella ‘quarta era urbana’ - come definita da Roger Simmonds
dell’Oxford Brookes University - le città ambiscono a iperconnettività
(per flussi immateriali e materiali, quindi con sempre maggiori spazi
per i movimenti) ed a polinuclearità, cercando nodi ad alta intensità
non solo nei loro centri, ma anche nei siti industriali abbandonati, nella
periferia, negli aeroporti e in altri bacini di attrazione.
La spinta alla concorrenza farà prevalere chi farà meglio
circolare persone, merci, veicoli, informazioni, idee all’interno
del suo ambito fisico e che meglio si inserirà nelle reti globali
di comunicazione.
Far circolare meglio significa far circolare di più, più
velocemente, fluidificare, valvolizzare quando opportuno perché
restino sedimentazioni; ma significa anche integrare, rendere sistema
i diversi flussi.
Si rafforza il tema dell’elevata densità
urbana: come da ‘problema’ - come è stata sempre vista
- diventi ‘risorsa’. Oltre a far coincidere gli interessi
di investitori ed amministrazioni locali, l’alta densità
può rispondere alle crescenti pressioni sociali per città
‘sostenibili’: distanze contenute facilitano i rapporti, riducono
emissioni di biossido di carbonio e consumo di territorio.
D’altra parte i tessuti periferici si caratterizzano perché,
diversamente dalla città consolidata, spesso dispongono di spazio,
di troppo spazio, di troppe strade, troppo larghe, troppo inutili e troppo
non aggreganti.
Densificare significa lavorare sullo spazio urbano, sulla sua qualità,
sul suo disegno, su rigenerazioni possibili anche se tremendamente complesse.
Significa rifiutare nuove espansioni, nuovi quartieri, centri di fondazione;
evitare l’utopia e rapportarsi al ‘topos’ specifico:
evitare banalizzazioni e ripetitività, scegliere la difficile ma
pagante via della complessità e degli intrecci.
Tutto porta ad un costruito più pieno. Gli edifici sono sempre
più grandi, più alti e più ampi, impongono tecniche
innovative per aerazione e luce naturale, adottano componenti edilizi
industrializzati con prestazioni multiple e variamente assemblabili (fig.
11). Iperconnettività e polinuclearità consentono quindi
risposte non solo semplicemente
compatibili con quelli che definisco come i capisaldi contemporanei -
ambiente, paesaggio e stratificazioni della memoria - ma anche in grado
di esaltarli. La nostra cultura non ammette efficienze, presunte, che
scardinino o solo intacchino questi valori della contemporaneità.
Nuove strategie ricercano nuovi principi, alcuni generalizzabili, altri
specifici dei singoli territori Innanzitutto agire attraverso visioni
globali (fig. 12). Evitare singole risposte a singoli problemi, senza
valutarle come ‘frammenti’ di un
sistema: le risposte dirette in apparenza risolvono, nella realtà
determinano nuovi e più complessi problemi. Quindi strategie duttili
ma chiare. Puntare a densità elevate, a forti integrazioni; fuggire
da presunte autonomie; garantire mobilità territoriale e molteplicità
di scelte.
L’elevata densità non è negativa coma abitualmente
si considera.
Tende a ridurre il consumo di suolo. È
il presupposto che apre a molte opportunità se individua interventi
che coniughino privacy e possibilità di incontro. Genera l’esigenza
di molteplici attrezzature di supporto, non solo diversità e quindi
possibilità di scelta per i ‘prolungamenti dell’alloggio’
come li chiamava Le Corbusier: casa, raggruppamento
di case, cluster, riprendendo la filiera dei paradigmatici ‘ criteria
for mass housing’ di Alison e Peter Smithson.
Occorre quindi una lettura unitaria delle aree metropolitane e del sistema
urbanizzato. Occorre sostenerne l’interpretazione di tessuto a rete,
deformabile, al cui interno l’articolazione topologica consenta
a ciascun nodo di assumere centralità e simultaneamente risultare
periferico rispetto ad altri. Con una interpretazione di questo tipo alla
base degli interventi concreti, potremmo costruire strategie territoriali
che sviluppino effettiva concorrenza; conflittualità, e nello stesso
tempo relative stabilità (fig. 13).
Si tratta di dare diverso significato e valore alle centralità,
lavorare per la densificazione fisica di segni, sulle capacità
di accogliere eventi, relazioni, densificazioni di rapporti sociali; tendere
ad un’effettiva articolazione dei servizi rari, per dare ruolo ed
identità ad ogni parte del sistema; puntare su strutture per la
mobilità, minimizzandone tempi e costi.
In astronomia, ‘buco nero’ è una regione di spazio
che attira a sé la materia inghiottendola; all’opposto ‘buco
bianco’ è un dove da cui emergono materia ed energia. Nessun
‘buco bianco’ è mai stato osservato e molti astronomi
ritengono assai remota la possibilità della loro esistenza. Il
continuum urbanizzato non è né nero né bianco: aspira
al bianco, ma prodotto da trottole policrome.
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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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