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Architettura e Città
Periferie? Paesaggi urbani in trasformazione


Massimo Pica Ciamarra
Policromie nel continuum urbanizzato
Di Baio Editore

A proposito di periferie, articolo una riflessione in tre punti:
- la fisicità dei nostri territori: quale è, come si è prodotta, cosa diventerà in assenza di una scossa;
- come si va evolvendo l’attuale domanda sociale;
- che fare, quale visione può indirizzare i processi di sviluppo territoriale e le singole azioni.

L’eredità di cui disponiamo è eccezionale: una rete di centri urbani - di forte identità e ricchi di stratificazioni - vicini fra loro al punto da far definire la nostra penisola ‘terra di città’. Nella seconda metà del secolo scorso questi centri hanno subìto risposte improprie a domande di crescita e di standard schematici ed apodittici. Per questo la questione delle periferie ha assunto rilievo crescente, fino a divenire tema centrale.
Quand les barres étaient blanches, i quartieri che si formavano all’esterno dei centri storici avevano grande rilevanza sociale.
Obiettivi: la casa per tutti e condizioni di vita evolute. Simboli di una rivoluzione incruenta, ma sostanziale, nei primi decenni del ’900 questi quartieri operarono una trasformazione profonda; nessuno sospettava l’enorme costo sociale che avrebbero prodotto (fig. 1). Le periferie erano allora luoghi di sperimentazione, lì si andava formando la città nuova. ‘Periferia’ non era sinonimo di degrado. La monofunzionalità delle aree era un’ambizione, contrastava il caos della città ottocentesca e le patologie della rivoluzione industriale. La città si formava attraverso grandi recinti monofunzionali, residenziali, ma anche industriali o per ogni importante funzione urbana (fig. 2). I nuovi quartieri rispondevano alla nuova domanda sociale, estromettevano complessità, intrecci funzionali e monumentalità (fig. 3). La tensione antiurbana generava basse densità, verde, isolamento; ed anche la tensione urbana proponeva dispersione, gigantismi, modelli che non ambivano a compattezza né a rapporti umani densi. Prendeva corpo l’ideologia del lotto, delle recinzioni. Tutto portava a progressive dilatazioni dello spazio fisico rese possibili dalla rivoluzione dei trasporti e dall’era dell’automobile (fig. 4).
L’inusitata velocità dei processi di trasformazione che attraversano il ’900, obsolescenza dei criteri urbanistici e incapacità di adeguare gli strumenti di controllo, hanno devastato il territorio. Gli aspetti quantitativi sono noti. In pochi decenni il numero dei vani cresce vertiginosamente.

Oggi è più che triplicato rispetto alla prima metà del ’900, malgrado una popolazione raddoppiata in cento anni, ma da tempo sostanzialmente stabile. Lotti, standard, normative e quant’altro hanno portato all’adozione sistematica di principi e modelli per nulla attenti al consumo di suolo. La superficie urbanizzata pro-capite continua a crescere senza controllo, addirittura con un ordine di grandezza diverso rispetto al passato. Benché datati, alcuni dati della provincia
di Napoli sono emblematici: qui un abitante del ’91 consumava oltre 13 volte più territorio di uno del ’61: mentre la popolazione cresce dell’1% all’anno, le aree urbanizzate si incrementano con velocità dieci/quindici volte superiore. La ‘terra di città’ si trasforma in ‘continuum urbanizzato’.
Molteplici risposte - quando non criminali, ingenuamente dirette a soddisfare bisogni - continuano a srotolarsi sul territorio: Konrad Lorenz include le periferie della seconda metà del ’900 fra gli otto peccati capitali della nostra civiltà. Oggi si diffondono e sono condivise sensibilità ambientale (un tempo sconosciuta o propria di gruppi limitati), coscienza paesaggistica, attenzione ai valori culturali: tre capisaldi contemporanei che però sostengono solo deboli azioni di difesa; poco possono di fronte ad un’erosione in apparenza ineluttabile. Il territorio sembra diviso in centri storici, aree protette, zone di vincolo assoluto; e aree periferiche, luoghi secondari, abbandonati a se stessi, oggetto di interesse generico se non di disinteresse assoluto. L’insieme delle erosioni, pur se singolarmente modeste, porta al degrado.
Imperversano le azioni singole. Manca una visione di sistema. Il territorio viene sempre più ingombrato. Occorrono quindi modelli innovativi, una diversa concezione degli standard, una risposta a nuovi requisiti. Urge una scossa, una visione coraggiosa capace di tradursi in nuovo patto sociale (fig. 5).
A volte si è ancora impantanati in interpretazioni riduttive del termine architettura, quasi che una buona costruzione, un’immagine accattivante, un prodotto di qualità, sia di per sé capace di assicurare un ambiente positivo ed elevate condizioni di vita. Alla qualità dell’ambiente di vita e delle trasformazioni urbane partecipano in modo determinante gli spazi aperti, i luoghi non costruiti: centro e periferia si contrappongono soprattutto per la qualità di questi spazi, per la densità di rapporti umani che consentono, per gli attrattori che vi si generano (fig. 6).

Si diffonde un’aspirazione ad un’identità, ad un ruolo nel sistema territoriale i cui fattori primi sono oggi in iperconnettività e accessibilità; alta densità; assenza di schematicità, intrecci di modelli contrapposti, stratificazioni capaci di costituirsi anche come monumentalità.
Come si va evolvendo l’attuale domanda sociale Malgrado tutto, malgrado gli attuali 130 milioni di vani e 58 milioni
di abitanti - 28 milioni di alloggi e 22 milioni di unità familiari - vi è ancora bisogno di case. Una stima del Cresme (marzo 2006) afferma che nel 2007 occorrono almeno ulteriori 1.700.000 alloggi, 600.000 dei quali pubblici. Un incremento di oltre il 6% del patrimonio abitativo, con punte diverse nelle varie regioni e nelle differenti aree. Nello stesso tempo l’Italia ridonda di strumenti urbanistici, concettualmente datati anche se recenti. Lo dimostra la crescita abnorme dei valori immobiliari, l’espulsione dei cittadini da alcune aree (Napoli da 1.200.000 a 900.000 abitanti) segnale del fallimento di politiche urbanistiche che non tengono conto delle esigenze degli abitanti, fondate su assiomi ed astrazioni.
Se a questo incremento del 6/7% del patrimonio attuale si risponde con modelli abituali, si continua a devastare il territorio e produrre periferie; ad ingombrarlo più che potenziarlo, nel vano tentativo di risolvere singoli problemi; senza produrre nuovi paesaggi attrattivi.
Occorrono allora modelli diversi, che saldino strutture ed infrastrutture in azioni unitarie, che rifuggano qualsiasi vecchia distinzione fra ragionamento urbanistico ed edilizio.
Molto forse può fare la telematica che, nelle nostre condizioni, non esalta l’isolamento, ma è fattore di forza dell’armatura territoriale.
50 anni fa Yona Friedman - in contrapposizione alla logica delle mobile-house, del portarsi sempre con sé il proprio alloggio - esaltava i valori della mobilità, azzerava l’idea stessa di casa immaginando un mondo di alloggi-capsula continuamente disponibili per utenti sempre diversi: case chiudibili solo se e quando occupate, a disposizione di tutti (fig. 7). Una visione irrealistica più che utopica, che scardina l’idea stessa di abitazione. Vedo invece che l’era telematica, che in altri continenti favorisce la dispersione, nel nostro continuum urbanizzato, denso di centri minori, facilita una certa indifferenza territoriale, eleva le possibilità di scelta fra collocazioni alternative. Qui - nei nostri territori - l’era telematica offre nuove opportunità e nuovi valori nei sistemi urbani. Opportunità che si affiancano alle trasformazioni a scala dell’edificio, dove la telematica ha contribuito a rompere le concatenazioni funzionali di cui erano impregnate stanche tipologie (scuole, università, ospedali, fabbriche e via dicendo), quindi non ha reso più indispensabili i grandi recinti monofunzionali, determinando più agili complessi un tempo condizionati dall’allora indispensabile - ma ormai obsoleta - ‘unità di luogo’ (fig. 8). La telematica invade il lavoro, lo spettacolo, il commercio, l’istruzione, ogni forma di rapporti. Ma ciascuno di noi è testimone che l’incremento di telefono, telelavoro, televisioni, teleistruzione, telemedicina, televendite e via dicendo non ostacola, anzi si accompagna ad una vorticosa domanda di incremento degli spostamenti fisici, che mutano nelle motivazioni, ma che comunque rispondono a necessità di maggiori scambi e di più intensi rapporti interfaccia (fig. 9).

Che fare; quale visione può indirizzare i processi di sviluppo territoriale e le singole azioni.
La capacità di cogliere ogni intervento come frammento di scale più ampie è sostanziale, quale che ne sia la dimensione. Esemplare la strategia territoriale in corso nell’Ile-de-France dove ogni occasione punta ad invertire il processo di degrado delle banlieus, denunciato con forza 13 anni fa dall’allora nuovo Ministro della Cultura Douste- Blazy e mesi fa violentemente tornato alla ribalta: la Defense, lo Château de Vincennes, il nuovo museo d’arte contemporanea Mac/Val nel 94esimo arrondissement, l’Atelier Pathé-Albatros a Montreuil, oggi sede dell’Académie des arts et des spectacles, il Musée des annes 30 a Boulogne-Billancourt; il mercato delle pulci di Saint Ouen, lo Stade de France e la Basilica di Saint-Denis. Nel Seine-Saint-Denis anche un grande parco naturale lungo il fiume e 220 km di sentieri per il trekking; Creteil, nella prefettura Val-de-Marne, vanta esempi di architettura abitativa degli anni ’30 e ’70 ed un eccezionale patrimonio archeologico del neolitico. Officine aeronautiche e studios cinematografici abbandonati, uffici privati (a Creteil) o pubblici (a Bry-sur- Marne), mercati (quello di Rungis): fino alle 70 fabbriche (dalla Coca Cola a Clamart alla Louis Vuitton ad Asnières) che la prefettura di Hauts-de-Seine apre ogni anno al pubblico per la settimana delle visite.
A Torino, la futura sede della Regione sembra porsi nella stessa ottica: è stata ora trasferita in un’area periferica. Fuksas ne è entusiasta perché il cuore della città si sposta per dar vita a una periferia, interpretando il senso profondo dell’architettura che è quello di rivalutare le aree difficili.
Come Parigi o Torino, tutte le città europee, non più sostenute da economie nazionali e quindi in concorrenza fra loro, sono spinte oggi a drastiche trasformazioni imposte dalla globalizzazione.
Quando possono colgono occasioni importanti come hanno fatto Barcellona e Torino con le Olimpiadi, Valencia con l’American Cup, Siviglia con l’Esposizione universale, Genova capitale europea della cultura, e così via (fig. 10).
Anche in assenza di fattori eccezionali, le trasformazioni sono indispensabili.
Nella ‘quarta era urbana’ - come definita da Roger Simmonds dell’Oxford Brookes University - le città ambiscono a iperconnettività (per flussi immateriali e materiali, quindi con sempre maggiori spazi per i movimenti) ed a polinuclearità, cercando nodi ad alta intensità non solo nei loro centri, ma anche nei siti industriali abbandonati, nella periferia, negli aeroporti e in altri bacini di attrazione.
La spinta alla concorrenza farà prevalere chi farà meglio circolare persone, merci, veicoli, informazioni, idee all’interno del suo ambito fisico e che meglio si inserirà nelle reti globali di comunicazione.
Far circolare meglio significa far circolare di più, più velocemente, fluidificare, valvolizzare quando opportuno perché restino sedimentazioni; ma significa anche integrare, rendere sistema i diversi flussi.

Si rafforza il tema dell’elevata densità urbana: come da ‘problema’ - come è stata sempre vista - diventi ‘risorsa’. Oltre a far coincidere gli interessi di investitori ed amministrazioni locali, l’alta densità può rispondere alle crescenti pressioni sociali per città ‘sostenibili’: distanze contenute facilitano i rapporti, riducono emissioni di biossido di carbonio e consumo di territorio.
D’altra parte i tessuti periferici si caratterizzano perché, diversamente dalla città consolidata, spesso dispongono di spazio, di troppo spazio, di troppe strade, troppo larghe, troppo inutili e troppo non aggreganti.
Densificare significa lavorare sullo spazio urbano, sulla sua qualità, sul suo disegno, su rigenerazioni possibili anche se tremendamente complesse. Significa rifiutare nuove espansioni, nuovi quartieri, centri di fondazione; evitare l’utopia e rapportarsi al ‘topos’ specifico: evitare banalizzazioni e ripetitività, scegliere la difficile ma pagante via della complessità e degli intrecci.
Tutto porta ad un costruito più pieno. Gli edifici sono sempre più grandi, più alti e più ampi, impongono tecniche innovative per aerazione e luce naturale, adottano componenti edilizi industrializzati con prestazioni multiple e variamente assemblabili (fig. 11). Iperconnettività e polinuclearità consentono quindi risposte non solo semplicemente
compatibili con quelli che definisco come i capisaldi contemporanei - ambiente, paesaggio e stratificazioni della memoria - ma anche in grado di esaltarli. La nostra cultura non ammette efficienze, presunte, che scardinino o solo intacchino questi valori della contemporaneità.
Nuove strategie ricercano nuovi principi, alcuni generalizzabili, altri specifici dei singoli territori Innanzitutto agire attraverso visioni globali (fig. 12). Evitare singole risposte a singoli problemi, senza valutarle come ‘frammenti’ di un
sistema: le risposte dirette in apparenza risolvono, nella realtà determinano nuovi e più complessi problemi. Quindi strategie duttili ma chiare. Puntare a densità elevate, a forti integrazioni; fuggire da presunte autonomie; garantire mobilità territoriale e molteplicità di scelte.
L’elevata densità non è negativa coma abitualmente si considera.

Tende a ridurre il consumo di suolo. È il presupposto che apre a molte opportunità se individua interventi che coniughino privacy e possibilità di incontro. Genera l’esigenza di molteplici attrezzature di supporto, non solo diversità e quindi possibilità di scelta per i ‘prolungamenti dell’alloggio’ come li chiamava Le Corbusier: casa, raggruppamento
di case, cluster, riprendendo la filiera dei paradigmatici ‘ criteria for mass housing’ di Alison e Peter Smithson.
Occorre quindi una lettura unitaria delle aree metropolitane e del sistema urbanizzato. Occorre sostenerne l’interpretazione di tessuto a rete, deformabile, al cui interno l’articolazione topologica consenta a ciascun nodo di assumere centralità e simultaneamente risultare periferico rispetto ad altri. Con una interpretazione di questo tipo alla
base degli interventi concreti, potremmo costruire strategie territoriali che sviluppino effettiva concorrenza; conflittualità, e nello stesso tempo relative stabilità (fig. 13).
Si tratta di dare diverso significato e valore alle centralità, lavorare per la densificazione fisica di segni, sulle capacità di accogliere eventi, relazioni, densificazioni di rapporti sociali; tendere ad un’effettiva articolazione dei servizi rari, per dare ruolo ed identità ad ogni parte del sistema; puntare su strutture per la mobilità, minimizzandone tempi e costi.
In astronomia, ‘buco nero’ è una regione di spazio che attira a sé la materia inghiottendola; all’opposto ‘buco bianco’ è un dove da cui emergono materia ed energia. Nessun ‘buco bianco’ è mai stato osservato e molti astronomi ritengono assai remota la possibilità della loro esistenza. Il continuum urbanizzato non è né nero né bianco: aspira al bianco, ma prodotto da trottole policrome.

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