| L’immigrazione
è un fenomeno che produce comunque e ovunque tensioni e difficoltà.
La città contemporanea tende ad allontanare dal suo corpo ciò
che crea difficoltà: esclude, rinchiude, nasconde.
Deviante è ciò che ‘devia’ da un comune senso
della convivenza, dal rispetto di regole stabilite, al di fuori delle
quali ci si avventura nella diversità, fino a risultare destabilizzanti:
anziani, poveri, disabili, malati, rei, immigrati, utili o inutili, comunque
dissimili; norma e devianza. La città sembra essersi avvalsa spesso
di questi criteri, per discriminare diverse componenti nel suo corpo sociale
ma anche, attraverso le sue forme, per dare o negare espressione a diverse
istanze
culturali.
I quartieri-dormitorio delle periferie post-industriali, le infinite distese
di palazzi-contenitori senza qualità (autentici casermoni popolari
o quartieri di villette in serie con portichetto prefabbricato e barbecue
bifamiliare), sono moderni ghetti in cui l’edificio pubblico non
compare mai a decongestionare separazione e incomunicabilità di
chi è costretto a viverci. Diversamente dall’antica ‘fabbrica’
dell’ospedale, ad un tempo caposaldo urbano e congegno tipologico
capace di concentrare studio e terapia, accoglienza e assistenza, molte
delle attuali istituzioni assistenziali sono fuori dal tessuto storico,
come cittadelle dell’isolamento e dell’alienazione, sorta
di contenitori che nascondono i malati di mente, i tossicodipendenti,
i malati terminali. Anche il carcere, estrema istituzione per la devianza
che è stata capace - per
secoli - di promuovere episodi di simbiosi funzionale e insediativa, viene
oggi ridotto a una ‘macchina’ per applicare le pene e quasi
sempre allontanato dalla città, che riconverte le sue vecchie prigioni
ad attività di tipo consumistico, rivelando tutta la renitenza
dell’architettura a esprimere le contraddizioni e i conflitti della
vita civile.
La città di oggi è ‘catalogata’ in una apparente
indifferenziazione di forme, di ruoli, di risposte rispetto alle questioni
che le vengono poste da chi vi entra come ‘straniero’; la
città riflette nelle sue forme e nelle sue strutture l’atteggiamento
della società contemporanea nei confronti dell’integrazione,
improntato per lo più alla diffidenza, quando non all’esclusione.
Il dato della mobilità, alla base del ‘progetto’ degli
immigrati, deve fare i conti con le risposte della società ospitante,
per contro storicamente improntate alla dimensione della stanzialità.
In Italia vi sono circa due milioni di migranti all’alba del 2000.
La Convenzione di Schengen, firmata nel giugno 1985 da cinque Paesi europei,
mette in moto una strategia di prevenzione nei loro confronti, una filosofia
di controllo e di limitazione delle libertà che identifica il migrante
come portatore di pericolo, l’essere migrante come reato, trasformando
l’Italia da una terra aperta a un Paese dalle frontiere chiuse e
pregiudizialmente disposto nei confronti della presunta pericolosità
dell’immigrato in quanto tale.
Sempre più spesso la città attuale individua nel valore
‘estetico’ la norma costruttrice e vincolante dei suoi processi
di crescita. La capacità di ‘consumo’, l’omologazione
alle regole, una cultura estetizzante che tende a eliminare dalla città
ciò che trascende i canoni del consenso, ha sostituito sia la pluralità
dei linguaggi architettonici che, nella città industriale e post-industriale,
identificavano culture e destinazioni funzionali dal centro alla periferia,
sia le regole dell’ ornato che nella città neoclassica vincolavano
i caratteri formali degli edifici al loro specifico ruolo civile.
L’estetica della città come valore in sé favorisce
un’architettura dall’espressione effimera, sempre meno capace
di ‘comporre’ i molteplici riferimenti culturali e sociali
dei suoi abitanti. L’importazione indifferenziata di modelli precipui
appartenenti a culture sedimentate si contrae spesso in ridicolizzate
ambientazioni (i quartieri etnici, i locali tipici,
i mercatini ‘equo-solidali’), d’altra parte l’esportazione
acritica di icone della cultura occidentale (innanzitutto nei ‘santuari’
della civiltà dei consumi, i villaggi turistici di lusso, le catene
delle multinazionali) riflette solo in maniera distorta la natura multietnica
e pluriculturale della società contemporanea, annichilendo tradizioni
e caratteri di
identità che potrebbero conferire nuovi tratti al volto della città.
Il tema dell’accoglienza porta in luce
questioni strutturali e al contempo richiede una visione ‘politica’,
capace non solo di affrontare la gestione degli spazi ereditati dalla
storia (la trasformazione e la riconversione di strutture urbane e architettoniche),
ma anche di promuovere e prefiguarare nuovi luoghi di vita associata,
tali da corrispondere
ai bisogni abitativi, di relazione, di lavoro e di scambio delle popolazioni
immigrate, al di là della pura emergenza.
La nascita di nuovi centri di attività gestite da immigrati per
gli immigrati (la moschea, il bagno turco, la macelleria islamica, i call-center),
esprime implicitamente una domanda di spazi di gestione o di socializzazione,
affatto sconosciuti nella cultura dei paesi ospitanti, che può
diventare un’importante occasione per il progetto urbano. I luoghi
e le
differenze dell’abitare sono una parte importante della città
plurale: la residenza può innalzare il gradiente di ospitalità
della città quando, ai modelli condominiali convenzionali, contrappone
una sperimentazione sul tipo che facilita la compresenza di molte specificità.
Spazi nuovi che si giustappongono all’esistente, aprendo un varco
in un contesto a loro estraneo e spesso indifferente o addirittura ostile;
spazi a partire dai quali potrebbero nascere nuovi comportamenti, non
semplici espressioni di un cambiamento in atto all’interno degli
equilibri urbani.
Spazi da condividere, da gestire e da reinterpretare
in architettura.
Spazi ed attività che, nella scena finale della rappresentazione
dell’architettura degli stranieri in un contesto contemporaneo,
farebbero da coro all’azione dei principali artefici di questa scena:
i luoghi pubblici della vita urbana, i luoghi della trasmissione dei saperi,
i luoghi dell’incontro, del tempo libero, dello scambio: teatri,
sale pubbliche, scuole,
spazi espositivi, mercati, piazze, parchi, strutture sportive. Luoghi
davvero pubblici, capaci di riappropriarsi della complessità e
della capacità di indurre comportamenti che solo lì la città
è in grado di ritrovare, per realizzare concretamente la città
degli stranieri. Una città che non si accontenti di semplificare
i problemi cercando di nasconderli, ma che chiami l’architettura
a farsene esplicita espressione: i teatri nel teatro, ‘l’ambiente
di un teatro dove edificio e scena, attori e spettatori siano tutti chiamati
a vivere un momento eccezionale che potrebbe avere come titolo Il ritrovamento
della città.1
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Veduta attuale di Firenze |
Veduta di Erevan con il sobborgo cristiano,
1718 |
1. G. Michelucci, Un fossile chiamato carcere.
Scritti sul carcere, Pontecorboli ed., Firenze 1993.
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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