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da considerarsi periferie luoghi che non hanno un’identità
precisa o che hanno un effetto urbano ridotto? Oppure sono soltanto piccoli
o consistenti nuclei abitati, che tuttavia una riconosciuta identità
non giustifica automaticamente una loro centralità?
I Sassi di Matera sono il centro storico della città, tuttavia
ancora in buona parte si possono considerare una periferia (seppur al
centro).
Costituiscono una periferia complessa, che non è un vero centro,
ma che lo è stato per molto tempo. Parimenti è area intensamente
antropizzata, che tende a naturalizzarsi.
Sono certamente periferie i villaggi abbandonati dell’ERAS nella
zona periferica della provincia di Messina verso la valle dell’Alcantara.
Sono periferie i piccoli centri della Calabria, sperduti tra laure bizantine
e fiumare ampie e desolate.
Sono forse periferie anche i grandi centri commerciali lungo le parti
interstiziali delle aree metropolitane, dove l’ampiezza dello spazio
a disposizione enfatizza un bisogno di attività non solo commerciale
che perde la dimensione e l’individualità necessaria per
i contatti sociali a misura d’uomo.
Riflettendo con un certo distacco, mi sembra, per ora, che siano periferie
tutti i luoghi che visito da un po’ di tempo a questa parte.
Periferie culturali, periferie rurali, periferie silenziose e dimenticate,
luoghi che hanno in comune la qualità di essere lontani da quello
che si può considerare il centro delle attività principali
di un territorio. Forse è vero che abbiamo perso il centro e che
esso si trovi lontano, ma dove? Forse non basta essere a New York, a Los
Angeles, a Città del Messico, a Londra, a Parigi per non essere
in periferia; dipende anche dalla disposizione d’animo.
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Matera. I Sassi |
Aspromonte. Fiumara dell’Amendolea
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Aggius (SS). La valle della luna |
Sono certamente periferie le aree montane,
come le rocche dell’Argimusco tra i Nebrodi e i Peloritani e i paesaggi
della Sardegna con i nuraghi e i pozzi sacri, le tombe dei giganti e le
foreste pietrificate.
Mi sembra che le periferie che colpiscono maggiormente l’attenzione
sono quelle che un tempo sono state centro ed ora hanno perso quella capacità
d’attrazione, che li rendeva accoglienti e disponibili.
Sono luoghi abbandonati del tutto o in parte, che un tempo inseriti nel
territorio in una rete di infrastrutture hanno perso gradatamente vitalità,
perchè l’intorno ha cambiato funzioni, o spesso, dismesso
e abbandonato, è rimasto scollegato dall’insieme e quindi
dimenticato.
La perdita della memoria collettiva costituisce il passo oltre il quale
comincia la dissoluzione del paesaggio, attraverso i cambiamenti piccoli
o grandi e le trasformazioni repentine e invasive.
Lo spettacolo dell’alba sull’altopiano dell’Argimusco
è splendido.
Dopo la rocca della Novara si estende in basso verso oriente il bosco
di Malabotta e poi il grande cono dell’Etna con piccole striature
bianche.
Le grandi rocce, che sorgono sopra un tappeto di verde intenso, sembrano
strane figure che richiamano mostri e figure bizzarre.
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Montalbano Elicona (ME). Le rocche
dell’Argimusco |
Montalbano Elicona (ME). Ovile megalitico |
Durante il solstizio d’estate la luna
piena di un colore rossastro affonda in attesa dell’alba sulla destra
del vulcano e dopo appena un’ora si alza il sole sulla parte opposta
in direzione dell’ aquila, la pietra che sembra proprio un rapace
pronto a spiccare il volo. Superando il crinale si scende verso la valle
dell’Alcantara. Si raggiungono i sette villaggi dell’ERAS
(Malfitano, Monastero Bucceri, Morfia, Piano Torre, Pietrapizzuta, S.
Giovanni e Schisina, il più importante con i servizi principali),
costruiti negli anni Cinquanta del secolo scorso e del tutto abbandonati
dopo qualche anno dalla costruzione.
Lo spazio coperto di questi borghi abbandonati da diversi decenni si è
in parte naturalizzato ed è stato utilizzato dai pastori come ricovero
delle loro greggi. Così anche le chiese sono state utilizzate come
stalle. L’uomo probabilmente non ha riconosciuto sacralità
al luogo o allo spazio architettato. In quest’azione non si può
riconoscere un atto volontario di blasfemia, perché non c’è
la minima traccia di segnali in questo senso, se non il possesso materiale
dello spazio da parte degli animali, che lo usano come ricovero, non contrastati
dall’azione dell’uomo.
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Ustica (PA). Ai piedi della Falconiera |
Francavilla di Sicilia (ME). La chiesa
del borgo di Schisina |
Forse l’uomo è scomparso insieme
al suo senso di sacralità da racchiudere in uno spazio simbolico.
Questa non lo dà certo l’architettura da sola, ma gli uomini
che la vivono. I borghi furono abitati dai contadini solo per breve tempo,
essendo troppo distanti dai terreni da coltivare. In questo senso tali
strutture insediative sono fantasmi nel pieno senso del termine. Esse
hanno perso il senso del luogo in modo violento; gli è stato strappato.
Le architetture sono la maschera di un progetto politico fallito senza
alcun tentativo di rimediare in qualche modo. Hanno imboccato un sentiero
di regressione tale che non si può pensare una periferia più
periferia di questa. Che significa disegnare, rilevare queste periferie?
Percorrere un penoso sentiero di degrado fino a raggiungere uno stato,
che è difficile definire; nello stesso tempo come creare le condizioni
per portarlo in qualche modo ad una condizione di vivibilità?
Il parallelo con le vicine rocche dell’Argimusco, luogo che mantiene
una sacralità tutta propria, non è peregrino. Una grande
roccia, quella dell’orante, dà ricovero sotto i suoi anfratti
ad un gregge di pecore e non viene minimamente da pensare che il luogo
diminuisca di sacralità. Tuttavia il limitato interesse dell’uomo,
nei confronti di questi luoghi di grande identità territoriale,
non fa intravedere prospettive di valorizzazione e riqualificazione del
paesaggio.
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Francavilla di Sicilia
(ME).
Panorama dal borgo di Malfitano |
L’architettura certamente contribuisce
a creare nel luogo, con il suo atto di fondazione, uno stacco, una cesura
e ciò ha bisogno di un atto appunto sacro, che spesso nell’antichità
si è manifestato con la fondazione di un tempio. Spesso la profanazione
del luogo è la metafora della dissoluzione della cultura che gli
aveva dato identità. Forse qui non siamo proprio a questo, tuttavia
la dissoluzione dell’architettura è evidente ed è
un fenomeno compreso in quello più vasto della naturalizzazione
degli edifici rurali abbandonati o dismessi. La differenza consiste nel
fatto che la natura non è tanto vitale, come si potrebbe pensare,
per agire comunque in qualsiasi contesto e con la stessa rapidità.
Spesso anch’essa è relegata ai margini e non ha la forza
d’imporre le sue leggi. Ci si trova, infatti in alcuni casi, di
fronte ad una
desertificazione preoccupante del territorio, che in qualche modo riflette
uno stato interiore dell’uomo.
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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