| Premessa
Il problema delle periferie - storiche e vicine o recenti e lontane -
è complesso, esteso e pervasivo alla stregua di un oceano.
Nella sedimentazione storica, i margini delle città europee - città
segnatamente continentali, eccetto quelle britanniche - tendevano a formarsi
nella scia di modi che intrecciavano produzioni industriali e regimi fiscali
daziari; per quanto attiene ai prodotti dell'industria, le cinte daziarie
ottocentesche svolgevano ruoli d'inclusione o d'esclusione delle fabbriche,
secondo fasi di finanza locale, per la tassazione o l'esenzione di quei
prodotti da parte del dazio: quindi, si può dire che
le cinte svolgessero un ruolo simile a quello svolto più tardi
dai piani regolatori, perché includevano o escludevano parti urbane
in relazione ad apparati normativi, i quali, rispettivamente, incrementavano
o frenavano le rendite fondiarie.
In Gran Bretagna sussistevano altre regole urbane e produttive che, fondamentalmente,
si affrancavano dal dazio; una situazione analoga si aveva anche per le
città industriali nordamericane che, tuttavia, paiono risultare
come casi di studio a parte, per i peculiari processi di formazione che
le caratterizzavano, cui l'indagine storica urbana dovrebbe far riferimento.
Secondo le riflessioni di Tocqueville sulla storia, una democrazia, come
quella americana o inglese, che
consente l'estrinsecarsi del sentimento di libertà, dovrebbe filtrare
l'allargamento progressivo della sfera d'azione del potere statale; la
riduzione o l'assenza del carattere invasivo del dazio potrebbero anche
essere lette in questi termini.
Oggi, riprendere l’urbanistica e considerarla come categoria regolatrice
di sistemi complessi significa delineare un progetto strategico alternativo,
che prenda atto della città con i suoi contrastanti problemi: per
esempio, l’esistenza di aree urbane centrali (storiche) e di aree
urbane periferiche (storiche e non). Nell’ambito di tale progetto
strategico alternativo, il contributo dell’indagine storica può
esser visto come mezzo per capire e conoscere la realtà (secondo
scopi di rilievo), e come strumento per indirizzare la trasformazione
della realtà (secondo scopi di piano).
Il lavoro generale, cui collabora la storia, è per la costruzione
di un’articolata politica urbana che dia dignità culturale
alla periferia, intesa quale luogo di appartenenza per i vari modi della
vita reale, e non quale pezzo alienato di città-dormitorio.
Elogio della periferia storica
Da molti anni mi occupo dei vari aspetti della periferia, cosiddetta storica
e vicina - quella che i francesi chiamano banlieue proche - e sono interessato
a portare un mio contributo, relativo al caso di Torino.
La periferia storica rappresenta dei nuclei borghigiani che conservano
un principio di identità, e che devono essere difesi (dal punto
di vista sociale) per radicare la già coesa coscienza dei luoghi,
e tutelati (dal punto di vista morfologico) per conservare le risultanze
materiali dell’edilizia e delle parti di città relative a
quei luoghi.
Sotto il profilo storico, i borghi e le borgate di Torino rappresentano
una realtà urbana di grande interesse. Sia i borghi di epoca medievale
e moderna, collocati storicamente extra muros, sia le borgate, connesse
alla realizzazione della cinta daziaria di metà Ottocento, sono
dei piccoli fuochi di centralità urbana; tali aggregati urbani
erano posti in prossimità delle principali strade di accesso alla
città o a ridosso della cinta daziaria. Anche se i criteri informatori
di tali insediamenti sono di tipo ricorrente, ogni luogo urbano ha caratteri
peculiari, perché appare legato ad alcune specificità, come,
per esempio: i caratteri fisici del territorio; la vicinanza di fabbricati
industriali; la presenza di infrastrutture (strade vicinali, canali, ferrovie,
tranvie ...; la lottizzazione di grandi porzioni di terreno, in vista
di una sua utilizzazione edilizia.
La conoscenza della periferia storica deve servire a indirizzare azioni
di tutela. Il dibattito che si è articolato intorno alla Carta
di Gubbio ha consentito di estendere i caratteri di salvaguardia, dai
centri storici (1960) alle parti non centrali di territorio urbanizzato
fra Otto e Novecento (1990). L’attuale dibattito sulla cultura urbana
tende a considerare la città nel suo insieme; la visione che privilegiava
i centri storici si va estendendo alle varie parti della città,
che esprimono problemi diramati. Dato per acquisito il dibattito che da
quasi mezzo secolo discute sulla tutela e la valorizzazione dei centri
storici, forte appare negli ultimi anni l’interesse per le periferie.
Ripensare oggi la periferia di ieri
Ripensare oggi la periferia di ieri vuol dire anche usare la storia per
capire i luoghi urbani non centrali, spesso negletti, perché sono
stati attorniati da quell’agglomerato informe di città, eterogeneo
e degradato, che è la periferia recente. I siti che in forma di
nuclei hanno dato origine ai borghi e alle borgate devono essere tutelati
e recuperati, sulla scorta di declinazioni della cultura storica e della
partecipazione dei cittadini: la lotta di politica culturale è
per identificare lo ius loci e per costituire lo ‘statuto dei luoghi’.
Forse sarebbe utile partire dall’osservazione fisica della realtà
urbana storica che si vuole conservare in forma selettiva e critica. Ciò
significa riflettere sulla costruzione di un modello concreto, che dovrebbe
confrontarsi con la forma fisica esistente, modificata con interventi
leggeri che intreccino la qualità specifica e lo spessore storico
dei luoghi con gli standardsdi qualità della vita.
Purtroppo, dagli anni novanta del Novecento, Torino è assoggettata
a un piano regolatore che ha individuato nello strumento delle zone urbane
di trasformazione il motore per un radicale rinnovo delle aree industriali
dismesse, al fine di far decollare la nuova città delle abitazioni
(tante) e del terziario superiore (tanto), a scapito dei servizi di più
immediata necessità (pochi), dalle ceneri della vecchia città
delle fabbriche.
Il diffuso carattere negativo di tale piano, che ha prodotto una forte
densità edilizia nelle aree periferiche storiche di Torino, è
stato ripreso - in forma di sinergia - dai lavori per le Olimpiadi invernali
del 2006, che hanno innescato ulteriori pesanti attività residenziali
e terziarie, stravolgendo l'assetto planivolumetrico di alcune barriere
operaie formate fra Otto e Novecento.
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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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