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processi di trasformazione della metropoli contemporanea, nell’accelerazione
dei flussi comunicativi e nelle continue pratiche di dematerializzazione,
registrano il passaggio paradigmatico e spesso la compresenza di un modello
di organizzazione spaziale e sociale di tipo disciplinare, progettato
per l’addestramento dei corpi attraverso istituzioni segmentarie
e strutture di tenuta spaziale panottica; e una società del controllo
in grado di cartografare l’ambiente urbano tramite forme di scansione
digitale, suggerendo spesso la sovrapposizione di tendenze contraddittorie
nella gestione spaziale, nell’alternanza di barriere fisiche e limiti
invisibili.
La nascita in questo senso dei surveillance studies testimonia l’emergenza
di questo tema che ha assunto rilevanza soprattutto dopo i cosiddetti
fatti dell’11 settembre e che ha modificato sensibilmente le priorità
e i confini tra sicurezza e accessibilità, sorveglianza e privacy,
rischio e riservatezza, pubblico e privato, con implicazioni transdisciplinari
tra progetto e società, metropoli e mobilità, tecnologia
e comportamento.
Disciplina spaziale
Nella contemporanea epoca della mobilità, le strategie del controllo
non riescono più a concentrarsi esclusivamente sull’opacità
dei limiti fisici degli spazi nei quali abitiamo, piuttosto sull’efficienza
degli apparati tecnologici che regolano la permeabilità e la trasparenza
delle strutture fisiche. In questo senso, il tema del rapporto complesso
stretto tra spazio, oggetti, tecnologie e le contemporanee forme di controllo
nella metropoli contemporanea, assume un rilievo importante
per analizzare le mutazioni e le contraddizioni dei paesaggi urbani, in
particolare quelli periferici che, per la dimensione critica, incorporano
le dinamiche evolutive di trasformazione ed organizzazione dello spazio
fisico e sociale.
Da una parte permane un ordine statico di tipo disciplinare, sfumato e
modulato sotto diverse forme, vicino idealmente ai calchi ambientali osservati
da Michel Foucault irrigidito nei secoli intorno alle membrane delle istituzioni
totali storiche e disegnate nelle fabbriche benthamiane; dall’altra
si assiste ad un’organizzazione dell’intero assetto territoriale
che regola la comunicazione non tanto immobilizzando, inibendone la circolazione,
quanto fissando range per il movimento e
veicolando, filtrando, rallentando od accelerando i ritmi, le frequenze,
le durate delle forze e delle vite.
Pur riconoscendo nello spazio il perno della fisicità del controllo,
la sua trasparenza ne diviene la misura della sicurezza: tenuta spaziale
e qualità dei confini disciplinano il movimento di soggetti ed
oggetti per differenziarne circuiti e flussi di circolazione e perciò
anticiparne le azioni. In una condizione permanente di mobilità
diffusa, il potere concentra le sue strategie di controllo non più
sull’integrità del confine, limite e baluardo per la conservazione
della purezza territoriale ed astrazione cartografica di sintesi tra identità
e luogo, ma più sottilmente sulla permeabilità delle frontiere,
sulla capacità cioè di calibrare e filtrare quantitativamente
e soprattutto qualitativamente i movimenti di persone e cose. La proliferazione
di smart cards, telepass, tecnologie wireless, dispositivi di monitoraggio,
data mining, determina una riconsiderazione degli scenari del controllo,
che insiste non più solo sulle strutture architettoniche degli
spazi, ma piuttosto sull’efficienza degli apparati tecnologici e
degli oggetti intelligenti che regolano l’accesso e gli scambi,
materiali e immateriali, tra soggetti.
Le tecnologie contemporanee del controllo, influenzando il comportamento,
regolando l’azione, programmando la produzione e la riproduzione,
disegnano nuovi scenari sul territorio, laddove il dispositivo disciplinare
si basa non tanto nella fissazione fisica/spaziale, ma piuttosto nello
stato di perenne visibilità in grado di innescare uno stato di
inconsapevole subordinazione a cui è sottoposto l’osservato
nella invisibilità dell’apparato elettronico. La costante
visibilità dei comportamenti e delle volontà mantiene in
questo senso costante il controllo negli effetti come nella durata, un
automatismo che ne differisce nello spazio gli esiti, allontanandone i
protagonisti in un intervallo di velocità
assoluta.
Vite scansionate
La pervasività tecnologica, nell’insinuare germi di controllo
in ogni luogo dell’abitare, rompe alcuni dei miti della modernità,
come il rapporto tra pubblico e privato: le mura domestiche, che una volta
racchiudevano il sogno borghese di un ambiente sicuro, isolato e immunizzato,
hanno perso la loro opacità concentrandovi una molteplicità
di attività prima svolte all’esterno e appartenenti al sociale
e connettendosi sempre più velocemente nelle transazioni comunicative
in entrata e in uscita attraverso suoni e immagini. La ridefinizione del
rapporto tra pubblico e privato investe così trasversalmente indoor
come outdoor, nella ricerca di sicurezza acquistata al prezzo di una porzione
di intimità violata nella transazione consensuale di segnali tra
utenti e istituzioni del controllo: ... gli uomini e le donne postmoderni
scambiano una parte delle loro possibilità di sicurezza per un
po’ di felicità (Bauman, 1999).
Altrettanto assistiamo alla sperimentazione di nuove forme di comunitarismo
costruite al di fuori dei legami tradizionali nei prototipi immobiliari
pianificati modello Celebration disneyana, come nella trasformazione di
ogni spazio pubblico in privato commerciale ad alto controllo, riconoscibile
nella diffusa gentrificazione della metropoli e nella cosiddetta mallification
sindrome degli ipermercati panottici.
Se nella società disciplinare descritta da Foucault il dispositivo
segregativo era utilizzato per separare la componente difforme contenendola
in un confine chiuso, sembra, al contrario, che nelle contemporanee privatopie
si scelga liberamente la segregazione come forma di sicurezza da ogni
forma di vita ‘non controllata’. Se il disciplinamento aveva
come obiettivo la cura ‘molecolare’ attraverso la separazione
e la collocazione dei singoli individui in spazi di particolare visibilità
come le istituzioni totali per la detenzione e la medicina, il controllo
salvaguarda più semplicemente la componente ‘sana’
attraverso la profilassi ‘molare’ della massa, da conservare
e rafforzare.
Dal ‘far morire e lasciar vivere’ al ‘far vivere e lasciar
morire’ (Foucault, 1988): in una condizione permanente di mobilità
diffusa, il potere concentra le sue strategie di controllo non più
sull’integrità del confine, limite e baluardo per la conservazione
della purezza territoriale ed astrazione cartografica di sintesi tra identità
e luogo, ma più sottilmente sulla permeabilità delle frontiere,
sulla capacità cioè di calibrare e filtrare quantitativamente
e soprattutto qualitativamente i movimenti di persone e cose.
Dall’azione di contenimento attraverso azioni di tenuta spaziale
in cui l’opacità del confine ne misura la sicurezza, si privilegia
il controllo dei flussi istituito sulle interfacce, nei punti di contatto
tra i corpi, soglie di riconoscimento sempre più immateriali fondate
nelle moderne pietre miliari dell’attraversamento veloce come varchi,
portali, sensori, cellule fotoelettriche.
Potere di progetto
Ma se il disciplinamento prevedeva un’organizzazione piramidale
dove una ristretta cerchia di controllori osservava una massa diffusa
di controllati, mediante il dispositivo unidirezionale osservatore-osservato,
la contemporanea diffusività della tecnologia, ormai capillare,
apre a vere e proprie tattiche di appropriazione degli strumenti di monitoraggio
e al fenomeno che tutti controllano tutti. In altre parole, la circolazione
sempre più orizzontale di dispositivi di registrazione
della realtà, foto e videocamere, registratori e riproduttori audio,
software di elaborazione dati, tecnologie per la comunicazione, ed ormai
il loro occultamento negli oggetti comuni che indossiamo nel quotidiano,
contribuisce ad annullare l’intrinseco carattere remoto del controllo,
creando così una forma di detournement, un disorientamento nella
decostruzione del vettore osservatore-osservato.
Tra i molti progetti che puntano a smascherare il dispositivo di controllo
con forme di attivismo tra situazionismo debordiano e consumo critico,
Denis Beaubois, artista australiano, con le sue provocazioni/ performance
elabora una forma di riflessività speculare del meccanismo di osservazione,
posizionandosi davanti alle telecamere CCTV degli spazi pubblici, di banche
o centri commerciali, e tentando di interagire conversando in qualche
modo con cartelli.
La sua operazione mira ad esplorare e svelare i meccanismi cognitivi remoti
con cui operano le tecnologie di sorveglianza, restituendone una fisicità
spaziale e performativa e moltiplicandone le zone critiche di riflessione.
L’attivismo tecnologico, nel ridirezionare così in maniera
invisibile il dispositivo di controllo con l’ammissione alla partecipazione
alla partita, svolge un ruolo produttivo autorizzando potere di progetto
e creando nuove consapevolezze.
Alla linearità della rappresentazione del diagramma verticale panottico
costruito sull’asimmetria dello sguardo, si sostituisce la complessità
di un intreccio a rete rizomatico che le nuove tecnologie e i rispettivi
strumenti di monitoraggio organizzano, permettendo la produzione di zone
critiche e il costituirsi di intelligenze collettive. Questa sorta di
‘democrazia tecnologica’ autorizza cioè a vere e proprie
pratiche di decostruzione del vettore osservatore-osservato, affermando
l’acquisizione di capacità di auto-organizzazione e di resistenza
e forme di soggettivazione in grado di ribaltare il gioco orwelliano ed
irridere le strategie panottiche.
Il concetto di controllo non si esaurisce nella logica repressiva o nel
rapporto tra privacy e sorveglianza, piuttosto si intreccia con la produzione
diffusa della società dello spettacolo e di tutte le pratiche di
violazione che lasciano emergere zone temporaneamente liberate dalla disciplina
spaziale, in cui la metropoli è ancora protagonista.
Bibliografia
Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza, il Mulino, Bologna,
1999.
Mike Davis, Città di quarzo. Indagando sul futuro a Los Angeles,manifestolibri,
Roma 1999.
Gilles Deleuze, Pourparler,Quodlibet, Macerata 2000.
Michel Foucault, La volontà di sapere,Feltrinelli, Milano, 1988.
Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1976.
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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
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