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miglia a nordovest di Phoenix è in corso, da più di quaranta
anni, uno dei più grandi (e snobbati) esperimenti sociali di tutta
la storia umana. Intanto l’immagine aerea, quasi un Paul Klee su
fondo ocra sporco (fig. 1), ci offre l’immediata conferma visiva
di un processo che si è ripetuto spesso nella modernità:
prima si distrugge una configurazione
preesistente, spontanea, e poi la si ricostruisce artificialmente, una
volta che si sia sentita la struggente mancanza di ciò che si è
distrutto o svuotato. Nell’800 i fiumi che attraversavano le città
venivano sotterrati perché in essi si scaricavano troppi rifiuti
tossici, troppi nauseabondi liquami. Ma poi, per ricostituire una parvenza
di natura,1
al posto dei corsi d’acqua ormai interratti furono scavati alvei
per fiumi e laghetti artificiali nei parchi cittadini, a Central Park,
Bois de Boulogne, Hyde Park.
Lo stesso procedimento è spesso applicato dagli immobiliaristi
statunitensi che, per edificare suburbi a buon mercato, spianano immense
distese e le reticolano con uno sterminato gridirondi villette unifamiliari
e strade rettilinee intersecantesi ad angolo retto: il terreno piatto
e la struttura ad angoli retti sono i due principali fattori di serialità,
e quindi di risparmio nei costi di costruzione.2 Ma se poi quegli stessi
suburbi vanno ‘gentrificati’, allora ecco che il paesaggio
viene di nuovo smosso artificialmente riammucchiando collinette, scavando
avvallamenti, e la monotonia del gridiron rettilineo viene variata introducendo
curve, salitelle, discese, tornantini: nel gergo dei promotori, si tratta
qui d’introdurre amenities, fare un landscape upgrade(per esempio
piantare arbusti, gli stessi che nella fase precedente erano stati sistematicamente
estirpati), ovvero creare un softscape.3 Naturalmente, questa natura ripristinata
sta alla natura originaria come il prato di un campo da golf sta a una
prateria.
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fig. 1 | Veduta aerea |
fig. 2 | Veduta aerea zoom |
fig. 3 | Sun city |
Qui, nel deserto dell’Arizona, vediamo
dall’alto una planimetria mista, in cui i progettisti hanno sovrapposto
al gridiron di base una struttura di concentrici filari circolari di casette
replicanti, disposte intorno a strategiche aree verdi: un softscape sì,
ma ancora serializzato, epitome di lusso a buon mercato. Man mano che
azioniamo lo zoom (fig. 2), scorgiamo anche due laghetti, altro indispensabile
elemento del landscape upgrading, soprattutto in una regione così
assetata d’acqua come l’Arizona. È Sun City, prototipo
di centinaia di agglomerazioni simili in tutti gli Stati Uniti (fig. 3).
Sun City è un peso supermassimo tra le città private, in
termine tecnico planned communities.
Nonostante l’alto muro che la circonda, con i suoi 38.309 abitanti
(Census 2000), 18 centri commerciali, 43 banche, 7 Recreational Centers,
25 chiese, 3 biblioteche e 2 ospedali, Sun City è qualcosa di più,
e di diverso, dall’idea di gated community che tanto ha colpito
il nostro immaginario, dalle enclaves of fearnella Los Angeles di Mike
Davis ai condomini fortificati nella Saõ Paulo di Teresa Caldeira4
e che ha trovato una versione narrativa nel romanzo di social fiction
Snow Crash di Neal Stephenson (1992), che descrive un mondo in cui la
Mafia controlla la consegna a domicilio della pizza, gli Stati Uniti sono
solo un patchwork di città-stato concesse in franchising dalle
corporations, e in cui Los Angeles è frammentata in enclaves residenziali
- New South Africa, Greater Hong Kong e così via.
Nelle città private è l’aspetto securitario che ha
più impressionato, il riflesso condizionato a disporre a quadrato
i carri contro la carica dei pellirossa, a erigere recinti contro l’underclass,
in un dilagante processo di ‘enclavizzazione urbana’, per
usare il termine di Davis, che ha fatto parlare di Fortress America.5
I vigilantes armati, le ronde di rottweiler, le lame di rasoio in cima
ai muri di cinta, le telecamere a circuito chiuso e i sofisticati sistemi
di allarme lanciano un messaggio inequivocabile. Quando poi la barriera
difensiva è costituita dall’acqua, diventa irresistibile
il richiamo ai manieri medievali con i loro fossati e ponti levatoi.
Il panico nei confronti della criminalità è stato ed è
certo uno tra gli incentivi per l’esplosiva crescita dei Common-interest
housing developments (CID), di cui le planned communities costituiscono
la tipologia in più rapida espansione (le altre due forme di CID
sono i condomini e le cooperative). Per misurarne il dilagare, basti pensare
che nel 1970 si contavano negli Stati Uniti 10.000 CID, nel 1980 erano
36.000, nel 1990 130.000, nel 2002 230.000. Se nel 1992, 30 milioni
di statunitensi vivevano in 150.000 CID,6 dieci anni dopo erano ormai
46 milioni (dati del Community Associations Institute, 2002).
L’ansia securitaria è però
solo uno dei fattori che hanno fatto la fortuna dei CID, e - a mio avviso
- neanche il principale, nel caso soprattutto delle planned communities.
E non solo perché le communities propriamente recintate costituiscono
solo un quinto dei CID7 (il che porterebbe a circa 9 milioni il numero
di statunitensi che vivono dietro i recinti).
Per quanto rientri nella stessa tassonomia legale, un agglomerato come
Sun City è infatti concettualmente all’opposto di condomini
fortificati come i grattacieli del complesso Morumbi a Saõ Paulo
o di enclaves recintate come Rolling Hills a Los Angeles o Landmark Village
a Chicago. Un’enclave è appunto un’isola fortificata
privata, ritagliata all’interno del mare pubblico di una città.
Perciò la gated community urbana non fa altro che espandere il
condominio classico. Nelle
città europee dove la stragrande maggioranza degli abitanti vive
in appartamenti, il condominio è da un secolo la forma più
diffusa di alloggio: ogni proprietario di appartamento possiede una quota
del condominio pari alla sua percentuale (x/100) di superficie dell’intero
edificio e, in base a questa percentuale, ha x/100 diritti di voto nell’assemblea
condominiale e paga x/100 di spese condominiali; il condominio ha un suo
regolamento ed elegge il suo amministratore; aree come l’androne
d’ingresso, le scale, l’ascensore, il terrazzo, il cortile
sono di proprietà comune e soggette al regolamento condominiale.
Da questo punto di vista, l’enclave urbana non introduce nessuna
novità nel paesaggio urbano tradizionale, ma solo ne esaspera le
caratteristiche privatistiche: come i condomini di rango hanno un portiere
che sorveglia l’entrata, così le enclavesmoderne hanno i
cancelli d’ingresso con tanto di sorveglianti.
Una città privata invece non è un’isola privata ritagliata
in un universo pubblico, bensì un ecosistema privato che avvolge
e regolamenta anche la dimensione pubblica: ha la sua polizia, suoi ospedali,
sue scuole, gestisce le proprie infrastrutture, acqua, elettricità.
Non è un privato che si affranca dal pubblico, ma un vero e proprio
governo privato
che inquadra le attività pubbliche.
Se il termine greco polis è l’origine della categoria di
‘politica’, la ‘città privata’ è
la privatizzazione della politica stessa. Il suo parlamento è la
homeowners’ association, proprio come l’assemblea dei condomini
lo è in un condominio. Il suo corpo legislativo è costituito
dal ‘voluminoso insieme di restrizioni legali, regole e regolamenti
- talora note come ‘eque servitù’ o ‘clausole,
condizioni e restrizioni’ (colloquialmente, CC&Rs) - e rafforzate
da statuti associativi’.8
Il suo governo esige imposte dagli abitanti sotto forma di quote condominiali,
e per mezzo di questi introiti gestisce le infrastrutture - fognature,
pavimentazioni stradali … - , e i servizi ‘pubblici’:
biblioteche, pompieri, polizie private (e spesso volontarie).
Proprio come nell’antica polis ellenica, e a differenza del moderno
pubblico stato che non contempla la pena dell’esilio, il cittadino
che non ottempera alle (spesso oppressive) CC&Rs, viene condannato
all’ostracismo e alla vendita forzata della sua abitazione, è
cioè cacciato dalla planned community.
La città privata costituisce perciò una rivoluzione concettuale
assai più ambiziosa della semplice gated communitye presenta un
aspetto utopico che fornisce al termine ‘Privatopia’ un significato
ben più consistente e inquietante di quanto abbia inteso Evan McKenzie
quando lo coniò nel 1994. Un’America in cui tutti i gli enti
locali fossero sostituiti
dalle città private ‘rappresenterebbe niente di meno che
la realizzazione di una società giusta’,9 cioè quello
stato ultraminimo teorizzato nel 1974 dal teorico antistatalista Robert
Nozick la cui furia ‘pubblico-clasta’ è tale che considera
la ridistribuzione dei redditi una ‘violazione dei diritti del popolo’
e ritiene che ‘la tassazione sui redditi da lavoro va assimilata
al lavoro forzato’.10 Sun City (e tutte le sue città sorelle
sparse per l’America) è perciò assai più di
un fortino assediato contro la criminalità e l’ underclass,
ma si vuole come realizzazione di un’utopia.
Come molte utopie, anche la città privata tende a essere totalitaria.
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fig. 4 | Halloween |
fig. 5 | Tip-tap dancers |
fig. 6 | Bikini |
Il suo occhiuto controllo panoptico richiama
le seicentesche comunità dei gesuiti in Paraguay, in cui le strade
erano sopraelevate perché i santi padri potessero sorvegliare attraverso
le finestre la vita privata degli indios.
La lista dei CC&Rs è infatti sterminata e bizzarra. Possono
proibire di dipingere le proprie persiane di azzurro o d’innalzare
un’asta porta-bandiera sul praticello davanti casa, oppure vietano
gli animali domestici. Una signora di 51 anni (e nonna) ricevette una
volta una comunicazione giudiziaria per aver violato le regole della sua
homeowners’
associationperché ‘aveva baciato e fatto cosacce ( doing
bad things)’ nella sua auto in un parcheggio (lei riconobbe di aver
baciato un amico per dagli la buona notte e intentò causa). A Leisure
World (Arizona), la Posse dello Sceriffo trovò membri della Homeowners’
association‘che facevano sesso nella piscina’ e li denunciò.11
Ma la città privata è totalitaria per un’altra, più
seria ragione: perché al suo interno non valgono le garanzie costituzionali.
Proprio come a casa mia non vale la libertà di stampa, ma entra
solo il giornale che mi pare, così nella città privata non
vige il Primo Emendamento della Costituzione Usa sulla libertà
di parola e di stampa. Celebre è il caso del giornale Leisure World
Newsnell’omonima città privata dell’Arizona.12 Di fronte
a tali e tante angherie, viene da chiedersi come mai le planned communities
abbiano avuto un così incredibile successo.
Nel 1970 la forma più diffusa era la cooperativa, seguita dalle
planned communities e poi dai condomini distaccati di parecchio. Tra il
1970 e il 1980 la crescita più fulminea è stata quella dei
condomini (moltiplicati per trenta), mentre le planned communities superavano
le cooperative. Tra il 1980 e il 1990 la crescita ha continuato per tutte
e tre le tipologie, ma le planned communities sono balzate in testa con
un boom vertiginoso (+ 973 % nel decennio: quasi decuplicate). Tra il
1990 e il 1998 le cooperative sono addirittura diminuite, mentre la crescita
dei condomini rallentava (cresciuti solo del 4,8% in quel periodo), e
le planned communities continuavano a crescere forte, anche se con un
ritmo nettamente minore rispetto al decennio precedente (+ 177 %). L’andamento
inverso delle cooperative e delle planned communities descrive geometricamente
la parabola ascendente, e la vittoria, dell’ideale privatistico,
e l’inversa parabola discendente, e la sconfitta, di quello socialista.
Ma se il controllo sociale è tanto pervasivo e intrusivo, se la
libertà è ridotta al punto di non poter ridipingere a proprio
ghiribizzo le persiane, cosa è mai che provoca questo vero e proprio
esodo verso le città private, quali melodie suonano ai possibili
acquirenti questi nuovi pifferai di Hamelin in giacca, cravatta e dépliants?
Il primo elemento di fascino è proprio il ‘tutto sotto controllo’.
Chi entra in una città privata aderisce a un progetto, sottoscrive
l’utopia di una pianificazione predeterminata: il termine planned
ricorda qui il Gosplan sovietico.
Considerando il diffondersi delle comunità
private nei paesi ex comunisti (tra cui Bulgaria, Cina e Russia), c’è
chi si è addirittura chiesto: ‘Può il capitalismo
produrre un comunismo sostenibile?’.14 Chi s’iscrive alla
città privata sa benissimo a cosa va incontro: secondo la teoria
delle ‘scelte razionali’, fa un calcolo dei piaceri e dei
doveri, considera quindi questi CC&Rs il ‘prezzo da pagare’
per la propria felicità, proprio come l’inquinamento era
considerato il ‘prezzo del progresso’, e come le limitazioni
della libertà sono subite volentieri in nome della sicurezza. E
la felicità sta proprio nello stare in ciò che si ha, nel
crogiolarsi in ciò che si possiede, qui addirittura una quota di
città. Il piacere di essere proprietari non è innato, ma
certo lo si acquisisce facilmente e procura una vera e propria libido
da possesso.
Entriamo qui nella dimensione del piacere, del benessere - e dei suoi
effetti a lungo termine - che l’analisi sociale tende a trascurare
privilegiando sentimenti quali paura, odio, avidità. Per esempio,
noi non sappiamo ancora quale effetto a lungo termine avrà la pedagogia
del mall, l’idea instillata nei bambini di oggi e adulti di domani
che la festa consista nel comprare. Non ci si sofferma mai abbastanza
a riflettere su quanto sia balzana l’idea che ‘fare shopping’
è un piacere, anzi che - come è generalmente ammesso - è
una terapia contro la depressione: ‘Quando mi sento giù,
devo andare a fare shopping’.
Un altro piacere enigmatico è quello di guidare: a prima vista
non c’è nulla di edonistico nello stare ore e ore seduti
in macchina davanti al volante, eppure chi di noi non ha provato questo
appagamento acquisito e instillatoci dalla civiltà dell’automobile?
La libido da possesso è misteriosa quanto il godimento dell’acquisto
o del guidare: che importa che ci sia stata inculcata da massicci indottrinamenti
infantili?15 Fatto sta che è lì, e per la maggioranza diventa
un movente
a traslocare in una planned city, piuttosto che altrove.
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fig. 7 | Cimitero degli animali |
fig. 8 | Campi da golf a Sun City
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a sicurezza rappresenta perciò solo
una condizione per assaporare questo piacere, come l’acqua corrente
è condizione del sentirsi puliti: si pretendono sicurezza, telecamere
e lame di rasoio in cima ai muri proprio come si esige l’aria condizionata.
Ma non si sceglie una sistemazione a causa dell’aria condizionata
o della sicurezza. Invece, spesso sono proprio i severi CC&Rs a spingere
all’acquisto, perché nella città normale, nella città
pubblica il malessere stava proprio in questo: ‘Era una mancanza
di controllo, ecco quel che era. Non potevi preservare l’ambiente
in cui pensavi di aver traslocato’.16 È proprio l’aspetto
utopico di una pianificazione e prevedibilità totale ad attirare
come irresistibile magnete: un’utopia, insieme futuristica e nostalgica,
di democrazia proprietaria.
Come tutte le utopie del controllo, anche quella delle città private
si presenta come nostalgia per un passato inventato, come rimpianto di
una falsa memoria. Nel complesso di lusso di Morumbi, a Saõ Paulo,
la piazza centrale si chiama Place des Vosges ed è una replica
della famosa piazza parigina, come racconta Teresa Caldeira; così
la reclamizzava la pubblicità sul quotidiano O Estado de S. Paulo
(15 marzo 1996): ‘Place des Vosges. La sola differenza è
che quella di Parigi è pubblica e la tua è privata’,17
dove traspare con chiarezza l’ideologia soggiacente: che la parigina
Place des Vosges è tanto bella ma ha il difetto di essere pubblica,
e sarebbe perfetta se fosse privata!
Gli antichi borghi evocano memorie affascinanti, da rimpiangere sì,
ma da perfezionare, da emendare del loro increscioso carattere pubblico.
Le ‘servitù eque’sono così garanzie di libertà
e di sicuro godimento del proprio statuto proprietario. Ma non tutti i
CC&Rs sono innocenti.
Poco tempo fa, una mia conoscente è andata a trovare i suoi genitori
che vivono in una gated community in California; ha salutato il giardiniere
messicano che non le ha risposto e che anzi, quando lei ha intavolato
una conversazione di cortesia, è scappato via. ‘Sei matta!’
- le ha detto la mamma - ‘qui se un messicano rivolge la parola
a un residente viene cacciato via’.
L’ideale di ordine (‘una casa ordinata’) sembra indissolubilmente
legato a quello di separatezza, come se fossero inconcepibili insiemi
misti e ordinati: l’eterogeneità è quindi associata
con il disordine e con l’ansia. Il sicuro godimento del proprio
statuto di proprietario sembra così legato a una pulsione separatista,
secessionista. Vi è soggiacente
un ideale di omogeneità di reddito, di razza, di gusti. Intanto
non è casuale che il boom dei CID sia stato contemporaneo con il
reaganismo: proprio come la Proposition 13 (votata in California il 6
giugno 1978, due anni prima dell’elezione di Ronald Reagan a presidente
degli Stati Uniti) rappresentò una rivolta dei ricchi contro i
poveri, così
i CID sono stati definiti da Robert Reich ‘la secessione dei fortunati
( the secession of the succesful)’.18 All’inizio le città
private avevano infatti come target i ricchi, anche se poi c’è
stata una ‘privatizzazione al ribasso’ che comunque non può
diffondersi sotto il terzo superiore della distribuzione del reddito.
Oltre al reddito, vige anche una tacita, ma efficacissima auto-segregazione
razziale. Alcuni esempi: secondo il Census 2000, la comunità di
Leisure World (16.507 residenti) a
Lagoona Woods (California) è così composta: 96.12% bianchi,
0.25% neri, 0.12% nativi; i 38.309 residenti di Sun City (Arizona) sono
per il 98.44% bianchi, 0.51% neri, 0.13% nativi. Cioè a Lagoona
Woods ci sono in tutto 41 neri e a Sun City 195.
I residenti ritengono che l’omogeneità sia utile per risolvere
le difficoltà della democrazia proprietaria: chiunque vi abbia
partecipato sa che la principale obiezione teorica e smentita sperimentale
a una concezione di democrazia diretta della società, consiste
in un’assemblea di condominio. E, come nei condomini, all’interno
di queste città private la vita pubblica si rivela infatti assai
difficile. Scrive Caldera: ‘La vita tra uguali sembra assai lontana
da quell’ideale di armonia delineato
dai volantini pubblicitari. L’eguaglianza sociale e la comunità
di interessi non costituiscono automaticamente la base per una vita pubblica.
Il problema centrale ... sembra essere come funzionare come società
con qualche tipo di vita pubblica’.19
Ma certo la clausola più stupefacente
di tutte è quella che riguarda l’età. Le comunità
di anziani non sono un fenomeno recente negli Stati Uniti. ‘Alcune
risalgono agli anni ’20 del ’900, quando varie organizzazioni
sindacali, religiose e fratellanze comprarono terreni relativamente a
buon mercati in Florida con l’intento di creare un ambiente accogliente
per i loro membri pensionati. Moosehaven, per esempio, fu fondato nel
1922 dal Loyal (fraternal ) Order of Moose (alce) ...
In Florida furono create altre comunità finanziate a scopo di beneficenza
finché una serie di catastrofi, culminate con il crollo in borsa
del 1929, non bloccò il loro sviluppo. Il secondo dopoguerra rappresentò
una nuova era nello sviluppo di comunità per pensionati, man mano
che gli speculatori e i promotori immobiliari della Florida e di altre
parti degli Stati uniti riconoscevano il potenziale mercato edilizio costituito
da una crescente popolazione di americani anziani’.20 Ma
mai erano state realizzate città private di vecchi.
Quando il primo gennaio 1960 il promotore Del E. Webb inaugurò
Sun City in Arizona, la prima comunità privata in America e nel
mondo riservata agli over 55, non immaginava l’incredibile successo
di questa iniziativa (nel 1962 Webb sarebbe apparso su una copertina di
Time): due anni dopo anche in California apriva una gated adult community,
Leisure World a Seal Beach, progenitrice di un’altra catena di Leisure
World in Arizona e Maryland. Lo stesso Webb nel giro di pochi anni avrebbe
aperto una Sun City in California e poi un’altra in Florida, e poi
nel 1972 una Sun City West a poche miglia dall’originale Sun City
(26.000 residenti nel 2000) e poi, nel 1996, una Sun City Grand ancora
a poche miglia di distanza, per un totale di circa 100.000 ultra 55-enni.
Contando Leisure World (5.000 abitanti) a poche miglia a est di Phoenix,
quest’area ospita la più grande concentrazione di città
private di anziani al mondo.
Lo strepitoso successo delle Sun Cities e di tutte le loro imitatrici
è certo dovuto a ragioni climatiche ed economiche: clima secco
e caldo, anti-artritico e anti-reumatico, sole tutto l’anno, superficie
a buon mercato e quindi case abbordabili (nel 2003 il prezzo medio di
una casa a Sun City era di 118.000 dollari, per niente cara), un regime
fiscale favorevole. Ma da soli questi fattori non bastano a spiegare perché
tanti anziani vogliano auto-segregarsi.
Nella storia umana, nessuna civiltà al mondo aveva mai immaginato
- e forse nessun’altra immaginerà mai più - di confinare
i vecchi tra di loro. E, soprattutto, forse in nessun’altra civiltà
i vecchi avrebbero accettato o accetteranno di auto-segregarsi. Solo quattro
anni prima che Sun City fosse inaugurata, Lewis Mumford scriveva: ‘Il
peggiore atteggiamento possibile nei confronti della vecchiaia è
di considerare gli anziani come un gruppo segregato, che deve essere privato
a un momento dato della loro vita dai loro normali interessi e dalle loro
responsabilità’.21 Nessuno si sarebbe immaginato che nel
giro di pochi anni gli anziani avrebbero aspirato a segregarsi.
Negli Stati Uniti non ci si fa più caso e gli ormai numerosi conoscenti
i cui genitori vivono in adult retirement communities ne vantano le comodità,
la praticità e tutti gli aspetti positivi. Oggi un candidato al
senato degli Stati Uniti non potrebbe più permettersi durante la
sua campagna d’ironizzare pesantemente su queste città di
vecchi, come fece nel 1986 John McCain in un discorso a un gruppo di studenti
universitari: ‘fece parecchi riferimenti a Seizure World (gioco
di parole
con Leisure World: seizureè un colpo al cuore), con pause per lasciare
posto alle risate. ... Scherzò anche sul fatto che nelle ultime
elezioni l’affluenza alle urne di Leisure World toccò il
97%, aggiungendo: Il restante 3% era in terapia intensiva.22
Personalmente, solo una sera sul lungomare di Cadice (Spagna), mi sono
reso conto di quanto le nostre società si stiano avviando verso
un modello di segregazione per età: guardando le famiglie che cenavano
al ristorante con la contemporanea presenza di quattro generazioni, dai
nipotini ai ventenni, ai quarantenni, ai sessantenni, fino ai bisnonni
che si gustavano il loro sorso di birra sulla sedia a rotelle, mi sono
improvvisamente reso conto di quanto la nostra vita sociale sia compartimentata
rigidamente e finemente segmentata per età, al punto che bastano
dieci anni di differenza per costituire mondi separati e incomunicanti.
A un occhio europeo, ancora non assuefatto alle città di pensionati,
desta ancora stupore che degli anziani vogliano vivere solotra loro. E
sono i mass-media europei che continuano a visitarle attoniti, come in
un reportage dell’autorevole Die Zeit, o in un documentario del
canale franco-tedesco Arte dove si vedono signore ultrasettantenni che
si allenano con delle terrificanti Glock al tiro al bersaglio.23 Negli
Stati Uniti invece è diventato un fenomeno così diffuso
che, dopo l’attenzione dedicatagli nei primi tempi e fino agli anni
1970, ha perso rilevanza come oggetto di riflessione. La letteratura sull’argomento
è meno straripante di quel che si potrebbe pensare e i libri, datati.24
Si elencano i pro e i contro delle gated retirement communities, ma la
volontà di auto-segregazione sembra quasi naturale e non viene
quasi mai interrogata.
Eppure le restrizioni sulle età sono assai rigide, alla faccia
del Fair Housing Act (1968) che in teoria dovrebbe vietare ‘ogni
discriminazione basata su razza, colore, nazione, origine, religione,
sesso, status familiare, età e handicap nell’affitto, vendita,
finanziamento di alloggi e in altre transazioni abitative’: a legalizzare
il limite di età ha poi provveduto l’Housing for Older Persons
Act (1995).
Può darsi che l’affetto dei nonni per i nipoti sia un topos
del sentimentalismo mondiale, ma certo è che a Sun City i minori
di 18 anni sono visti come il fumo negli occhi: possono risiedere in città
solo per 30 giorni l’anno, e possibilmente solo durante le vacanze
scolastiche.
E i bambini possono fare il bagno in piscina solo la domenica tra le 10
e le 12. Il limite di età non è addolcito da nessun caso
umano: per esempio a Leisure World (Arizona) un medico di 42 anni ‘ebbe
un collasso nervoso e divenne incapace di lavorare e prendersi cura di
sé, così i genitori lo portarono a casa loro’. Il
problema era il limite di età: nessun 42-enne poteva vivere a Leisure
World. ‘Se I genitori volevano continuare ad accudire il figlio
in crisi dovevano trasferirsi’,
e ‘si trasferirono. Lasciarono casa. Capirono che altrimenti la
home owners association avrebbe fatto rispettare le regole’.25 Un
primo indizio sulla ragione che spinge a chiudere le porte ai minori è
fornito da Teresa Caldeira che osserva: ‘Una delle questioni più
serie che rivela la difficoltà di creare e rispettare regole comuni
è il comportamento
degli adolescenti, in particolare maschi’, e che cita un residente
di una comunità senza limiti di età: ‘Quel che ci
tocca
particolarmente è la nostra sicurezza interna, sono i nostri figli’.
Il problema della sicurezza esterna è stato risolto da tempo’.26
Gli adolescenti fanno incidenti d’auto, schiamazzano la notte, ‘disordinano’.
Un secondo indizio sulla voglia di autosegregarsi mi fu fornito alla Clark
Atlanta University da William Boone, professore di scienze politiche alla
Graduate School.
Quando gli chiedevo perché mai studenti dotati, con possibilità
d’iscriversi in una prestigiosa università dell’Ivy
League, scegliessero invece di auto-segregarsi in un ateneo nero come
la Clark Atlanta, mi rispose: ‘C’è infine la fierezza
di essere maggioranza, di non essere più un isolotto di colore
in un mare di bianchi’.27 Il concetto è: in una società
che comunque ti segrega, è meglio se scegli di auto-segregarti.
È il criterio che sembrano adottare gli anziani che s’iscrivono
a città come Sun City. Secondo Raymond Burby e Shirley Weiss infatti,
le comunità segregate per età provvedono a più opportunità
per il contatto sociale e per evitare l’isolamento sociale di quanto
facciano le nuove comunità integrate per età (fig. 4).28
Lo stesso sembra valere per la sessualità che agli anziani viene
disconosciuta da un giovanilismo imperante inorridito davanti all’accostamento
di rughe, carni inflaccidite e orgasmi. Invece nelle comunità segregate
per età l’erotismo può forse disvelarsi senza pudori,
senza vergognarsi del decadimento del proprio corpo (fig. 5): sono frequenti
gli
scandali riportati dai giornali locali su anziane signore che fanno il
bagno nude (il giornalista tedesco della Zeit riporta che i residenti
maschi definiscono la piscina ‘la zuppetta delle vedove’),
e i residenti di Sun City sono (forse gli unici statunitensi) fieri di
poter ribattezzare la propria città Sin City (fig. 6).
Pur tenendo conto di questi fattori, resta però una zona grigia.
Intanto la distribuzione d’età: il 17,5% dai 55 ai 64, mentre
il 79,8% avevano 65 anni o più. Ed è proprio quel 17,5%
a fare problema: in quella fascia di età non si organizza ancor
la propria vita nella prospettiva di un’ultima vacanza al sole prima
dell’addio (fig. 7). Molti di loro non sono ancora pensionati e
ogni mattina fanno i pendolari a Phoenix per andare a lavorare.
Cosa li fa stare in mezzo a una popolazione più anziana di loro?
Cosa li attrae? Forse proprio l’assenza di ragazzini combinata con
le recinzioni e l’ordine sociale, la rigida stratificazione della
città privata. Perché, ed è qui il secondo punto
non trasparente, non è vero che i giovani sono assenti da Sun City:
giovani sono gli impiegati delle banche, i commessi degli shopping centers,
i camerieri dei ristoranti, i bagnini delle piscine, i giardinieri e i
caddies. Ma, appunto, qui la
gioventù è forza lavoro immigrata, sono stranieri che tolgono
il disturbo dopo aver finito i loro compiti, come colf immigrate. L’età
diventa sinonimo di subalternità sociale.
Le gerarchie sono rigide anche all’interno del terzo superiore di
reddito: nel ceto agiato vi sono i più ricchi e i più poveri,
le famiglie sono state quasi ridotte all’osso quando alla fine del
2000 i Fondi pensione furono travolti dallo sgonfiarsi della bolla speculativa,
così che alcuni pensionati ora fanno i commessi negli shopping
center per arrotondare le entrate.Vi sono città private più
di lusso e altre più modeste, a seconda delle borse. Per esempio
Sun City Grand è più
lussuosa, e più ambita della sua progenitrice Sun City, tanto che
sul suo sito esibisce (2006) un orgoglioso ‘Sold Out’: ha
strade più larghe, piscine più grandi, e la quota associativa
annua è più cara: 675 dollari contro i 180 di Sun City (dove
danno diritto all’ingresso in piscina, in palestra, al bowling,
alle sale da biliardo). Ma anche all’interno della singola città
si notano le differenze: le case possono essere più o meno lussuose,
a seconda della superficie, della rifinitura, se guardano i laghetti o
se si affacciano sui campi da golf. Perché non c’è
città del sole senza i suoi campi da golf: a Sun
City sono 11 (fig. 8).
E il golf è un mustche va pagato a parte.
Il golf è anzi spesso citato come una delle ragioni principali
per andare a stabilirsi in una di queste città. Il golf come idea
di lusso, come ideale di salubre ozio, come segno di appartenenza alla
vebleriana leisure class. In questi deserti assolati i campi da golf si
scolano fiumi d’acqua con uno spreco che grida vendetta: e l’intensità
del verde è immediata misura cromatica del proprio rango: più
spelacchiato e gialliccio è il verde, più andante è
la città privata. Questa vecchiaia che innocente si concede un
ultimo spreco, un ultimo sfregio alla natura: dopo di me l’arsura,
è il motto di questi nuovi Luigi XV in scarpe da tennis che sfrecciano
nei loro golf-carts. Prima erano elettrici, ma adesso a Sun City un commerciante
propone nuovi carts a benzina che vanno a 35 miglia all’ora, l’ultimo
grido in fatto di sciccheria (e gli incidenti sono aumentati parecchio).
Qui, in un campo da golf a 18 buche, giunge a pieno compimento la privatizzazione
della sfera pubblica. In California, nel
1999 Leisure World è la prima comunità privata di anziani
che ha votato per diventare municipio autonomo col nome d Laguna Woods:
cioè la prima struttura privata di anziani a divenire soggetto
politico in senso pieno e costituzionale.
Così Sun City (con tutti i sui epigoni) rappresenta una doppia
utopia, utopia proprietaria della città privata da un lato e utopia
auto-segregante della città di vecchi dall’altro: triplo
ordine, di censo, di razza e di età.
Un’utopia di strade pulite senza schiamazzi di bambini, su cui non
piove mai. Pare quindi niente affatto casuale che il suo nome ricalchi
il titolo di uno dei capolavori utopici della filosofia occidentale, La
città del soledi Tommaso Campanella, che in inglese è stato
tradotto come The City of Sun, ma che propriamente è The Sun City,
abitata appunto dai ‘solari’. Solo che il profetico Campanella
non ha precisato se i solari giocano a golf.
1. Sulla reintroduzione della natura nella
città, vedi tutto il numero monografico (n. 74) della rivista Communications
(2003), in particolare Isabelle Auricoste, ‘Urbaniste moderne et
symbolique du gazon’, pp. 19-32.
2. Sulla nascita del gridiron e sui suoi correttivi: Kenneth T. Jackson,
Crabggrass Frontier. The Sububanization of the United States, New York,
Oxford, Oxford University Press, 1985, cap. 4.
3. Joel Garreau, Edge City: Life on the New Frontier. New York London:
Doubleday, 1991, Glossary, pp. 443, 453 e 458.
4. Mike Davis, City of Quarz, cit., pp. 246-248; Teresa P. R. Caldeira,
City of Wall: Crime Segregation, and Citizenship in Saõ Paulo (Berkeley:
University of California Press, 2000).
5. Edward J. Blakeley and Mary Gail Snyder, Fortress America: Gated Communities
in the United States(Washington D. C.: Brooking Institution Press, 1997).
6. Evan McKenzie, ‘Trouble in Privatopia’, The Progressive,
October 1993, pp. 30-34;
and Privatopia: Homeowner Associations and the Rise of Residential Private
Government( Yale:Yale University Press, 1994).
7. Questa percentuale è il risultato di un calcolo piuttosto complicato
eseguito da Blakeley e Snyder, op. cit., p. 180.
8. Evan McKenzie, ‘Common-Interest Housing in the Communities of
Tomorrow’, Housing Policy Debate, 2003, Vol. 14, I, issues 1 and
2, pp. (203-234), p. 204.
9. Ibidem, p. 220.
10. Robert Nozick, Anarchy, State and Utopia (New York: Basic Books, 2000),
pp. 168- 169.
11. Amarillo Globe News, 06/29/2001.
12. Joel Garreau, Edge City, cit., pp. 190-191.
13. Rielaborata sulla base di E. McKenzie (2003), p. 207.
14. Così Chris Webster, citato da E. McKenzie (2003), p. 223.
15. Sulle virtù salvifiche, terapeutiche e tempranti dell’essere
proprietari della propria casa, vi è una sterminata letteratura
un cui florilegio può essere trovato in Marco d’Eramo, Il
maiale e il grattacielo(1995), (Milano: Feltrinelli, 2004) pp. 133-134.
16. Una coppia di Blackhawk (California), citati da Blakeley e Snyder,
op. cit., p. 59.
17. Citata da Teresa Caldeira, City of Walls, cit., p. 274.
18. Citato da Evan MCKenzie, Privatopia, cit., p. 186.
19. Teresa Caldeira, ibidem.
20. Michael E. Hunt (edited by), Retirement Communities: an American Original
(New York: Haworth Press, 1984), p. 1.
21. Lewis Mumford, ‘For Older People. Not Segregation but Integration’,
Architectural Record, vol. 119 (May 1956), pp. 191-194.
22. The New York Times, October 5, 1986.
23. Emil Bloch, ‘Ein Platz an der Sonne’, Die Zeit, June 26,
2003; e il documentario Sun City, di Herbert Fell (48 minuti) prodotto
da Arte.
24. Vale la pena segnalare, oltre al già citato Retirement Communities:
An American Original ed. by Michael Hunt, l’ormai introvabile Katherine
McMillan Heintz, Retirement Communities, for Adults Only (New Brunswick,
N.J.: Center for Urban Policy Research, Rutgers University, 1976), e -
dal punto di geografia umana e urbanistica - l’esauriente rivista
di Hubert B. Stroud, The Promise of Paradise: Recreational and Retirement
Communities in the United States since 1950 (Baltimore : Johns Hopkins
University Press, 1995). Materiale e riferimenti bibliografici sulle comunità
di anziani anche nel monumentale lavoro di Raymond J. Burby and Shirley
Weiss (et al.), New Communities U.S.A.(Lexington, Mass.: D. C. Health
and Company, Lexington Books, 1976).
25. Joel Garreau, cit., p. 190.
26 .Teresa Caldeira, cit., p. 276.
27. Colloquio con l’autore, in Marco d’Eramo, Via dal vento:
Viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti) Roma: manifestolibri 2004),
p. 65.
28. New Communities. Bibliografia Isabelle Auricoste, ‘Urbaniste
moderne et symbolique du gazon’, Communications, n. 74,
2003, pp. 19-32. Edward J. Blakeley and Mary Gail Snyder, Fortress America:
Gated Communities in the United States.Washington D. C.: Brooking Institution
Press, 1997.
Emil Bloch, ‘Ein Platz an der Sonne’, Die Zeit, June 26, 2003.
Raymond J. Burby and Shirley Weiss (et al.), New Communities U.S.A.Lexington,
Mass.: D. C. Health and Company, Lexington Books, 1976.
Bureau of the Census, Statistical Abstract of the United States: 2002.
Washington D. C: 2002.
Teresa P. R. Caldeira, City of Wall: Crime Segregation, and Citizenship
in Saõ Paulo. Berkeley: University of California Press, 2000.
Mike Davis, City of Quartz: Escavating the Future in Los Angeles(1990).
New York: Random House 1992.
Marco d’Eramo, Via dal vento: Viaggio nel profondo sud degli Stati
Uniti. Roma: manifestolibri, 2004.
Il maiale e il grattacielo(1995), Milano: Feltrinelli, 2004.
Joel Garreau, Edge City: Life on the New Frontier. New York London: Doubleday,
1991
David A. Heenan, The New Corporate Frontier: The Big Move to Small Town
Usa. New York: McGraw-Hill Inc., 1991.
Michael E. Hunt (edited by), Retirement Communities: an American Original.
New York: Haworth Press, 1984.
Kenneth T. Jackson, Crabggrass Frontier. The Sububanization of the United
States, New York/Oxford: Oxford University Press, 1985.
Evan McKenzie, ‘Trouble in Privatopia’, The Progressive, October
1993, pp. 30-34.
Privatopia: Homeowner Associations and the Rise of Residential Private
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Yale:Yale University Press, 1994.
‘Common-Interest Housing in the Communities of Tomorrow’,
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Lewis Mumford, The City in History: Its Origins, Transformations, and
Its Prospect. New York: Harcourt Brace 1961.
Robert Nozick, Anarchy, State and Utopia. New York: Basic Books, 2000.
Le mappe aeree (figg. 1, 2) sono tratte dal sito web Google Earth, mentre
le immagini sono tratte dal volume del fotografo tedesco Peter Granser,
Sun City, Arizona (Wabern/Bern: Benteli Verlag, 2003).
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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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