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Architettura e Città
Periferie? Paesaggi urbani in trasformazione


Marco d’Eramo
Quanti campi da golf ha il paradiso?
Di Baio Editore

5 miglia a nordovest di Phoenix è in corso, da più di quaranta anni, uno dei più grandi (e snobbati) esperimenti sociali di tutta la storia umana. Intanto l’immagine aerea, quasi un Paul Klee su fondo ocra sporco (fig. 1), ci offre l’immediata conferma visiva di un processo che si è ripetuto spesso nella modernità: prima si distrugge una configurazione
preesistente, spontanea, e poi la si ricostruisce artificialmente, una volta che si sia sentita la struggente mancanza di ciò che si è distrutto o svuotato. Nell’800 i fiumi che attraversavano le città venivano sotterrati perché in essi si scaricavano troppi rifiuti tossici, troppi nauseabondi liquami. Ma poi, per ricostituire una parvenza di natura,1
al posto dei corsi d’acqua ormai interratti furono scavati alvei per fiumi e laghetti artificiali nei parchi cittadini, a Central Park, Bois de Boulogne, Hyde Park.
Lo stesso procedimento è spesso applicato dagli immobiliaristi statunitensi che, per edificare suburbi a buon mercato, spianano immense distese e le reticolano con uno sterminato gridirondi villette unifamiliari e strade rettilinee intersecantesi ad angolo retto: il terreno piatto e la struttura ad angoli retti sono i due principali fattori di serialità, e quindi di risparmio nei costi di costruzione.2 Ma se poi quegli stessi suburbi vanno ‘gentrificati’, allora ecco che il paesaggio viene di nuovo smosso artificialmente riammucchiando collinette, scavando avvallamenti, e la monotonia del gridiron rettilineo viene variata introducendo curve, salitelle, discese, tornantini: nel gergo dei promotori, si tratta
qui d’introdurre amenities, fare un landscape upgrade(per esempio piantare arbusti, gli stessi che nella fase precedente erano stati sistematicamente estirpati), ovvero creare un softscape.3 Naturalmente, questa natura ripristinata sta alla natura originaria come il prato di un campo da golf sta a una prateria.

fig. 1 | Veduta aerea
fig. 2 | Veduta aerea zoom
fig. 3 | Sun city

Qui, nel deserto dell’Arizona, vediamo dall’alto una planimetria mista, in cui i progettisti hanno sovrapposto al gridiron di base una struttura di concentrici filari circolari di casette replicanti, disposte intorno a strategiche aree verdi: un softscape sì, ma ancora serializzato, epitome di lusso a buon mercato. Man mano che azioniamo lo zoom (fig. 2), scorgiamo anche due laghetti, altro indispensabile elemento del landscape upgrading, soprattutto in una regione così assetata d’acqua come l’Arizona. È Sun City, prototipo di centinaia di agglomerazioni simili in tutti gli Stati Uniti (fig. 3). Sun City è un peso supermassimo tra le città private, in termine tecnico planned communities.
Nonostante l’alto muro che la circonda, con i suoi 38.309 abitanti (Census 2000), 18 centri commerciali, 43 banche, 7 Recreational Centers, 25 chiese, 3 biblioteche e 2 ospedali, Sun City è qualcosa di più, e di diverso, dall’idea di gated community che tanto ha colpito il nostro immaginario, dalle enclaves of fearnella Los Angeles di Mike Davis ai condomini fortificati nella Saõ Paulo di Teresa Caldeira4 e che ha trovato una versione narrativa nel romanzo di social fiction
Snow Crash di Neal Stephenson (1992), che descrive un mondo in cui la Mafia controlla la consegna a domicilio della pizza, gli Stati Uniti sono solo un patchwork di città-stato concesse in franchising dalle corporations, e in cui Los Angeles è frammentata in enclaves residenziali - New South Africa, Greater Hong Kong e così via.
Nelle città private è l’aspetto securitario che ha più impressionato, il riflesso condizionato a disporre a quadrato i carri contro la carica dei pellirossa, a erigere recinti contro l’underclass, in un dilagante processo di ‘enclavizzazione urbana’, per usare il termine di Davis, che ha fatto parlare di Fortress America.5 I vigilantes armati, le ronde di rottweiler, le lame di rasoio in cima ai muri di cinta, le telecamere a circuito chiuso e i sofisticati sistemi di allarme lanciano un messaggio inequivocabile. Quando poi la barriera difensiva è costituita dall’acqua, diventa irresistibile il richiamo ai manieri medievali con i loro fossati e ponti levatoi.
Il panico nei confronti della criminalità è stato ed è certo uno tra gli incentivi per l’esplosiva crescita dei Common-interest housing developments (CID), di cui le planned communities costituiscono la tipologia in più rapida espansione (le altre due forme di CID sono i condomini e le cooperative). Per misurarne il dilagare, basti pensare che nel 1970 si contavano negli Stati Uniti 10.000 CID, nel 1980 erano 36.000, nel 1990 130.000, nel 2002 230.000. Se nel 1992, 30 milioni
di statunitensi vivevano in 150.000 CID,6 dieci anni dopo erano ormai 46 milioni (dati del Community Associations Institute, 2002).

L’ansia securitaria è però solo uno dei fattori che hanno fatto la fortuna dei CID, e - a mio avviso - neanche il principale, nel caso soprattutto delle planned communities. E non solo perché le communities propriamente recintate costituiscono solo un quinto dei CID7 (il che porterebbe a circa 9 milioni il numero di statunitensi che vivono dietro i recinti).
Per quanto rientri nella stessa tassonomia legale, un agglomerato come Sun City è infatti concettualmente all’opposto di condomini fortificati come i grattacieli del complesso Morumbi a Saõ Paulo o di enclaves recintate come Rolling Hills a Los Angeles o Landmark Village a Chicago. Un’enclave è appunto un’isola fortificata privata, ritagliata all’interno del mare pubblico di una città. Perciò la gated community urbana non fa altro che espandere il condominio classico. Nelle
città europee dove la stragrande maggioranza degli abitanti vive in appartamenti, il condominio è da un secolo la forma più diffusa di alloggio: ogni proprietario di appartamento possiede una quota del condominio pari alla sua percentuale (x/100) di superficie dell’intero edificio e, in base a questa percentuale, ha x/100 diritti di voto nell’assemblea condominiale e paga x/100 di spese condominiali; il condominio ha un suo regolamento ed elegge il suo amministratore; aree come l’androne d’ingresso, le scale, l’ascensore, il terrazzo, il cortile sono di proprietà comune e soggette al regolamento condominiale.
Da questo punto di vista, l’enclave urbana non introduce nessuna novità nel paesaggio urbano tradizionale, ma solo ne esaspera le caratteristiche privatistiche: come i condomini di rango hanno un portiere che sorveglia l’entrata, così le enclavesmoderne hanno i cancelli d’ingresso con tanto di sorveglianti.
Una città privata invece non è un’isola privata ritagliata in un universo pubblico, bensì un ecosistema privato che avvolge e regolamenta anche la dimensione pubblica: ha la sua polizia, suoi ospedali, sue scuole, gestisce le proprie infrastrutture, acqua, elettricità. Non è un privato che si affranca dal pubblico, ma un vero e proprio governo privato
che inquadra le attività pubbliche.
Se il termine greco polis è l’origine della categoria di ‘politica’, la ‘città privata’ è la privatizzazione della politica stessa. Il suo parlamento è la homeowners’ association, proprio come l’assemblea dei condomini lo è in un condominio. Il suo corpo legislativo è costituito dal ‘voluminoso insieme di restrizioni legali, regole e regolamenti - talora note come ‘eque servitù’ o ‘clausole, condizioni e restrizioni’ (colloquialmente, CC&Rs) - e rafforzate da statuti associativi’.8
Il suo governo esige imposte dagli abitanti sotto forma di quote condominiali, e per mezzo di questi introiti gestisce le infrastrutture - fognature, pavimentazioni stradali … - , e i servizi ‘pubblici’: biblioteche, pompieri, polizie private (e spesso volontarie).
Proprio come nell’antica polis ellenica, e a differenza del moderno pubblico stato che non contempla la pena dell’esilio, il cittadino che non ottempera alle (spesso oppressive) CC&Rs, viene condannato all’ostracismo e alla vendita forzata della sua abitazione, è cioè cacciato dalla planned community.
La città privata costituisce perciò una rivoluzione concettuale assai più ambiziosa della semplice gated communitye presenta un aspetto utopico che fornisce al termine ‘Privatopia’ un significato ben più consistente e inquietante di quanto abbia inteso Evan McKenzie quando lo coniò nel 1994. Un’America in cui tutti i gli enti locali fossero sostituiti
dalle città private ‘rappresenterebbe niente di meno che la realizzazione di una società giusta’,9 cioè quello stato ultraminimo teorizzato nel 1974 dal teorico antistatalista Robert Nozick la cui furia ‘pubblico-clasta’ è tale che considera la ridistribuzione dei redditi una ‘violazione dei diritti del popolo’ e ritiene che ‘la tassazione sui redditi da lavoro va assimilata al lavoro forzato’.10 Sun City (e tutte le sue città sorelle sparse per l’America) è perciò assai più di un fortino assediato contro la criminalità e l’ underclass, ma si vuole come realizzazione di un’utopia.
Come molte utopie, anche la città privata tende a essere totalitaria.

fig. 4 | Halloween
fig. 5 | Tip-tap dancers
fig. 6 | Bikini

Il suo occhiuto controllo panoptico richiama le seicentesche comunità dei gesuiti in Paraguay, in cui le strade erano sopraelevate perché i santi padri potessero sorvegliare attraverso le finestre la vita privata degli indios.
La lista dei CC&Rs è infatti sterminata e bizzarra. Possono proibire di dipingere le proprie persiane di azzurro o d’innalzare un’asta porta-bandiera sul praticello davanti casa, oppure vietano gli animali domestici. Una signora di 51 anni (e nonna) ricevette una volta una comunicazione giudiziaria per aver violato le regole della sua homeowners’
associationperché ‘aveva baciato e fatto cosacce ( doing bad things)’ nella sua auto in un parcheggio (lei riconobbe di aver baciato un amico per dagli la buona notte e intentò causa). A Leisure World (Arizona), la Posse dello Sceriffo trovò membri della Homeowners’ association‘che facevano sesso nella piscina’ e li denunciò.11
Ma la città privata è totalitaria per un’altra, più seria ragione: perché al suo interno non valgono le garanzie costituzionali. Proprio come a casa mia non vale la libertà di stampa, ma entra solo il giornale che mi pare, così nella città privata non vige il Primo Emendamento della Costituzione Usa sulla libertà di parola e di stampa. Celebre è il caso del giornale Leisure World Newsnell’omonima città privata dell’Arizona.12 Di fronte a tali e tante angherie, viene da chiedersi come mai le planned communities abbiano avuto un così incredibile successo.

Nel 1970 la forma più diffusa era la cooperativa, seguita dalle planned communities e poi dai condomini distaccati di parecchio. Tra il 1970 e il 1980 la crescita più fulminea è stata quella dei condomini (moltiplicati per trenta), mentre le planned communities superavano le cooperative. Tra il 1980 e il 1990 la crescita ha continuato per tutte e tre le tipologie, ma le planned communities sono balzate in testa con un boom vertiginoso (+ 973 % nel decennio: quasi decuplicate). Tra il 1990 e il 1998 le cooperative sono addirittura diminuite, mentre la crescita dei condomini rallentava (cresciuti solo del 4,8% in quel periodo), e le planned communities continuavano a crescere forte, anche se con un ritmo nettamente minore rispetto al decennio precedente (+ 177 %). L’andamento inverso delle cooperative e delle planned communities descrive geometricamente la parabola ascendente, e la vittoria, dell’ideale privatistico, e l’inversa parabola discendente, e la sconfitta, di quello socialista.
Ma se il controllo sociale è tanto pervasivo e intrusivo, se la libertà è ridotta al punto di non poter ridipingere a proprio ghiribizzo le persiane, cosa è mai che provoca questo vero e proprio esodo verso le città private, quali melodie suonano ai possibili acquirenti questi nuovi pifferai di Hamelin in giacca, cravatta e dépliants? Il primo elemento di fascino è proprio il ‘tutto sotto controllo’. Chi entra in una città privata aderisce a un progetto, sottoscrive l’utopia di una pianificazione predeterminata: il termine planned ricorda qui il Gosplan sovietico.

Considerando il diffondersi delle comunità private nei paesi ex comunisti (tra cui Bulgaria, Cina e Russia), c’è chi si è addirittura chiesto: ‘Può il capitalismo produrre un comunismo sostenibile?’.14 Chi s’iscrive alla città privata sa benissimo a cosa va incontro: secondo la teoria delle ‘scelte razionali’, fa un calcolo dei piaceri e dei doveri, considera quindi questi CC&Rs il ‘prezzo da pagare’ per la propria felicità, proprio come l’inquinamento era considerato il ‘prezzo del progresso’, e come le limitazioni della libertà sono subite volentieri in nome della sicurezza. E la felicità sta proprio nello stare in ciò che si ha, nel crogiolarsi in ciò che si possiede, qui addirittura una quota di città. Il piacere di essere proprietari non è innato, ma certo lo si acquisisce facilmente e procura una vera e propria libido da possesso.
Entriamo qui nella dimensione del piacere, del benessere - e dei suoi effetti a lungo termine - che l’analisi sociale tende a trascurare privilegiando sentimenti quali paura, odio, avidità. Per esempio, noi non sappiamo ancora quale effetto a lungo termine avrà la pedagogia del mall, l’idea instillata nei bambini di oggi e adulti di domani che la festa consista nel comprare. Non ci si sofferma mai abbastanza a riflettere su quanto sia balzana l’idea che ‘fare shopping’ è un piacere, anzi che - come è generalmente ammesso - è una terapia contro la depressione: ‘Quando mi sento giù, devo andare a fare shopping’.
Un altro piacere enigmatico è quello di guidare: a prima vista non c’è nulla di edonistico nello stare ore e ore seduti in macchina davanti al volante, eppure chi di noi non ha provato questo appagamento acquisito e instillatoci dalla civiltà dell’automobile? La libido da possesso è misteriosa quanto il godimento dell’acquisto o del guidare: che importa che ci sia stata inculcata da massicci indottrinamenti infantili?15 Fatto sta che è lì, e per la maggioranza diventa un movente
a traslocare in una planned city, piuttosto che altrove.

fig. 7 | Cimitero degli animali
fig. 8 | Campi da golf a Sun City

a sicurezza rappresenta perciò solo una condizione per assaporare questo piacere, come l’acqua corrente è condizione del sentirsi puliti: si pretendono sicurezza, telecamere e lame di rasoio in cima ai muri proprio come si esige l’aria condizionata. Ma non si sceglie una sistemazione a causa dell’aria condizionata o della sicurezza. Invece, spesso sono proprio i severi CC&Rs a spingere all’acquisto, perché nella città normale, nella città pubblica il malessere stava proprio in questo: ‘Era una mancanza di controllo, ecco quel che era. Non potevi preservare l’ambiente in cui pensavi di aver traslocato’.16 È proprio l’aspetto utopico di una pianificazione e prevedibilità totale ad attirare come irresistibile magnete: un’utopia, insieme futuristica e nostalgica, di democrazia proprietaria.
Come tutte le utopie del controllo, anche quella delle città private si presenta come nostalgia per un passato inventato, come rimpianto di una falsa memoria. Nel complesso di lusso di Morumbi, a Saõ Paulo, la piazza centrale si chiama Place des Vosges ed è una replica della famosa piazza parigina, come racconta Teresa Caldeira; così la reclamizzava la pubblicità sul quotidiano O Estado de S. Paulo (15 marzo 1996): ‘Place des Vosges. La sola differenza è che quella di Parigi è pubblica e la tua è privata’,17 dove traspare con chiarezza l’ideologia soggiacente: che la parigina Place des Vosges è tanto bella ma ha il difetto di essere pubblica, e sarebbe perfetta se fosse privata!

Gli antichi borghi evocano memorie affascinanti, da rimpiangere sì, ma da perfezionare, da emendare del loro increscioso carattere pubblico.
Le ‘servitù eque’sono così garanzie di libertà e di sicuro godimento del proprio statuto proprietario. Ma non tutti i CC&Rs sono innocenti.
Poco tempo fa, una mia conoscente è andata a trovare i suoi genitori che vivono in una gated community in California; ha salutato il giardiniere messicano che non le ha risposto e che anzi, quando lei ha intavolato una conversazione di cortesia, è scappato via. ‘Sei matta!’ - le ha detto la mamma - ‘qui se un messicano rivolge la parola a un residente viene cacciato via’.
L’ideale di ordine (‘una casa ordinata’) sembra indissolubilmente legato a quello di separatezza, come se fossero inconcepibili insiemi misti e ordinati: l’eterogeneità è quindi associata con il disordine e con l’ansia. Il sicuro godimento del proprio statuto di proprietario sembra così legato a una pulsione separatista, secessionista. Vi è soggiacente
un ideale di omogeneità di reddito, di razza, di gusti. Intanto non è casuale che il boom dei CID sia stato contemporaneo con il reaganismo: proprio come la Proposition 13 (votata in California il 6 giugno 1978, due anni prima dell’elezione di Ronald Reagan a presidente degli Stati Uniti) rappresentò una rivolta dei ricchi contro i poveri, così
i CID sono stati definiti da Robert Reich ‘la secessione dei fortunati ( the secession of the succesful)’.18 All’inizio le città private avevano infatti come target i ricchi, anche se poi c’è stata una ‘privatizzazione al ribasso’ che comunque non può diffondersi sotto il terzo superiore della distribuzione del reddito. Oltre al reddito, vige anche una tacita, ma efficacissima auto-segregazione razziale. Alcuni esempi: secondo il Census 2000, la comunità di Leisure World (16.507 residenti) a
Lagoona Woods (California) è così composta: 96.12% bianchi, 0.25% neri, 0.12% nativi; i 38.309 residenti di Sun City (Arizona) sono per il 98.44% bianchi, 0.51% neri, 0.13% nativi. Cioè a Lagoona Woods ci sono in tutto 41 neri e a Sun City 195.
I residenti ritengono che l’omogeneità sia utile per risolvere le difficoltà della democrazia proprietaria: chiunque vi abbia partecipato sa che la principale obiezione teorica e smentita sperimentale a una concezione di democrazia diretta della società, consiste in un’assemblea di condominio. E, come nei condomini, all’interno di queste città private la vita pubblica si rivela infatti assai difficile. Scrive Caldera: ‘La vita tra uguali sembra assai lontana da quell’ideale di armonia delineato
dai volantini pubblicitari. L’eguaglianza sociale e la comunità di interessi non costituiscono automaticamente la base per una vita pubblica.
Il problema centrale ... sembra essere come funzionare come società con qualche tipo di vita pubblica’.19

Ma certo la clausola più stupefacente di tutte è quella che riguarda l’età. Le comunità di anziani non sono un fenomeno recente negli Stati Uniti. ‘Alcune risalgono agli anni ’20 del ’900, quando varie organizzazioni sindacali, religiose e fratellanze comprarono terreni relativamente a buon mercati in Florida con l’intento di creare un ambiente accogliente per i loro membri pensionati. Moosehaven, per esempio, fu fondato nel 1922 dal Loyal (fraternal ) Order of Moose (alce) ...
In Florida furono create altre comunità finanziate a scopo di beneficenza finché una serie di catastrofi, culminate con il crollo in borsa del 1929, non bloccò il loro sviluppo. Il secondo dopoguerra rappresentò una nuova era nello sviluppo di comunità per pensionati, man mano che gli speculatori e i promotori immobiliari della Florida e di altre parti degli Stati uniti riconoscevano il potenziale mercato edilizio costituito da una crescente popolazione di americani anziani’.20 Ma
mai erano state realizzate città private di vecchi.
Quando il primo gennaio 1960 il promotore Del E. Webb inaugurò Sun City in Arizona, la prima comunità privata in America e nel mondo riservata agli over 55, non immaginava l’incredibile successo di questa iniziativa (nel 1962 Webb sarebbe apparso su una copertina di Time): due anni dopo anche in California apriva una gated adult community, Leisure World a Seal Beach, progenitrice di un’altra catena di Leisure World in Arizona e Maryland. Lo stesso Webb nel giro di pochi anni avrebbe aperto una Sun City in California e poi un’altra in Florida, e poi nel 1972 una Sun City West a poche miglia dall’originale Sun City (26.000 residenti nel 2000) e poi, nel 1996, una Sun City Grand ancora a poche miglia di distanza, per un totale di circa 100.000 ultra 55-enni. Contando Leisure World (5.000 abitanti) a poche miglia a est di Phoenix, quest’area ospita la più grande concentrazione di città private di anziani al mondo.
Lo strepitoso successo delle Sun Cities e di tutte le loro imitatrici è certo dovuto a ragioni climatiche ed economiche: clima secco e caldo, anti-artritico e anti-reumatico, sole tutto l’anno, superficie a buon mercato e quindi case abbordabili (nel 2003 il prezzo medio di una casa a Sun City era di 118.000 dollari, per niente cara), un regime fiscale favorevole. Ma da soli questi fattori non bastano a spiegare perché tanti anziani vogliano auto-segregarsi.
Nella storia umana, nessuna civiltà al mondo aveva mai immaginato - e forse nessun’altra immaginerà mai più - di confinare i vecchi tra di loro. E, soprattutto, forse in nessun’altra civiltà i vecchi avrebbero accettato o accetteranno di auto-segregarsi. Solo quattro anni prima che Sun City fosse inaugurata, Lewis Mumford scriveva: ‘Il peggiore atteggiamento possibile nei confronti della vecchiaia è di considerare gli anziani come un gruppo segregato, che deve essere privato a un momento dato della loro vita dai loro normali interessi e dalle loro responsabilità’.21 Nessuno si sarebbe immaginato che nel giro di pochi anni gli anziani avrebbero aspirato a segregarsi.
Negli Stati Uniti non ci si fa più caso e gli ormai numerosi conoscenti i cui genitori vivono in adult retirement communities ne vantano le comodità, la praticità e tutti gli aspetti positivi. Oggi un candidato al senato degli Stati Uniti non potrebbe più permettersi durante la sua campagna d’ironizzare pesantemente su queste città di vecchi, come fece nel 1986 John McCain in un discorso a un gruppo di studenti universitari: ‘fece parecchi riferimenti a Seizure World (gioco di parole
con Leisure World: seizureè un colpo al cuore), con pause per lasciare posto alle risate. ... Scherzò anche sul fatto che nelle ultime elezioni l’affluenza alle urne di Leisure World toccò il 97%, aggiungendo: Il restante 3% era in terapia intensiva.22
Personalmente, solo una sera sul lungomare di Cadice (Spagna), mi sono reso conto di quanto le nostre società si stiano avviando verso un modello di segregazione per età: guardando le famiglie che cenavano al ristorante con la contemporanea presenza di quattro generazioni, dai nipotini ai ventenni, ai quarantenni, ai sessantenni, fino ai bisnonni che si gustavano il loro sorso di birra sulla sedia a rotelle, mi sono improvvisamente reso conto di quanto la nostra vita sociale sia compartimentata rigidamente e finemente segmentata per età, al punto che bastano dieci anni di differenza per costituire mondi separati e incomunicanti.
A un occhio europeo, ancora non assuefatto alle città di pensionati, desta ancora stupore che degli anziani vogliano vivere solotra loro. E sono i mass-media europei che continuano a visitarle attoniti, come in un reportage dell’autorevole Die Zeit, o in un documentario del canale franco-tedesco Arte dove si vedono signore ultrasettantenni che si allenano con delle terrificanti Glock al tiro al bersaglio.23 Negli Stati Uniti invece è diventato un fenomeno così diffuso che, dopo l’attenzione dedicatagli nei primi tempi e fino agli anni 1970, ha perso rilevanza come oggetto di riflessione. La letteratura sull’argomento è meno straripante di quel che si potrebbe pensare e i libri, datati.24 Si elencano i pro e i contro delle gated retirement communities, ma la volontà di auto-segregazione sembra quasi naturale e non viene quasi mai interrogata.
Eppure le restrizioni sulle età sono assai rigide, alla faccia del Fair Housing Act (1968) che in teoria dovrebbe vietare ‘ogni discriminazione basata su razza, colore, nazione, origine, religione, sesso, status familiare, età e handicap nell’affitto, vendita, finanziamento di alloggi e in altre transazioni abitative’: a legalizzare il limite di età ha poi provveduto l’Housing for Older Persons Act (1995).
Può darsi che l’affetto dei nonni per i nipoti sia un topos del sentimentalismo mondiale, ma certo è che a Sun City i minori di 18 anni sono visti come il fumo negli occhi: possono risiedere in città solo per 30 giorni l’anno, e possibilmente solo durante le vacanze scolastiche.
E i bambini possono fare il bagno in piscina solo la domenica tra le 10 e le 12. Il limite di età non è addolcito da nessun caso umano: per esempio a Leisure World (Arizona) un medico di 42 anni ‘ebbe un collasso nervoso e divenne incapace di lavorare e prendersi cura di sé, così i genitori lo portarono a casa loro’. Il problema era il limite di età: nessun 42-enne poteva vivere a Leisure World. ‘Se I genitori volevano continuare ad accudire il figlio in crisi dovevano trasferirsi’,
e ‘si trasferirono. Lasciarono casa. Capirono che altrimenti la home owners association avrebbe fatto rispettare le regole’.25 Un primo indizio sulla ragione che spinge a chiudere le porte ai minori è fornito da Teresa Caldeira che osserva: ‘Una delle questioni più serie che rivela la difficoltà di creare e rispettare regole comuni è il comportamento
degli adolescenti, in particolare maschi’, e che cita un residente di una comunità senza limiti di età: ‘Quel che ci tocca
particolarmente è la nostra sicurezza interna, sono i nostri figli’. Il problema della sicurezza esterna è stato risolto da tempo’.26 Gli adolescenti fanno incidenti d’auto, schiamazzano la notte, ‘disordinano’.
Un secondo indizio sulla voglia di autosegregarsi mi fu fornito alla Clark Atlanta University da William Boone, professore di scienze politiche alla Graduate School.
Quando gli chiedevo perché mai studenti dotati, con possibilità d’iscriversi in una prestigiosa università dell’Ivy League, scegliessero invece di auto-segregarsi in un ateneo nero come la Clark Atlanta, mi rispose: ‘C’è infine la fierezza di essere maggioranza, di non essere più un isolotto di colore in un mare di bianchi’.27 Il concetto è: in una società
che comunque ti segrega, è meglio se scegli di auto-segregarti. È il criterio che sembrano adottare gli anziani che s’iscrivono a città come Sun City. Secondo Raymond Burby e Shirley Weiss infatti, le comunità segregate per età provvedono a più opportunità per il contatto sociale e per evitare l’isolamento sociale di quanto facciano le nuove comunità integrate per età (fig. 4).28
Lo stesso sembra valere per la sessualità che agli anziani viene disconosciuta da un giovanilismo imperante inorridito davanti all’accostamento di rughe, carni inflaccidite e orgasmi. Invece nelle comunità segregate per età l’erotismo può forse disvelarsi senza pudori, senza vergognarsi del decadimento del proprio corpo (fig. 5): sono frequenti gli
scandali riportati dai giornali locali su anziane signore che fanno il bagno nude (il giornalista tedesco della Zeit riporta che i residenti maschi definiscono la piscina ‘la zuppetta delle vedove’), e i residenti di Sun City sono (forse gli unici statunitensi) fieri di poter ribattezzare la propria città Sin City (fig. 6).
Pur tenendo conto di questi fattori, resta però una zona grigia. Intanto la distribuzione d’età: il 17,5% dai 55 ai 64, mentre il 79,8% avevano 65 anni o più. Ed è proprio quel 17,5% a fare problema: in quella fascia di età non si organizza ancor la propria vita nella prospettiva di un’ultima vacanza al sole prima dell’addio (fig. 7). Molti di loro non sono ancora pensionati e ogni mattina fanno i pendolari a Phoenix per andare a lavorare.
Cosa li fa stare in mezzo a una popolazione più anziana di loro? Cosa li attrae? Forse proprio l’assenza di ragazzini combinata con le recinzioni e l’ordine sociale, la rigida stratificazione della città privata. Perché, ed è qui il secondo punto non trasparente, non è vero che i giovani sono assenti da Sun City: giovani sono gli impiegati delle banche, i commessi degli shopping centers, i camerieri dei ristoranti, i bagnini delle piscine, i giardinieri e i caddies. Ma, appunto, qui la
gioventù è forza lavoro immigrata, sono stranieri che tolgono il disturbo dopo aver finito i loro compiti, come colf immigrate. L’età diventa sinonimo di subalternità sociale.
Le gerarchie sono rigide anche all’interno del terzo superiore di reddito: nel ceto agiato vi sono i più ricchi e i più poveri, le famiglie sono state quasi ridotte all’osso quando alla fine del 2000 i Fondi pensione furono travolti dallo sgonfiarsi della bolla speculativa, così che alcuni pensionati ora fanno i commessi negli shopping center per arrotondare le entrate.Vi sono città private più di lusso e altre più modeste, a seconda delle borse. Per esempio Sun City Grand è più
lussuosa, e più ambita della sua progenitrice Sun City, tanto che sul suo sito esibisce (2006) un orgoglioso ‘Sold Out’: ha strade più larghe, piscine più grandi, e la quota associativa annua è più cara: 675 dollari contro i 180 di Sun City (dove danno diritto all’ingresso in piscina, in palestra, al bowling, alle sale da biliardo). Ma anche all’interno della singola città si notano le differenze: le case possono essere più o meno lussuose, a seconda della superficie, della rifinitura, se guardano i laghetti o se si affacciano sui campi da golf. Perché non c’è città del sole senza i suoi campi da golf: a Sun
City sono 11 (fig. 8).
E il golf è un mustche va pagato a parte.
Il golf è anzi spesso citato come una delle ragioni principali per andare a stabilirsi in una di queste città. Il golf come idea di lusso, come ideale di salubre ozio, come segno di appartenenza alla vebleriana leisure class. In questi deserti assolati i campi da golf si scolano fiumi d’acqua con uno spreco che grida vendetta: e l’intensità del verde è immediata misura cromatica del proprio rango: più spelacchiato e gialliccio è il verde, più andante è la città privata. Questa vecchiaia che innocente si concede un ultimo spreco, un ultimo sfregio alla natura: dopo di me l’arsura, è il motto di questi nuovi Luigi XV in scarpe da tennis che sfrecciano nei loro golf-carts. Prima erano elettrici, ma adesso a Sun City un commerciante propone nuovi carts a benzina che vanno a 35 miglia all’ora, l’ultimo grido in fatto di sciccheria (e gli incidenti sono aumentati parecchio).
Qui, in un campo da golf a 18 buche, giunge a pieno compimento la privatizzazione della sfera pubblica. In California, nel
1999 Leisure World è la prima comunità privata di anziani che ha votato per diventare municipio autonomo col nome d Laguna Woods: cioè la prima struttura privata di anziani a divenire soggetto politico in senso pieno e costituzionale.
Così Sun City (con tutti i sui epigoni) rappresenta una doppia utopia, utopia proprietaria della città privata da un lato e utopia auto-segregante della città di vecchi dall’altro: triplo ordine, di censo, di razza e di età.
Un’utopia di strade pulite senza schiamazzi di bambini, su cui non piove mai. Pare quindi niente affatto casuale che il suo nome ricalchi il titolo di uno dei capolavori utopici della filosofia occidentale, La città del soledi Tommaso Campanella, che in inglese è stato tradotto come The City of Sun, ma che propriamente è The Sun City, abitata appunto dai ‘solari’. Solo che il profetico Campanella non ha precisato se i solari giocano a golf.

1. Sulla reintroduzione della natura nella città, vedi tutto il numero monografico (n. 74) della rivista Communications (2003), in particolare Isabelle Auricoste, ‘Urbaniste moderne et symbolique du gazon’, pp. 19-32.
2. Sulla nascita del gridiron e sui suoi correttivi: Kenneth T. Jackson, Crabggrass Frontier. The Sububanization of the United States, New York, Oxford, Oxford University Press, 1985, cap. 4.
3. Joel Garreau, Edge City: Life on the New Frontier. New York London: Doubleday, 1991, Glossary, pp. 443, 453 e 458.
4. Mike Davis, City of Quarz, cit., pp. 246-248; Teresa P. R. Caldeira, City of Wall: Crime Segregation, and Citizenship in Saõ Paulo (Berkeley: University of California Press, 2000).
5. Edward J. Blakeley and Mary Gail Snyder, Fortress America: Gated Communities in the United States(Washington D. C.: Brooking Institution Press, 1997).
6. Evan McKenzie, ‘Trouble in Privatopia’, The Progressive, October 1993, pp. 30-34;
and Privatopia: Homeowner Associations and the Rise of Residential Private Government( Yale:Yale University Press, 1994).
7. Questa percentuale è il risultato di un calcolo piuttosto complicato eseguito da Blakeley e Snyder, op. cit., p. 180.
8. Evan McKenzie, ‘Common-Interest Housing in the Communities of Tomorrow’, Housing Policy Debate, 2003, Vol. 14, I, issues 1 and 2, pp. (203-234), p. 204.
9. Ibidem, p. 220.
10. Robert Nozick, Anarchy, State and Utopia (New York: Basic Books, 2000), pp. 168- 169.
11. Amarillo Globe News, 06/29/2001.
12. Joel Garreau, Edge City, cit., pp. 190-191.
13. Rielaborata sulla base di E. McKenzie (2003), p. 207.
14. Così Chris Webster, citato da E. McKenzie (2003), p. 223.
15. Sulle virtù salvifiche, terapeutiche e tempranti dell’essere proprietari della propria casa, vi è una sterminata letteratura un cui florilegio può essere trovato in Marco d’Eramo, Il maiale e il grattacielo(1995), (Milano: Feltrinelli, 2004) pp. 133-134.
16. Una coppia di Blackhawk (California), citati da Blakeley e Snyder, op. cit., p. 59.
17. Citata da Teresa Caldeira, City of Walls, cit., p. 274.
18. Citato da Evan MCKenzie, Privatopia, cit., p. 186.
19. Teresa Caldeira, ibidem.
20. Michael E. Hunt (edited by), Retirement Communities: an American Original (New York: Haworth Press, 1984), p. 1.
21. Lewis Mumford, ‘For Older People. Not Segregation but Integration’, Architectural Record, vol. 119 (May 1956), pp. 191-194.
22. The New York Times, October 5, 1986.
23. Emil Bloch, ‘Ein Platz an der Sonne’, Die Zeit, June 26, 2003; e il documentario Sun City, di Herbert Fell (48 minuti) prodotto da Arte.
24. Vale la pena segnalare, oltre al già citato Retirement Communities: An American Original ed. by Michael Hunt, l’ormai introvabile Katherine McMillan Heintz, Retirement Communities, for Adults Only (New Brunswick, N.J.: Center for Urban Policy Research, Rutgers University, 1976), e - dal punto di geografia umana e urbanistica - l’esauriente rivista di Hubert B. Stroud, The Promise of Paradise: Recreational and Retirement Communities in the United States since 1950 (Baltimore : Johns Hopkins University Press, 1995). Materiale e riferimenti bibliografici sulle comunità di anziani anche nel monumentale lavoro di Raymond J. Burby and Shirley Weiss (et al.), New Communities U.S.A.(Lexington, Mass.: D. C. Health and Company, Lexington Books, 1976).
25. Joel Garreau, cit., p. 190.
26 .Teresa Caldeira, cit., p. 276.
27. Colloquio con l’autore, in Marco d’Eramo, Via dal vento: Viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti) Roma: manifestolibri 2004), p. 65.
28. New Communities. Bibliografia Isabelle Auricoste, ‘Urbaniste moderne et symbolique du gazon’, Communications, n. 74,
2003, pp. 19-32. Edward J. Blakeley and Mary Gail Snyder, Fortress America: Gated Communities in the United States.Washington D. C.: Brooking Institution Press, 1997.
Emil Bloch, ‘Ein Platz an der Sonne’, Die Zeit, June 26, 2003. Raymond J. Burby and Shirley Weiss (et al.), New Communities U.S.A.Lexington, Mass.: D. C. Health and Company, Lexington Books, 1976.
Bureau of the Census, Statistical Abstract of the United States: 2002. Washington D. C: 2002.
Teresa P. R. Caldeira, City of Wall: Crime Segregation, and Citizenship in Saõ Paulo. Berkeley: University of California Press, 2000.
Mike Davis, City of Quartz: Escavating the Future in Los Angeles(1990). New York: Random House 1992.
Marco d’Eramo, Via dal vento: Viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti. Roma: manifestolibri, 2004.
Il maiale e il grattacielo(1995), Milano: Feltrinelli, 2004.
Joel Garreau, Edge City: Life on the New Frontier. New York London: Doubleday, 1991
David A. Heenan, The New Corporate Frontier: The Big Move to Small Town Usa. New York: McGraw-Hill Inc., 1991.
Michael E. Hunt (edited by), Retirement Communities: an American Original. New York: Haworth Press, 1984.
Kenneth T. Jackson, Crabggrass Frontier. The Sububanization of the United States, New York/Oxford: Oxford University Press, 1985.
Evan McKenzie, ‘Trouble in Privatopia’, The Progressive, October 1993, pp. 30-34.
Privatopia: Homeowner Associations and the Rise of Residential Private Government.
Yale:Yale University Press, 1994.
‘Common-Interest Housing in the Communities of Tomorrow’, Housing Policy Debate, 2003, Vol. 14, I, issues 1 and 2, pp. 203-234.
Lewis Mumford, The City in History: Its Origins, Transformations, and Its Prospect. New York: Harcourt Brace 1961.
Robert Nozick, Anarchy, State and Utopia. New York: Basic Books, 2000.

Le mappe aeree (figg. 1, 2) sono tratte dal sito web Google Earth, mentre le immagini sono tratte dal volume del fotografo tedesco Peter Granser, Sun City, Arizona (Wabern/Bern: Benteli Verlag, 2003).

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