| Coordinatori:
Giuseppe De Giovanni, Marcella Anzalone, Marco Ragonese, Francesca Tirrito,
Federica Visconti
Quello che più colpisce nel titolo del XVI Seminario di Camerino
non è tanto il tema proposto, quanto quel voluto ed espressivo
‘punto interrogativo’ posto dopo la parola Periferie. Forse
il sottotitolo, Paesaggi urbani in trasformazione, era già una
risposta alla domanda? Forse si! Di sicuro le periferiesono luoghi trasformati
e da ri-trasformare a causa di una varia e ambigua realtà, che
si manifesta nel degrado, nella condizione di margine sociale, di margine
topologico e semantico. Ma anche se queste sono le realtà apparenti
delle periferie, resta certo che sono ‘luoghi’ e come tali
carichi
di tutte quelle valenze e possibilità che coinvolgono quanti con
i ‘luoghi’ instaurano rapporti di conoscenza, di analisi e
di progetto.
Le periferie, quindi, esistono. E se esistono
la loro natura fisica è da conoscere. Sono vuoti? Sono aree dimenticate?
Sono paesaggi degradati? Forse sono tutto questo e forse altro ancora.
Il prof. Piergiorgio Tosoni del Politecnico di Torino in un suo intervento
a Camerino affermava che è indispensabile aumentare la capacità
di ascolto dei ‘luoghi’, e nel caso specifico delle periferie
nelle varie accezioni che se ne danno. A tal proposito, per chiarire meglio
la sua affermazione portava ad esempio come vi fossero sette termini per
dire ‘cavalletta’ ma solo uno, ‘pesce’, per indicare
tutti gli esseri marini.
Quindi, è necessario confrontarsi e dare una identità ben
precisa alle periferie, o ai luoghi classificabili come tali: ‘le
periferie delle città vanno riconosciute, facendo riscoprire la
loro storia, le loro forme insediative, valorizzando le loro memorie e
i segni della storia, facendo emergere le diverse comunità locali,
le loro specificità economiche e le prospettive di sviluppo’
(cfr. Atti ‘ Conferenza Nazionale sulle Periferie Urbane’,
Torino 15-16 dicembre 2000).
Il non progetto della città ha portato inevitabilmente alla nascita
di vuoti, di fratture e di architetture inqualificabili. Leonardo Benevolo
attribuiva all’assenza del progetto la causa dello sviluppo della
periferia, precisando che ‘... non è un pezzo di città
già formato come gli ampliamenti medioevali o barocchi, ma un territorio
libero dove si sommano un gran numero di iniziative indipendenti: quartieri
di lusso, quartieri poveri, industrie, depositi, impianti tecnici.
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M. Adami e A. Casadei, Una realtà
urbana disgregata: aree dismesse, aree interstiziali irrisolte,
relitti di paesaggio agrario come occasione per un progetto di recupero,
progetto per l’area di Bottagna nel Comune di Vezzano Ligure.
Università di Firenze, Tesi di Laurea,
relatore prof. Gianfranco Di Pietro |
M. Basile, D. Borgia, F. Centorrino,
R. Scafiti e F. Scandura, Shopping center a Catania |
A un certo punto queste iniziative si fondono
in un tessuto compatto, che però non è stato previsto e
calcolato da nessuno (…) Questo ambiente disordinato e inabitabile
è il risultato della sovrapposizione di molte iniziative pubbliche
e private, non regolate e non coordinate’ (Benevolo L., Corso di
disegno 5. L’arte e la città contemporanea, ed. Laterza,
Roma- Bari 1984, pp. 24-25). Tali assunti, chiarificatori ed eloquenti,
hanno fatto da sfondo e scenario al Laboratorio ‘Nuovi sistemi insediativi
urbani e territoriali’ (tenutosi a Camerino), in cui varie sono
state le definizioni del termine periferiache emergevano durante la presentazione
dei lavori e dei progetti e varie le risultanze nate dal dibattito che
si instaurava fra i partecipanti.
Periferiecome luogo atipico della città: ‘vuoto’ all’interno
della città stessa; ‘vuoto’ come degrado della città
storica; parte irrisolta; margine disgregato o segregato della città
(come l’area di un porto, di un quartiere popolare, di un territorio
morfologicamente ostile) che per la sua natura orografica crea separazione
tra la città e la sua incontrollata espansione.
‘Ai vuoti urbani se ne sono aggiunti altri: i non luoghi, i terrains
vaguesdelle fabbriche in disuso, le aree dismesse e i territori dispersi
della città diffusa. Gli spazi pubblici diventano sempre più
luoghi al coperto: centri commerciali, stadi, nodi intermodali’
(Ippolito A., Roma Terzo Millennio, nel sito w3.uniroma1.it/daac/RM3ML/6Ita.htm).
Il progetto per le periferie, per i ‘vuoti urbani’ è,
dunque, legato al contesto in cui si materializzano, in un atteggiamento
di ascolto e di
comprensione, come afferma Tosoni.
Ma le periferie sono anche paesaggi da salvaguardare, sono memorie da
tutelare, sono territori da ridisegnare e riconnettere a quelli già
strutturati e definiti nelle pianificazioni urbanistiche, che uniscono
le città con altre città, con la campagna, con il paesaggio...
Quindi, Periferie? come pretesto per riflettere sul significato di trasformazione
(come evidenziato nel sottotitolo), per obbligare gli architetti, i progettisti
a partecipare a un confronto difficile, ma sicuramente più gratificante
e motivato per la sua capacità di richiedere maggiore attenzione
ed energia progettuale.
Non un ‘punto interrogativo’,
allora, ma una certezza: la periferiaè città, è paesaggio,
è un ‘non vuoto’ che esiste, è quell’
horror vacui di cui Aristotele era sostenitore. Un ‘vuoto che è
forma’ e di contro ‘la forma è vuoto’, per dirla
alla maniera di Gianfranco Potestà, uno dei veterani del Seminario.
‘È il vuoto che deve riassumere una funzione dialettica con
il costruito, riacquistando senso e qualità di paesaggio.
Il vuoto, inoltre, non può essere visto soltanto come spazio inedificato
da ricondurre nella rete ambientale, ma anche come risorsa per l’inserimento
nella periferia di nuove infrastrutture e nuove attrezzature’ (cfr.
Atti ‘ Conferenza Nazionale sulle Periferie Urbane’).
L’atteggiamento progettuale verso le periferiee i ‘non luoghi’
è cambiato e le trasformazioni devono favorire ‘l’aggregazione,
l’incontro, l’accessibilità, lo scambio intermodale.
In questi ambiti di trasformazione strategica si sente l’esigenza
di realizzare nuove centralità, nuovi tipi per situazioni contemporanee
idonee ai nuovi mezzi di trasporto
e di aggregazione sociale (…) l’architettura deve favorire
lo sviluppo di questi nuovi luoghi del collettivo urbano’ (Ippolito
A., ibidem). Un concetto questo che è ulteriormente ribadito nei
già citati Atti della Conferenza di Torino, in cui si sottolinea
che ‘la riqualificazione della periferia coincide con la riorganizzazione
funzionale e qualitativa dell’intero
sistema urbano. In questa direzione, occorreranno opere infrastrutturali,
servizi, attrezzature, spazi pubblici e aree verdi; soprattutto sarà
necessario riportare la città e la sua periferia in una logica
di reti interconnesse’.
Queste considerazioni iniziali fanno da presentazione ai contributi redatti
dai coordinatori che hanno partecipato al Laboratorio e che nei loro scritti
illustrano alcuni fra gli aspetti emergenti e più interessanti
scaturiti dalle tante proposte presentate sul tema delle periferie, e
se in alcuni casi vengono citati più volte gli stessi progetti,
sono però analizzati con interpretazioni e differenti chiavi di
lettura.
Nello specifico: Marco Ragonese sottolinea
nel suo intervento la necessità di un confronto reale su temi e
argomenti spesso taciuti nelle Facoltà italiane, come lo è
quello sulle periferie; Marcella Anzalone, nel descrivere alcuni progetti
presentati, precisa come il degrado e la marginalità si superino
ricollegando organicamente passato, presente e futuro con nuove soluzioni
materiali, ricercando nella trasformazione dei luoghi una società
fattibile; Federica Visconti nel suo articolo si sofferma, invece, sul
rapporto fra periferiee paesaggio, considerando il progetto per tale luogo
strumento di riqualificazione territoriale o di intervento nelle aree
libere interne alla città consolidata o nei contesti marginali;
infine, Francesca Tirrito considera le periferie luoghi che possono accogliere
le centralità urbane complesse e attrattive,
dimenticando di essere terreno di esclusione forzata con una logica che
mira ad assorbire le segregazioni.
È doveroso, comunque, precisare che tutti i progetti illustrati
nel Laboratorio sono sempre partiti da un’analisi accurata e sensibile
dei tessuti urbani o dei territori alterati, presi come oggetto di studio,
che ha prodotto ipotesi e a volte proposte concrete di ripensamento di
quei luoghi con l’obiettivo di ‘ridefinirli nella loro valenza
funzionale, attraverso lo strumento del progetto inteso come momento di
riqualificazione di una porzione di città’ (Ippolito A.,
ibidem).
Questa necessità è stata dettata essenzialmente dall’interesse
a ricercare nuove letture delle zone periferiche e marginali, superando
le definizioni consolidate (come scarsa qualità urbana, invecchiamento
della popolazione, disagi e povertà diffusa, degrado del territorio
...), per sostenere con originale specificità la realizzazione
di progetti che mirano alla rigenerazione delle periferie.Tale obiettivo
è stato raggiunto nell’individuazione per le aree inedificate
o per i territori al margine di attività produttive, legate non
solo al consumo e al terziario, ma all’artigianato, all’industria
minore, alla ricerca, alla ricettività turistica, e nella possibilità
di prediligere a volte il ridisegno del paesaggio alterato.
Allora quel ‘punto interrogativo’ apre la strada a nuove definizioni
di periferia, non più luoghi/margine ma luoghi/frammenti non perduti
della città, che hanno la capacità di accogliere le trasformazioni.
‘Le periferie possono inoltre diventare luoghi strategici per lo
sviluppo della città nel suo complesso in quanto luoghi più
malleabili e trasformabili dal punto di vista fisico rispetto alla rigidità
della città consolidata’ (cfr. Atti Conferenza Nazionale
sulle Periferie Urbane).
Il dibattito come strumento di progetto
Marco Ragonese
L’aspetto più interessante del Laboratorio è stato,
per chi era alla prima esperienza camerte come lo scrivente, la qualità
del dibattito innescato dai progetti presentati. La differente provenienza
dei partecipanti ha permesso un’articolazione dialettica su argomenti
inattesi, capace di prendere i progetti come pretesti su cui poter innescare
confronti, anche sanamente ‘conflittuali’. Dopo un primo momento
di fisiologica titubanza, le osservazioni e le riflessioni sono fluite
con naturalezza, assecondando la necessità di un confronto reale
su temi e argomenti spesso taciuti nelle Facoltà italiane.
La proposta per Vezzano Ligure dei toscani M. Adami e A. Casadei ha dato
vita a un’interessante dissertazione sul significato di vuoto nell’analisi
urbana (cui ha partecipato il professore Tosoni del Politecnico di Torino);
il Centro Commerciale a Catania, di M. Basile, D. Borgia, F. Centorrino,
R. Scafiti e F. Scandura, pensato su una sciara lavica - da cui traeva
una chiara analogia formale - ha consentito a delle giovani studentesse
della Facoltà di Ingegneria/Architettura di abbandonare il loro
ambito disciplinare per entrare in territori e argomenti spesso troppo
poco affrontati.
La necessità della critica come strumento di crescita professionale
è emersa dalle presentazioni degli architetti operanti che, troppo
spesso ‘catturati’ dall’aspetto ‘produttivo’
della professione, non hanno tempo per mettere in discussione i propri
lavori. L’arch. G. Fiamingo è stato ‘pungolato’
per gli aspetti forzatamente simbolici del suo progetto per Riace, in
cui l’assenza (dei famosi bronzi, ‘sottratti’ dal Museo
di Reggio Calabria) diventa una sovradimensionata presenza
nello specchio di mare antistante la cittadina.
E. Cortese, F. Marconi e G. Ratti con il loro Complesso Residenziale nel
comune di La Spezia, invece, hanno suscitato le perplessità circa
la scarsa coerenza tra intenti progettuali e risultato finale. Questa
‘obiezione’ è stata il pretesto per riflettere - seppur
con un’ombra di vittimismo - sul ruolo e sulle difficoltà
dell’architetto nel processo di costruzione edilizia.
A riguardo, G. Barbera e M. Moavero nel loro Insediamento Residenziale
a Campofelice di Roccella in provincia di Palermo, hanno mostrato le variazioni
cui è sottoposto il progetto in fase di realizzazione (a causa
di fattori economici, principalmente) e i punti fermi su cui l’architetto
non può derogare.
Ulteriori riflessioni hanno riguardato la varietà dei risultati
prodotti dalle Facoltà italiane, per materiali e argomenti affrontati:
i progetti di corso (la sperimentazione, anche negli strumenti di rappresentazione,
per un Museo del Tempo del ‘Moebius Group’ R. Buccafusca,
D. Roccaro, O. Sciuto, V. Sposito e F. Tripodi o la chiarezza compositiva
dell’ Insediamento Artigianale di D. Bonanno, G. Cerami e M. Cuccia)
e le tesi di laurea (il Parco Fluviale di T. D. Brownlee, risultato vincitore
del premio finale, le strategie progettuali per il Porto di Cataniadi
G. Vinciguerra o le svettanti Torrisul waterfront genovese di M. Orlandi)
hanno messo in luce le potenzialità e le lacune del sistema universitario
italiano.
Questa è sembrata essere la reale ricchezza dell’esperienza
del Seminario. La ‘sete’ di confronto ha fatto sì che
persino gli interventi tenuti nella sessione conferenza venissero successivamente
veicolati all’interno del Laboratorio per essere approfonditi, analizzati
e compresi in tutti i loro aspetti. Così i coordinatori e i relatori
all’interno del Laboratorio hanno dovuto rispondere, incalzati,
a domande la cui risposta spesso non è stata semplice. Ma nemmeno
volutamente
esaustiva, così da lasciare aperte quelle questioni che ogni partecipante
avrà la possibilità di sviluppare lungo il proprio percorso
di crescita professionale e personale, abbandonandosi alla necessità
emersa, con forza, in quella piovosa settimana camerte.
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E. Cortese, F. Marconi e G. Ratti, Realizzazione
di un nuovo comparto urbano con insediamenti di tipo residenziale
pubblico e spazi pubblici
nel Comune di La Spezia |
G. Barbera e M. Moavero, Un frammento
ordinato di periferia nel Comune di Campofelice di Roccella (PA) |
Nuovi sistemi urbani tra semantica del luogo,
funzionalità e reinterpretazione materica
Marcella Anzalone
Protagonista principale delle nuove forme di urbanizzazione prefigurate
all’interno del Laboratorio è stata l’analisi di paesaggio-periferia-
città intesi come sistema globale, in cui il paesaggio ‘modificato’
cerca di identificare una ‘risposta’ spontanea alle problematiche
poste, ricostruendo i tempi della trasformazione, i segni della personalità
e gli input per la rinascita, definendo nuove forme di connessione fra
identità formali e funzionali distinte.
L’approccio progettuale al sistema complesso paesaggio-periferiacittà
è stato interpretato quale approccio unificato, in cui il degrado
e la marginalità si superano ricollegando organicamente passato,
presente e futuro con nuove soluzioni materiche, dotazione di servizi
e infrastrutture e rielaborazioni tipologiche, in equilibrio fra paesaggio
e realtà urbanizzata.
Dalla percezione di un unico comune denominatore nei diversi approcci
al progetto di nuovi sistemi urbani, emerge la riflessione sulla semantica
del luogo sia nella organizzazione planimetrica paesaggistica sia nella
distribuzione funzionale dei nuclei urbani sia nella scelta materica e
formale degli elementi architettonici.
La filosofia di ogni intervento genera componenti distintive e circostanziate,
prefigurando nuovi scenari urbani in equilibrio fra recupero della memoria
e avanguardia materico-stilistica. Il progetto Spazio culturale dell’immagine.
Il museo del tempo(Moebius Group) propone ad esempio un riferimento esplicito
sulla complessità del sistema paesaggio-periferia-città,
in cui la particolare attenzione al fiume Oreto che attraversa la città
di Palermo, la valutazione spazio-temporale della trasformazione del luogo
e l’approccio filosofico alla composizione di insieme diventano
le componenti visibili di un progetto dove il tema ‘museo del tempo’
è inteso sia come spazio culturale sia come specchio dell’immagine
culturale di oggi. Lo spazio prefigurato è pregno di elaborazioni
filosofiche e riflessioni esistenziali: la dimensione
uomo diventa l’elemento generatore del processo di trasformazione
del luogo attraverso la critica interpretazione di un consumo globalizzato
dei luoghi, in cui tempo e materia si fondono recuperando gli elementi
alienati dalla società contemporanea.
Lo studio della dimensione ‘uomo’ e l’apertura prospettica
verso il paesaggio, la precisa disposizione di oggetti all’interno
di una composizione spaziale attenta alle connessioni con il territorio
e la città caratterizzano, invece, la proposta di Un insediamento
per artigianato nel territorio di Monreale(D. Bonanno, G. Cerami e M.
Cuccia), in cui il luogo viene esaltato attraverso il rispetto della memoria
e delle relazioni con il paesaggio circostante. L’uso di setti direzionali,
che sanciscono l’organizzazione planimetrica dell’insediamento,
amplifica l’esigenza del recupero attraverso una reintegrazione
con il paesaggio urbanizzato, così come la progettazione dei servizi
e delle infrastrutture risponde efficacemente alle esigenze diffuse su
tutto il territorio. Le volumetrie scelte e il rapporto spazi aperti-spazi
chiusi racconta processi di vita quotidiana, ricreando una dimensione
urbanizzata rispettosa del contesto, in cui elementi architettonici carichi
di valore simbolico, come ad esempio le ‘saie’ (alti muretti
che delimitano gli orti e i terreni coltivati) reinterpretate come ‘muri’,
ridefiniscono equilibri urbanistici e dimensione antropica.
Altra proposta con matrice progettuale decisamente caratterizzata dalle
tracce della trasformazione del luogo e il recupero di funzionalità
perdute, attraverso l’uso coordinato di ‘tradizione’
e ‘modernità’, è il lavoro Una realtà
urbana disgregata: aree dismesse, aree interstiziali irrisolte, relitti
del paesaggio agrario come occasione per un progetto di recupero(M. Adami
e A. Casadei), in cui la riorganizzazione di un sistema urbano in ambito
territoriale si genera attraverso l’analisi della componente uomo
e dei suoi flussi temporali nello studio stratigrafico delle trasformazioni
fisiche, antropiche e urbane dei ‘luoghi irrisolti’, generati
dall’espansione urbana ed extraurbana al di fuori dei centri
storici. Su questi presupposti la proposta conferisce organicità
formale e funzionale affettivamente collegata con il luogo e le sue tradizioni,
scegliendo come palestra progettuale la località Bottagna nel Comune
di Vezzano Ligure (SP). Risposta progettuale ‘significante’
e dichiaratamente poco invasiva, nonostante la puntualità di intervento
che traduce l’intenzionalità progettuale nella definizione
di nuovi tracciati per le infrastrutture, localizzazione di nuclei insediativi
e definizione della morfologia urbana e della tipologia edilizia. Quest’ultima
forse rappresenta l’elemento meno incisivo nella definizione del
progetto, in cui la corposa ricostruzione paesaggistica e territoriale
soddisfa pienamente le aspettative della premessa, conferendo alla scala
edilizia un ruolo secondario seppure apprezzabile per la coerenza di
intervento mostrata nelle connessioni fra le diverse scale di progetto.
Un orientamento dichiarato, questo degli esempi citati, e supportato da
un’efficace base analitica, in cui si ritrova il compito dell’architetto
che, nel ‘caos delle future urbanizzazioni’, opera una ‘calibratura’
accurata atta a ottenere il massimo risultato, creando nuovi sistemi concreti
e coerenti e ricercando nella ‘spontanea’ trasformazione dei
luoghi una società ‘fattibile’.
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‘Moebius Group’ R. Buccafusca,
D. Roccaro, O. Sciuto, V. Sposito e F. Tripodi, Spazio culturale
dell’immagine. Museo del Tempo |
D. Bonanno, G. Cerami e
M. Cuccia, un insediamento per l’artigianato nel
territorio di Monreale (PA) |
Progetti di paesaggio come nuovi sistemi
territoriali
Federica Visconti
Uno dei ‘temi’, trattati all’interno del Laboratorio,
ha riguardato il progetto di paesaggio, nelle sue varie e complesse accezioni,
come strumento di riqualificazione territoriale o di intervento in grandi
aree libere interne alla città consolidata. Il dibattito, che si
è aperto in quella sede intorno alle questioni poste dai progetti
presentati, diventa stimolo per alcune riflessioni di carattere generale.
Innanzitutto la definizione dell’oggetto e del campo di investigazione:
progetti di parchi o di aree urbane, in contesti marginali, talvolta indagati
da un punto di vista topologico, talvolta semplicemente da un punto di
vista semantico. Perché di questo si tratta: non di un intento
di banalizzazione ma, al contrario, per la volontà di ricondurre
il problema
a una dimensione misurabile del progetto e, di conseguenza, a un ambito
disciplinare circoscritto che è e rimane, anche quando si tratta
di progetti tendenzialmente ‘a volume zero’, quello dell’architettura
e dei suoi strumenti (il progetto prima di tutto).
Il progetto di M. Adami e A. Casadei è quello che, affrontando
una lettura del territorio alla grande scala, ha consentito un ampliamento
del ragionamento a ulteriori tematiche. Il lavoro di tesi dei due studenti
fiorentini ha un titolo che ne definisce bene la ricchezza e la complessità:
Una realtà urbana disgregata: aree dismesse, aree interstiziali
irrisolte, relitti di paesaggio agrario come occasione per un progetto
di recupero. Un titolo che individua molti dei temi - aree dismesse, aree
interstiziali, residui di paesaggio agrario - con i quali oggi l’architettura
del paesaggio si trova a doversi confrontare, spesso anche simultaneamente.
Il progetto ha preso in esame un’area nel Comune di Vezzano Ligure
sulla quale è stata condotta un’analisi molto approfondita:
innanzitutto dal punto di vista storico con la elaborazione di un
SIT, per arrivare, infine, a individuare un’area sulla quale condurre
una concreta sperimentazione progettuale. All’interno del Laboratorio
si è discusso, con opinioni talvolta differenti, sulla possibilità
che il lavoro dei due tesisti potesse fermarsi alla parte analitica che,
forse, appare più ‘matura’ di quella progettuale. Personalmente
ritengo, invece, che il lavoro sul progetto sia stato una doverosa conclusione
del percorso senza il quale il senso complessivo della operazione rischiava
davvero di rimanere tronco. Perché più che analizzare i
risultati formali del progetto sull’area di Vezzano Ligure quello
che interessa di questo lavoro è il tentativo di ribadire lo stretto
legame che deve esistere
fra l’operazione analitico-conoscitiva e quella interpretativo-progettuale
e di identificare una modalità di rapportarsi alla specificità
del luogo, passando innanzitutto attraverso elementi della morfologia
e della tipologia e approdando, solo alla fine, alle questioni del linguaggio.
La necessità della ‘conclusione progettuale’ la intravedo
ancora nell’affermare l’idea che la città e il paesaggio
si disegnano attraverso le ‘forme’ e che quindi il piano urbanistico
può essere efficacemente rappresentato con l’architettura:
come i due studenti di Firenze hanno fatto disegnando, alla scala architettonica,
elementi anche piccoli
(come i ponti, i percorsi pedonali, il molo, il parco nell’area
ex draga), che sono stati ‘montati’ insieme in un progetto
per la riqualificazione dell’area, con forti valenze strategiche.
A scala diversa e di maggiore dettaglio, altre proposte hanno offerto
spunti di riflessione interessanti sul tema del progetto di paesaggio
o di aree verdi. Il progetto Recupero ambientale della spiaggia Rena Bianca,
nel territorio comunale di Santa Teresa di Gallura in Sardegna, di G.
A. Paggiolu, tra questi è quello che si pone il problema della
riqualificazione e della salvaguardia di un’area minacciata dall’avanzamento
del mare e continuamente aggredita dalla realizzazione di opere irrispettose
delle qualità straordinarie di questa zona. La proposta di Paggiolu
è attenta e disegnata sino al dettaglio della pavimentazione, sino
al disegno della fontana, ma non rischia mai di ridursi alla sola dimensione
dell’arredo urbano, perché parte dalla considerazione del
possibile ruolo che questa ‘architettura’ deve giocare rispetto
al sistema costiero da un lato e al centro urbano dall’altro. Il
progetto si pone, quindi, l’obiettivo di dare forma e sostanza al
ruolo di ‘porta’ di questa spiaggia, punto di passaggio fra
mare e città, e lo fa con un intervento che, in più, dimostra
sensibilità nei confronti delle qualità ambientali e paesistiche
di questo luogo, disegnando una
‘architettura’ fatta di paesaggio, di sabbia e di poche altre
cose, come soluzioni per dislivelli da superare, pavimenti sui quali camminare,
punti dove sostare a godere la vista del mare.
In un contesto invece spiccatamente urbano si colloca il progetto Shopping
center a Cataniadi M. Basile, D. Borgia, F. Centorrino, R. Scafiti e F.
Scandura. In realtà, mi sembra che l’intervento delle allieve
della Facoltà di Ingegneria di Catania sia più giustamente
definibile come un progetto di un parco urbano che, contiene sì
al suo interno delle attrezzature ricettive e commerciali, ma non si limita
a disegnare edifici isolati dal contesto in un’area rimasta libera
all’interno di un tessuto urbano più o meno consolidato.
Si tratta, in questo caso, di un intervento in un’area di margine
- nel quartiere di Nesima Superiore a Catania - che presenta una orografia
complessa data dalla presenza di banchi emergenti di pietra lavica: un’area
che è ‘margine’ tanto del tessuto residenziale a nord
quanto di quello a sud. Il progetto, quindi, più che nella definizione
architettonica degli edifici all’interno del parco, convince proprio
perché si pone anche il problema, che in buona sostanza risolve,
di ri-cucire attraverso il disegno del verde parti di città oggi
sostanzialmente separate tra loro.
Due considerazioni generali, a questo punto: la prima riguarda il fatto
che questi progetti appaiono convincenti perché provano a costituire
frammenti di scale più ampie, talvolta legandosi alla città
esistente talvolta provando ad aggiungere qualcosa al territorio nel quale
intervengono, qualcosa che è un dato fisico ma anche un nuovo ‘senso’
e
con esso una possibile indicazione per ulteriori, future trasformazioni.
La seconda considerazione è che questi progetti, in modi forse
differenti, appaiono sostanzialmente ‘misurati’, all’interno
di una ‘dimensione conforme’ e quindi realistici. Leggendo
un libretto intitolato ‘Periferie’ mi è capitato di
imbattermi in una critica, assolutamente condivisibile, sul tipo di operazione
che spesso mette in campo l’arte contemporanea quando si occupa
di luoghi periferici; il testo recita: (...) trovare estetico l’orrore
è osceno. L’arte contemporanea ritaglia un pezzo da questo
insieme, lo isola e lo estetizza: è lo stesso procedimento della
pornografia. L’arte che rende estetico l’orrore è pornografia
delle immagini […] . Ma l’artista cosa sta facendo, in realtà?
Sta giustificando l’orrore nella fantasticheria e lo sta rivendendo
a chi lo subisce nella realtà (Montesano G. e Gruppo Underworld,
Napoli. Periferia Totale, in Scateni S. (a cura di), ‘Periferie’,
ed. Laterza, Roma-Bari 2006, p. 18).
E se quindi la differenza fra l’architettura e le altre arti sta
- per dirla alla maniera di Lukács - nell’essere l’architettura
‘arte creatrice di un mondo’, di un ambiente ‘reale’
e ‘adeguato’, e in ultima analisi un ‘rispecchiamento
di esso che evoca adeguatezza’ (Lukács G., Estetica, vol.
II, ed. Einaudi, Torino 1970) allora, se si vuole provare a risolvere
i problemi che le aree periferiche pongono, c’è bisogno di
progetti ‘misurati’, ovvero reali e adeguati.
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G. Vinciguerra, Azioni strategiche di
progettazione ambientale nell’area portuale di Catania |
G. A. Paggiolu, Recupero ambientale
della spiaggia ‘Rena Bianca’, Santa Teresa di Gallura |
G. Fedi, Bergamo. La porta della città |
La centralizzazione delle periferie
Francesca Tirrito
Sono ormai diversi anni che partecipo al ‘Seminario di Architettura
e Cultura Urbana’ di Camerino e mi convinco ogni volta dell’utilità
della sua esistenza all’interno del confronto culturale nazionale
e internazionale sui temi che investono l’architettura. Ritengo,
inoltre, che il Seminario sia un punto di partenza e un incontro importante
fra docenti, architetti e giovani progettisti per riflettere sulle nuove
possibili configurazioni che l’architettura contemporanea deve o
dovrà percorrere.
Il tema del XVI Seminario si è sviluppato attorno allo studio e
alle riflessioni che investono un particolare aspetto dell’ambiente
urbano o pseudo-urbano che si sintetizza nel termine generico di ‘
periferia’, di cui il Seminario, con il supporto dei progetti presentati
e con le relazioni programmate, ne ha esaltato e quasi rivendicato un’identità
moderna e un’ambizione a contribuire a uno sviluppo regionale su
una logica che mira a riassorbire le segregazioni.
Le analisi condotte a partire dalla realtà e dalle esperienze degli
agglomerati contribuiscono allo sviluppo in un dinamismo duraturo sui
principi dello sviluppo solidale: la periferia, con i suoi abitanti, i
dinamismi economici urbani e sociali che vi gravitano può accogliere
delle centralità urbane complesse e attrattive e dimenticare di
essere il
terreno di esclusione forzata e di allontanamento territoriale degli strati
popolari. Le periferie divengono così luoghi in trasformazione
non più isolati, ma interesse per la creazione di nuovi centri,
di nuovi spazi verdi e per il miglioramento degli esistenti.
Queste considerazioni ridefiniscono il concetto di periferia, non più
semplicemente intesa come zona urbana al margine di un centro dove ‘accadono
le cose’, ma come luogo che può accogliere positivamente
le trasformazioni oppure esserne escluso con ricadute di ulteriore degrado
(cfr. Atti della ‘ Conferenza Nazionale sulle Periferie Urbane’,
Torino 15-16 Dicembre 2000).
Il tema delle periferie nelle sue diverse accezioni è stato ulteriormente
affrontato e dibattuto all’interno del Laboratorio ‘Nuovi
Sistemi Insediativi Urbani e Territoriali’, di cui ho fatto parte
come coordinatore.
Sono da segnalare con particolare interesse: la proposta di G. Fedi, La
porta della città (per Europan 8), che ha affrontato il problema
della interconnessione urbana fra la città storica di Bergamo e
la porzione di territorio posta a est, in una sorta di cerniera che analizza
il contesto con parametri di ‘identità’, di ‘relazione’
e di ‘memoria’; il progetto di G. Vinciguerra, Azioni strategiche
di progettazione ambientale nell’area portuale di Catania, che si
è confrontato con
l’area del porto di Catania attraverso un’analisi urbanistico-tecnologica
e un nuovo reinserimento nel tessuto urbano della città. Inoltre,
il progetto di G. A. Paggiolu, Recupero ambientale della spiaggia Rena
Bianca, ha aperto un interessante dibattito all’interno del Laboratorio
sulle realtà ambientali e paesaggistiche della splendida spiaggia
Rena Bianca a Santa Teresa di Gallura in Sardegna e di luoghi similari,
più noti per l’attrazione turistica che non per il loro vero
valore naturalistico, proponendo un progetto di recupero minuzioso ed
‘ecologico’.
Da citare, infine, il progetto vincitore di T. D. Brownlee, Parco Vezzola
a Teramo, nato dall’esperienza condotta durante la tesi di laurea,
che ha indagato su un’area tra due periferie urbane divise dal torrente
che le attraversa e nello stesso tempo bisognose di sentirsi unite come
parte integrante della città. La proposta trasforma l‘area
interessata
in una sorta di filtro dai caratteri di transizione e di connessione,
nel tentativo di proporre una sua valorizzazione attraverso la nuova destinazione
d’uso a parco fluviale.
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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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