|
La rue-corridor à deux trottoirs, étouffée entre
de hautes maisons, doit disparaître.1 La piazza moderna, ritagliata
con calcoli rigorosi, non possiede il pur che minimo contenuto spirituale:
non è che una superficie vuota espressa in metri quadri.2
La carenza di spazi collettivi nella città
contemporanea, in parte dovuta ad una mancata attuazione degli strumenti
urbanistici e in parte ad un’errata maniera di concepire lo spazio
urbano, ha determinato un bisogno insoddisfatto di socialità ed
uno straniamento o disidentità relazionale. Quando consideriamo
l’architettura dei vuoti, o meglio il progetto delle strade, delle
piazze e degli altri spazi pubblici della città, noteremo nella
città contemporanea l’assenza di figure riconoscibili e significanti,
capaci di per sé di dare identità al vuoto e consequenzialmente
alla collettività che lo abita. Prevalgono nella città contemporanea
forze economiche che configurano lo spazio urbano secondo le proprie esigenze
trascurando completamente quelle degli abitanti. La tesi secondo la quale
la figuratività dello spazio vuoto e l’identità collettiva
siano correlabili deve ricorrere alla storia per essere dimostrata. Le
economie precapitaliste hanno caratterizzato il disegno degli spazi vuoti
delle città con alcuni sistemi di segni leggibili sia in pianta
che in prospettiva, ovvero percorrendo lo spazio: proprio qui risiede
la specificità del segno urbano, il suo duplice livello di lettura.
Bivio, trivio, quadrivio, tridente, croce di strade,3 circus, square,
piazza, nelle loro declinazioni materiali dimostrano di essere prospetticamente
coerenti con un sistema (Lynch: percorso, limite, nodo, distretto, landmark)
di percezione dello spazio, un sistema (Guidoni: antropomorfismo e zoomorfismo
come rilettura dei significati profondi) di comunicazione di massa capace
di orientare le persone che percorrono lo spazio urbano sia in termini
funzionali che simbolici: orientamento e riconoscibilità. L’economia
capitalista ha cominciato con lo standardizzare e ripetere questi segni,
desemantizzando il contesto, astraendo il simbolo dalla città e
predicando talvolta la sua ripetitività.
|
|
|
G. Battista Nolli, Pianta di Roma |
L. Quaroni, Piano di zona Casilino,
1965 |
M. Fiorentino, Corviale, 1975 |
Curiosamente l’economia capitalista
matura ha cancellato tali simboli, come ha cancellato il linguaggio neoclassico
dell’architettura, senza inventare un repertorio altrettanto significativo.
I luoghi collettivi della città, strade e piazze, seguono un vocabolario
formale definito e riconoscibile fatto di forme elementari, quasi sempre
caratterizzate da un rapporto prospettico tra di loro: la visibilità
e la simmetria sono alcuni degli elementi di relazione e vanno considerati
insieme alla importanza del punto di vista nella costruzione del vuoto
urbano ad imitazione di un teatro. Questo repertorio formale non solo
significa di per sé, ovvero mette in relazione lo spazio percepito
dal cittadino-pellegrino con lo spazio della città secondo un sistema
di coordinate visive per orientare i percorsi verso le chiese del pellegrinaggio4
ed i luoghi più importanti della città, ma anche è
strettamente relazionato agli abitanti. Lo spazio collettivo è
sempre delimitato da un fronte urbano continuo (il filo delle facciate
degli edifici) progettato omogeneamente e che mette in relazione visiva
bidirezionale lo spazio privato con quello pubblico. Lo spazio pubblico
è inviluppato da una superficie costituita dalle facciate, luogo
dell’affaccio dallo spazio privato su quello pubblico e quindi di
intervisibilità e auto-controllo sociale.
Il progetto moderno, declina prevalentemente le sua identità formale
come oggetto, l’ architettura soggetto consente invece, attraverso
l’espressione formale, di costruire una rete di relazioni e riconosce
che la ‘teoria critica della società ha invece per oggetto
gli uomini come produttori della totalità delle loro forme storiche
vitali’.5 Il vuoto non è più elemento configurabile,
ma diventa elemento di risulta delle figure dettate da volumi pieni: in
questi termini è avvenuta la fine del progetto urbano.
Questa tesi troverà sostegno dalla comparazione del piano sistino,
rappresentato mirabilmente da Giambattista Nolli nella pianta grande di
Roma e del Plan Voisin per Parigi di Le Corbusier. Ma già Giovan
Battista Piranesi nel suo Campo Marzio aveva prefigurata una città
fatta di oggetti giustapposti. Dove il rapporto Monumento spazio collettivo
(piazza o strada), era uno dei capisaldi teorici dell’urbanistica
precapitalista, magari a fini di propaganda religiosa o politica, ma
comunque strettamente ancorato alle strutture percettive degli abitanti.
Le figure riconoscibili, quindi mentalmente mappabili, dello spazio vuoto
erano strumento di orientamento nella città e diventavano elementi
di significazione simbolica. Occorre fare attenzione al fatto che la città
contemporanea contiene elementi di innovazione, soprattutto per quanto
riguarda la mobilità, e che pertanto non sia possibile, come alcuni
hanno fatto in passato, riproporre il medesimo sistema di segni per la
sua costruzione. Ma è comunque necessario considerare con attenzione
la domanda di riconoscibilità ed orientamento degli abitanti della
città contemporanea, reintroducendo nel progetto urbano elementi
figurativamente significativi dello spazio vuoto.
I grandi PEEP hanno (per il caso romano) provato a ricostruire tale identità
segnica, in molti casi avendo un successo per la riconoscibilità
del luogo, ma tale riconoscibilità è sempre mediata dal
pieno e mai dal vuoto. Il confronto con alcuni Piani di zona romani: Piano
di Zona n. 23 Casilino, 1965, L. Quaroni; Piano di zona n. 61, Corviale,
1975, M. Fiorentino; Piano di zona n. 38, Laurentino, 1973, P. Barucci;
Piano di zona n. 7, Vigne nuove, 1972, Studio Passarelli - dimostra come
il rapporto tra volumi edilizi e viabilità trova tutte le espressioni
possibili tranne quella naturale, che ha caratterizzato le città
precapitalista e basata sulla visibilità. Ovvero nel Laurentino
38 - una importante realizzazione
che recentemente ha subito una demolizione, e che si appresta a subìre
la ennesima mutilazione, il progetto descrive il suo spazio vuoto, per
tramite di una strada, ma gli edifici ortogonali alla strada definiscono
spazi collettivi, distaccati dalla strada e quindi insicuri.
Questo progetto è un esempio di come sia importante il rapporto
tra visibilità e controllo sociale: il rapporto tra la superficie
sociale della città ed il suo luogo collettivo. Nella città
medievale progettata dai liberi comuni il rapporto di visibilità
tra emergenze monumentali e spazi pubblici comincia ad affermarsi in maniera
decisa.6 In Urbanisme Le
Corbusier aveva postulato la necessità di scollegare quinta urbana
e viabilità. Il rapporto che è sempre esistito tra quinta
urbana e luoghi collettivi (strade, piazze) viene negato. Questi due elementi
sono disgiunti nella Ville Radieuse del 1931 di Le Corbusier, nel Plan
Voisin, nella Ville Contemporaine, nel Plan Obus e ancora in Vers une
architecture viene messa in forma la critica della rue corridor. Le Corbusier
sperimenta tutti i rapporti possibili tra quinta urbana e spazi collettivi:
nel plan obus mette la strada sopra edificio, stravolgendo il rapporto
di visibilità tra spazi collettivi e spazi residenziali. Il mancato
rapporto tra visibilità e spazio sociale genera insicurezza urbana.
La protesizzazione della funzione di controllo visivo che avviene con
l’inserzione di telecamere negli spazi pubblici è un segnale
inquietante che dobbiamo leggere in tempo se crediamo nel ‘recupero
di un fondamento estetico nella costruzione dello spazio urbano di uso
collettivo’.7
1. Le Corbusier, Urbanisme, Paris 1925.
2. C. Sitte , L’arte di costruire le città. L’urbanistica
secondo i suoi fondamenti artistici(titolo originale Der Städte-Bau
nach seinen Künsterlischen Grundsätzen, Wien 1889) traduzione
di R. Della Torre, Milano 1981, p. 90.
3. E. Guidoni, La croce di strade. Funzione sacrale ed economica di un
modello urbano, ‘Lotus international’, XXIV (1979) pp. 115-119.
4. A. Camiz, Gli itinerari delle rogazioni per la storia di Ravenna nel
medioevo, in ‘Il tesoro delle città’. Strenna dell’associazione
Storia della città, Anno III, Roma 2006, pp. 132-156.
5. M. Horkheimer, Filosofia e teoria critica, Torino 2003, (1968), p.
57.
6. E. Guidoni, Arte e Urbanistica in Toscana. 1000-1315, Roma 1967.
7. R. Panella, Piazze e nuovi luoghi di Roma. Il progetto della conferma
e della innovazione, Roma 1997, p. 30.
Bibliografia
C. Sitte , L’arte di costruire le città. L’urbanistica
secondo i suoi fondamenti artistici (titolo originale Der Städte-Bau
nach seinen Künsterlischen Grundsätzen, Wien 1889) traduzione
di R. Della Torre, Milano 1981.
Le Corbusier, Vers une architecture, Paris 1923.
K. Lynch, The image of the city, Cambridge, Massachusssets, and London,
England 1960.
M. Horkheimer, Filosofia e teoria critica, Torino 2003, (1968), p. 57.
E. Guidoni, Antropomorfismo e zoomorfismo nell’architettura ‘primitiva’,
‘L’Architettura’, n. 222 (aprile 1974).
A. Ceen, Rome 1748 - The Pianta Grande di Roma of Gian Battista Nolli
in Facsimile, Highmount 1991.
R. Panella, L’architettura come arte della deformazione, in Questioni
di progettazione, Roma 2004.
|
|
www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
|
|