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dei tratti distintivi della ricerca sull’architettura urbana1 è
oggi quello relativo alla riscoperta delle specificità urbane.
Le istanze avanguardistiche e ipertecnologiche, che hanno caratterizzato
il panorama della produzione architettonica degli ultimi anni, sembrano
già lasciare il posto ad una nuova riflessione su come le città
debbano ritornare a trasformarsi su se stesse e, di conseguenza, su quali
strumenti debbano essere messi in campo per orientare questa
trasformazione. Da più parti si torna, quindi, a ragionare sui
caratteri delle singole città, rovesciando l’interpretazione
consolidata sulla generalizzabilità dei fatti urbani a favore di
una tensione verso un ossimoro che può portarci ad affermare che
l’assoluta specificità delle nostre città è,
per le città medesime, l’unico dato realmente generalizzabile.
La risposta alla domanda di modernizzazione che le nostre città
pongono non può, quindi, risolversi in modelli pre-formati e autoreferenziali,
più legati all’ansia dell’inedito e preoccupati di
rendere riconoscibile la ‘firma’ di chi li ha ideati che non
tesi a svelare - attraverso un’architettura capace di contenere
in sé un’idea e un giudizio sulla città - il carattere
proprio di ciascuna ‘condizione urbana’.
E credo che questa ipotesi di lavoro assuma un significato ancor più
rilevante quando si prova a ragionare sulle aree periferiche.
Se, da un lato, bisogna infatti riconoscere che anche le città
sono oggi diventate uno dei ‘soggetti’ alla ricerca di un
posizionamento nello scenario del mercato della competizione internazionale
e se, ancora, bisogna riconoscere che, talvolta, la realizzazione di grandi
opere affidate alle stelle dello Star Systemha contribuito, in misura
non trascurabile,
alla crescita, almeno in termini economici, di alcune realtà urbane,2
pur tuttavia appare evidente come questa strada non sia perseguibile per
risolvere le problematiche, essenzialmente differenti, poste dalle aree
periferiche.
A valle di questa premessa proverei ad articolare il ragionamento attraverso
tre considerazioni: una prima di carattere generale - ancora sulla definizione
di specificità e genericità dei fatti urbani - una seconda
sulla periferia, quindi l’ultima sul caso studio di Napoli, come
oggetto delle ricerche di un gruppo che, nell’Università
di Napoli, da molti anni lavora su questi temi3 e di una attività
progettuale che ha la nostra città come terreno di studio e di
intervento.
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Planimetria IGM dell’area settentrionale
di Napoli |
Le ‘resistenze materiali’
dell’area settentrionale di Napoli come possibile punto di
partenza per il progetto. In F. Bruni (a cura di), Il ruolo del
progetto nella trasformazione della periferia. Una lettura dell’area
settentrionale di Napoli, Napoli 2005 |
Specificità e genericità dei
fatti urbani
Il ragionamento sulla impossibilità e illiceità di generalizzare
i fatti urbani spiega in un certo qual senso l’evidente crisi e
inadeguatezza dei vecchi strumenti di intervento: mi riferisco ai piani
urbanistici tradizionalmente intesi, incapaci di controllare la trasformazione
e, peraltro, oggi puntualmente e continuamente variabili e variati in
presenza di interessi specifici attraverso le procedure dell’accordo
di programma e della variante puntuale.
In questo quadro è tanto più indispensabile che il controllo
pubblico della trasformazione passi attraverso un profondo aggiornamento
culturale che ridefinisca gli equilibri ammissibili tra cultura del piano
e cultura del progetto inteso, quest’ultimo, non solo e non tanto
come trasformazione diretta di un luogo, ma anche come strumento di conoscenza
per antonomasia, in grado di prefigurare, nell’atto stesso dell’osservazione/
descrizione, il gradiente di trasformabilità dei luoghi, dopo averla
individuata e valutata, all’interno di una strategia urbana che
ha contribuito, in tal modo, a definire.
Periferie (?)
Il titolo dato alla sedicesima edizione del Seminario di Cultura Urbana
di Camerino sottolinea forse - nel ‘corredare’ con un punto
interrogativo la parola Periferie - la difficoltà nel trovare definizioni
condivise. Sicuramente l’accezione topologica non appare oggi sufficiente
ad esaurire la definizione di ‘periferia’ e la necessaria
‘interferenza’ di sfumature
sociologiche, economiche e politiche rafforza l’idea che, pur richiamando
il significato etimologico del termine che rimanda al concetto di ‘stare
al margine’, questo ‘stare’ debba essere inteso non
con riferimento al dato fisico, ma a quelle condizioni morfologiche, di
vita e di abitabilità che caratterizzano - o meglio dovrebbero
caratterizzare - luoghi che tutti ci sentiremmo di definire ‘città’.
Dal titolo al sottotitolo del Seminario ‘Paesaggi Urbani in trasformazione’:
dal punto di vista dell’architettura urbana, in chiave propositiva
e progettuale, una ri-codificazione del tema può forse passare
per una delle definizioni possibili che vede le aree periferiche come
aree, rispetto alle quali, altissima è l’attesa per un loro
ridisegno, aree particolarmente mature alla trasformazione, ma bisognose
di regole che ne orientino lo sviluppo e ne guidino la ri-formulazione.
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Area metropolitana di Napoli. Una interpretazione.
In P. Miano (a cura di), Tecniche
di intervento per le aree dismesse, Napoli 1994 |
Una interpretazione progettuale dell’area
orientale di Napoli come ‘città per parti’.
Progetto di S. Gallego e C. Iglesias in M. Santangelo - F. Visconti
(a cura di),
La trasformazione delle aree periferiche nella dimensione metropolitana
della città.
Il caso-studio di Napoli Est, Napoli 2006 |
Il caso-studio: Napoli
Esaurire in poche righe le questioni che le periferie napoletane pongono
è operazione piuttosto complessa. Uno dei tanti luoghi comuni sulle
periferie è quello che definisce le aree periferiche come tutte
uguali fra loro: il ragionamento su Napoli smentisce questa affermazione
perché le tre grandi aree periferiche - ad est, ad ovest e a nord
della città consolidata4 - presentano caratteri molto differenti
che derivano da differenti condizioni morfologiche e dalla diversa storia
che ne ha caratterizzato le fasi di nascita e crescita. Indagare sui caratteri
specifici di ogni singola realtà diventa quindi indispensabile
per delineare correttamente le ipotesi di intervento e riqualificazione
di queste aree. La riflessione sull’area orientale e sulla cosiddetta
area nord, nel caso di Napoli, può essere funzionale a questo ragionamento.
Se ad oriente la città appare essersi formata, nel tempo, per ‘parti
ed elementi separati’ (il ‘tessuto’ degli insediamenti
industriali, i segni lineari della grandi infrastrutture, il recinto monofunzionale
del Centro Direzionale, i frammenti residui di una organizzazione agricola
del territorio), i temi sui quali lavorare potrebbero essere quelli del
rapporto con il paesaggio in un’area, relativamente a bassa densità
- stretta tra le due dense conurbazioni di Napoli e Barra-Ponticelli -
che dialoga con il mare, da un lato, e con le colline ed il Vesuvio (anche
come presenza iconica), dall’altro, e del rapporto tra le infrastrutture
a rete, gli spazi aperti e le attrezzature da insediare quali manufatti
in grado di rapportarsi alla nuova ‘misura’, interscalare
o multiscalare, introdotta proprio dai grandi temi infrastrutturali e
dalle relazioni con il paesaggio.
A nord la condizione geografica e orografica
costituisce un primo, determinante, elemento di specificità dell’area
che ha determinato una frattura mai sanata e un suo proiettarsi più
verso l’hinterland che non verso la città. E oggi il futuro
di quest’area deve essere delineato a partire proprio da un allargamento
della visione alla dimensione metropolitana: costruendo una ipotesi generale
che non rinunci ad una immediata possibilità di intervento su alcune
questioni specifiche (legate, ad esempio alla riqualificazione dei grandi
insediamenti residenziali, alla realizzazione di attrezzature ...) all’interno
però di una ipotesi strategica e formale che punti a definire,
per l’area nord, il ruolo non più di area di margine rispetto
alla città, ma di luogo intermedio tra due grandi parchi di livello
territoriale (quello delle colline di
Napoli e quello dall’arco collinare dei comuni di Marano e Mugnano)
ribaltando il significato, rispetto alla dimensione metropolitana, della
condizione orografica da condizione di ‘esclusione’ ad elemento
di ricchezza e di apertura all’entroterra.
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Una lettura dell’area orientale
di Napoli: tra urbanizzazione e paesaggio. Progetto di A. Barbaud,
S. Dangin, Y. Oger in M. Santangelo - F. Visconti (a cura di), La
trasformazione
delle aree periferiche nella dimensione metropolitana della città.
Il caso-studio di Napoli Est, Napoli 2006
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1. Non si pretende qui di definire in poche
righe un termine complesso come ‘architettura urbana’, trattandosi
di una questione che ha occupato ed occupa ampi settori del dibattito
disciplinare. Ai fini del ragionamento con il termine ‘architettura
urbana’ vogliamo fare riferimento ad un modo di intendere l’architettura
che impiega la città non solo come contesto, ma anche come ‘materiale’
per il progetto, interpretandola come un ‘manuale di soluzioni progettuali’
e come un grande ‘trattato di architettura’.
2. Si pensi al caso di Bilbao che ha visto crescere in maniera esponenziale
le presenze turistiche dopo la costruzione del Gugghenheim progettato
da Ghery. Ma forse più interessante sarebbe analizzare i casi di
Barcellona o di Torino: casi nei quali intorno ad un grande evento (le
Olimpiadi del 1992 nel primo caso, le Olimpiadi Invernali del 2006 nel
secondo) sono stati coinvolti come progettisti delle opere grandi ‘firme’
internazionali, ma nei quali si è attuata anche una politica di
interventi infrastrutturali e di riqualificazione urbana necessari nel
quadro di un processo di modernizzazione delle città.
3. I risultati delle ricerche e delle attività cui si fa riferimento,
coordinate da Uberto Siola, sono pubblicate in M. Santangelo - F. Visconti
(a cura di), Progetto e trasformazione della città, Napoli 2005;
F. Bruni (a cura di), Il ruolo del progetto nella trasformazione della
periferia. Una lettura dell’area settentrionale di Napoli, Napoli
2005; M. Santangelo
- F. Visconti (a cura di), La trasformazione delle aree periferiche nella
dimensione metropolitana della città. Il caso-studio di Napoli
Est, Napoli 2006.
4. Le tre grandi aree della conurbazione napoletana definibili periferiche
sono a est l’area vesuviana, a ovest la piana di Bagnoli, a nord
l’area estesa lungo la direttrice della SS. Appia che unisce Napoli
a Roma. Disposte a corona intorno alla città queste tre aree presentano
caratteri diversi che si sono determinati in ragione delle diverse condizioni
geomorfologiche, delle diverse epoche di formazione, della diversa storia
di queste parti urbane.
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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