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Le periferie cresciute ‘a vista d’occhio’ negli anni
’50 e ’60, nonostante i molti difetti, così come, da
Roma in giù, le periferie abusive, non hanno mai destato lo scandalo
di Corviale, Laurentino 38, le ‘Vele’ a Napoli o lo Zen a
Palermo. E non scandalizzano oggi, anche perché quelle periferie
ormai sono diventate città. Restano però i luoghi comuni,
davvero tanti, e sempre gli stessi: le periferie tutte uguali - quelle
di Bologna e quelle di Catania? - tutte brutte, squallide, disordinate,
degradate, invivibili ...; ancora, in periferia ci sono i ‘palazzoni’,
gli ‘alveari’, le ‘case dormitorio’.
E restano ‘malfamati’, oggi più di ieri, i quartieri
di edilizia pubblica, dove per altro - ‘palazzoni’ o no -
la densità edilizia supera raramente 1,00 mc./mq., ormai ci sono
quasi sempre i ‘servizi’, più parcheggi che altrove,
e magari anche i centri commerciali, con il problema, semmai, di troppe
aree libere senza specifica destinazione, spesso adibite a usi impropri.
‘Quartieri’, va detto, che non sono nati per caso, ma rispondevano
a un disegno sociale, finanziato per oltre 40 anni da
trattenute su stipendi e salari; spesso progettati da eccellenti architetti,
con momenti alti di ricerca sui ‘modelli’ del tardo modernismo
(ma anche su tecniche costruttive e organizzazione dei cantieri), e non
di rado progettati con l’intenzione esplicita di ‘dare forma’
e ‘ordine’ alla crescita caotica delle città, come
alternativa al dilagare delle costruzioni ‘speculative’.
La periferia può essere dunque un punto di vista, che con il tempo
può cambiare, ma non è solo un punto di vista la condizione
periferica, ovvero il modo in cui chi vive in una certa periferia percepisce
la propria condizione. Anche questo naturalmente può cambiare,
ma costa decisamente più di una rivalutazione retorica della ‘periferia
che (prima o poi) diventa città’, e magari ‘spontaneamente’.
Da molti studi risulta che il principale disagio, per chi vive in periferia,
è il senso di isolamento, ovvero le difficoltà di collegamento.
Con il ‘centro’, si pensa subito, ma non è così.
In effetti nelle grandi città le persone che lavorano nelle aree
urbane centrali sono relativamente poche.
Ma dalle periferie i collegamenti sono scarsi e inefficaci, non solo con
il centro, eventualmente, ma soprattutto con ‘tutti gli altri posti’,
che nonsono ‘centro’, e dove appunto la maggior parte della
gente lavora, mentre in centro magari ci va solo ogni tanto, nel tempo
libero.
A Roma, a Milano e in altre grandi città molte persone preferiscono
andare ad abitare in ‘periferie’ ancor più periferiche,
o addirittura nei comuni dell’ hinterland, non solo per i minori
prezzi degli alloggi, ma anche perché (alcune di) queste sono ‘meglio
collegate’ (es. da ferrovie locali) con le zone urbane che queste
stesse persone frequentano abitualmente, e che appunto non sono necessariamente
‘centrali’.
Una più attenta considerazione di questo fenomeno porterebbe, se
non altro, a tarare diversamente i modelli di simulazione del traffico
e, quindi, a rivedere la progettazione delle linee di trasporto di massa;
ad esempio in senso reticolare piuttosto che radiale.
L’isolamento non è solo nello spazio, ma anche nel tempo,
nell’incertezza dei tempi di spostamento. E il senso di isolamento
si accentua con la congestione del traffico, per altro prima causa in
assoluto del disagio urbano, specie per chi è ‘costretto’
a usare l’automobile in mancanza di alternative. E anche la disarticolazione
urbana, la dispersione, la frammentazione degli insediamenti, la discontinuità
delle reti contribuiscono ad aumentare il senso di isolamento. E l’isolamento
favorisce la ‘segregazione’, ovvero la concentrazione di persone/
famiglie appartenenti a categorie svantaggiate: anziani, disabili, disoccupati,
poveri in genere, immigrati più o meno recenti ..., che soffrono
condizioni di ‘marginalità’, anche se alcuni possono
reagire, ad esempio formando sub-aggregazioni di tipo difensivo e spesso
aggressivo: bande giovanili, gruppi etnico/religiosi ...
Anche di questo si è molto parlato, specie in riferimento alle
banlieuesparigine, ma anche ad alcuni casi nostrani, seppure affatto diversi
(es. Scampia). Sempre invocando la ‘scarsa qualità’
dei ‘nuovi’ quartieri, ormai però vecchi di trenta
e più anni, e sempre collegando la stessa ai ‘palazzoni’
...
Mai, per esempio, al modo in cui gli stessi ‘palazzoni’ sono
stati riempiti dei loro abitanti. Mentre sembra evidente che una concentrazione
istituzionale di sfiga - es. con l’assegnazione degli alloggi ‘pubblici’
- difficilmente può generare situazioni diverse.
Senso di isolamento, abbandono, segregazione, incertezza, disagi sociali,
insicurezza e degrado fisico e ambientale sono il variabile corredo del
vivere in certe periferie, i cui singoli elementi si associano in maniera
fin troppo intuitiva. Una inchiesta in un quartiere periferico di Milano,
da cui risultava una forte associazione causale tra degrado fisico e insicurezza
(droga, criminalità ...), ripetuta dopo la riqualificazione degli
immobili e dell’area, ha dato a sorpresa gli stessi risultati di
prima. Un caso di dissimmetria cognitiva, con l’inversione di cause
ed effetti: l’insicurezza, che permaneva, faceva vedere il degrado
anche quando questo era stato fisicamente eliminato.
Chi si occupa della città fisica, come urbanisti e architetti,
deve fare naturalmente la sua parte, e il meglio possibile; oggi più
di ieri, tuttavia, non deve dimenticare che quella è appunto solo
una parte, e probabilmente non la parte principale. Gli interventi di
riqualificazione fisica sono certo importanti, ma diventano davvero efficaci
solo se integrati in politiche a più ampio spettro, di più
lunga durata, e naturalmente di maggiore impegno finanziario. C’è
quindi poco da esaltarsi
con fascinazioni retoriche sulla ‘bellezza’ (incompresa e/o
perversa?) e/o le eventuali ‘potenzialità’ della periferia,
o da illudersi su rosee prospettive di soluzione del problema per inerzia
e a costo zero.
Le nostre città - e i nostri amati ‘centri storici’
- si sono costruiti per stratificazioni nel tempo, ma questi lenti processi
virtuosi difficilmente possono scavalcare il grande iato modernista, investendo
quantità edilizie che mai nella storia hanno assunto dimensioni
così ciclopiche.
E per poter dare almeno il via a una stratificazione ‘virtuosa’,
dovremmo prima trasformare la periferia in una ‘città normale’,
che possa metabolizzare le stratificazioni, liberandola anzitutto dalle
rigidità del modernismo, che purtroppo non sono solo quelle dello
zoningurbanistico.
Non c’è da illudersi, infine, per le critiche del pubblico
colto alle ‘architetture’ dei quartieri periferici. Non saranno
però certamente le buone architetture, ammesso che si sappia produrle,
a risolvere il problema; anzi, se restano ‘in periferia’,
non saranno neppure notate dal pubblico colto, che al massimo le periferie
le attraversa, e senza saper vedere.
Paolo Avarello
La costruzione sociale dei ‘paesaggi urbani’*
Il riferimento al paesaggio in termini di
urbano, in relazione ai significati correnti dei termini, pone alcuni
problemi. ‘Paesaggio’ implica infatti la percezione visiva
di uno spazio aperto, nell’insieme degli oggetti e delle relazioni
tra gli oggetti che lo configurano. Al contrario, le rappresentazioni
di insieme di una città sono sempre artificiose, mentre la naturale
percezione visiva consente al massimo di cogliere alcuni oggetti e alcuni
spazi che li mettono in relazione.
Il ‘paesaggio urbano’ può essere quindi solo una costruzione
mentale, che monta in successione spazi, oggetti e relazioni.
Compiamo tutti i giorni questa operazione, per trovare l’orientamento
ai nostri movimenti. E il modo in cui ci orientiamo in città, piuttosto
che nello spazio aperto, dà conto intuitivamente della differenza,
così come le diverse difficoltà che troviamo nel muoverci
in diversi ambienti urbani: è assai più facile perdersi
per le calli veneziane, o per i vicoli di un centro storico, che non lungo
i boulevards parigini o le avenidas di Madrid. E dove i ‘tessuti
storici’ sono stati lacerati
dai boulevardsottocenteschi l’effetto di passaggio da un sistema
di spazi e relazioni, cioè da un ‘paesaggio urbano’,
all’altro può essere davvero straordinario.
Più banali, o addirittura monotoni, appaiono invece i paesaggi
tipici della città ‘moderna’, dove pure la vista trova
orizzonti più ampi (più o meno con un raggio di 400 metri),
caratterizzati in genere dall’iterazione di tipi edilizi e dalla
conseguente ripetizione delle soluzioni urbanizzative - pensate per la
dimensione e i tempi del trasporto veicolare - e quindi anche dalla omogeneità
delle relazioni spaziali.
Non a caso in questi ambiti - i grandi quartieri residenziali dal dopoguerra
agli anni Settanta - molti tentativi di riqualificazione mirano ad alterarne
almeno in parte la regolarità, tagliando i corpi di fabbrica, modificando
e differenziando i tracciati viari, introducendo non solo nuove ‘funzioni’
(tipicamente quelle commerciali), ma anche nuovi
‘spazi’, ovvero nuovi modi di percorrere e usare gli spazi,
e quindi anche di guardare i ‘paesaggi urbani’.
Ricorre in questi casi il tentativo di inventare facsimili di ‘piazzette’,
spesso concepite esse stesse come ‘oggetto’ (architettonico),
piuttosto che come spazio di relazione; ‘piazzette’ come vassoi
poggiati al suolo, che si risolvono nel loro stesso disegno, e che invece
di produrre o favorire il ricercato mix funzionale, aggiungono nuove,
ma pur sempre separate funzioni: nel migliore dei casi lo shopping, ma
anche il passeggiare, lo stare, e magari il contemplare lo spazio
disegnato dall’architetto, che al colmo di fortuna ospita una ‘opera
d’arte’.
Queste infelici esperimenti sottolineano che il ‘paesaggio urbano’,
per essere tale, non può essere concepito come semplice insieme
di oggetti, più o meno ‘artistici’, ma deve invece
comprendere necessariamente le relazioni tragli oggetti; che a loro volta
sono variabilmente determinate, anche dai rapporti spaziali (fisici),
ma soprattutto dai modi d’uso, e dunque dalle ‘funzioni’
che tali spazi assolvono, e dal modo in cui le persone li usano, trasformandoli
nel tempo; e ancora, dal modo in cui le persone percepiscono l’insieme
di spazi e oggetti.
Ciò vale per altro non solo per i paesaggi ‘urbani’,
ma anche per il paesaggio tout court. La Convenzione Europea per il Paesaggio
lo identifica infatti come una ‘determinata parte del territorio
... - altrove contesto di vita - ... come è percepita dalle popolazioni’
e, di conseguenza, riconduce alle ‘aspirazioni’ delle stesse
popolazioni gli obiettivi di ‘qualità paesaggistica’
(art. 1); obiettivi che nel caso del paesaggio ‘urbano’ coincidono,
e incidono in maniera determinate,
sulla qualità urbana e su quella della vita.
Questa breve premessa per arrivare alla domanda, non tanto semplice, a
cui qui si vuole dare risposta: quale può essere il contributo
dell’architettura a questa qualità, che sembra tanto agognata
dai cittadini, e tuttavia ancora piuttosto indistinta, anche perché
espressa da persone tra loro molto diverse, che vivono in modo molto diverso
- anche nella stessa città, e magari nello stesso quartiere - che
hanno culture, stili di vita, aspirazioni e comportamenti molto diversi.
Una qualità che appare comunque molto complessa da costruire; e
abbastanza complessa da non poter essere identificata e/o esaurita da
un buon progetto - più o meno ‘firmato’ - o da una
opera d’arte - qualsiasi cosa sia oggi un’opera d’arte
- soprattutto se l’uno o l’altra non dovessero essere percepiti
come tali dagli ‘utenti’.
Come e cosa fare allora, per tentare di contribuire a produrre questa
qualità, di cui certamente abbiamo desiderio, e forse bisogno,
e a cui attribuiamo valore, anche se non sempre monetizzabile.
Io credo che ‘... la maniera ... (sia) ... far nascere le cose dal
di dentro, cioè capire i fatti che debbono essere risolti, e risolverli
un poco alla volta, fino a che tutte le varie esigenze si manifestino
e, da ultimo, si veda il risultato architettonico: allo stesso modo che
in una pianta, in cui da ultimo si vede il fiore, che all’inizio
era soltanto un seme’.
Un buon punto di partenza, che ci suggerisce Adalberto Libera (1963),
il quale a proposito degli artisti aggiungeva: ‘ ... un artista
deve saper rinunciare ... cerchiamo anche noi di essere duttili e di accettare
la realtà, perché tutto ciò che è esageratamente
personale, individualistico e psicologico è negativo’.
* (ndr) Il testo si riferisce all’intervento
dell’autore al Seminario di Camerino ‘ArteArchitettura. Nuovi
paesaggi urbani’, 2005.
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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