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e Salerno: due realtà della stessa regione accomunate dalla mediterraneità,
dall’orografia, dalla posizione geografica, dall’analoga matrice
culturale. Senza risalire ai tracciati primitivi delle due città,
quello ippodameo e quello del ‘castrum Salerni’, la genesi
dell’architettura si deve, per entrambe, all’opera dei Benedettini
che tennero in vita la cultura bizantina innestandola nella tradizione
artistica classica della Campania. Nella seconda metà dell’XI
sec., l’abate
Desiderio cercò di ravvivare l’arte e la cultura della regione,
richiamandovi maestranze lombarde che impiegarono nelle costruzioni frammenti
marmorei romani e preziosissime colonne. Nella grande abbazia di Montecassino
sorse una scuola che diffuse in tutti i conventi della regione la sintesi
romano-bizantina, cui si unirono gli apporti provenienti da Salerno e
Amalfi, dando vita ad una linea figurativa definibile siculo-normanna.
Di questi vari influssi nell’arte medievale campana si possono citare
la cattedrale di Salerno, ove antiche colonne classiche sostengono archi
di tipo bizantino, oppure il campanile in laterizio di Santa Maria Maggiore
a Napoli, oggi finalmente isolato, unica preesistenza superstite.
Nonostante gli intrecci culturali, che nell’ultimo millennio spesso
hanno accomunato le due città, l’evoluzione urbanistica ed
architettonica dell’ultimo decennio segna delle accentuate differenziazioni.
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Napoli |
Salerno |
Metro di Napoli |
1. Progetto di Fr. Bruno con F. Lavaggi, G.
Lavaggi, M. Conte, impresa A.T.I. con Brancaccio costruzioni S.p.A., cfr.
Rassegna ANIAI 2/06, giugno 2006.
2. Cfr. Pica Ciamarra Associati, Città della Scienza, Liguori Editori,
Napoli 2002.
Per un’analisi storiografico-critica delle evoluzioni urbanistiche
architettoniche contemporanee, bisogna risalire alla gestione politica
e culturale degli anni ’90 del Novecento. Entrambe vedono caratterizzato
il loro sviluppo urbano e periferico attorno ad assi sul territorio: a
Napoli gli assi sono segnati da linee di trasporto su ferro (metropolitana,
TAV, circumflegrea); a Salerno dalla linea ideale che dalla foce del fiume
urbano Irno risale verso la sorgente.
Napoli ha subìto un’espansione puntuale e limitata con un
P.R.G. redatto da tecnici comunali locali, sofferto, discusso, criticato
ed approvato di recente, uno strumento rigido, poco flessibile e con tante
contraddizioni. Salerno si è avvalsa, negli stessi anni, dell’apporto
dello spagnolo Oriol Bohigas, già autore delle grandi trasformazioni
di Barcellona e di un piano a mosaico, mai approvato per intralci burocratici.
Al rinnovamento di Salerno hanno contribuito illustri personaggi, vincitori
di concorsi che sono stati espletati, a differenza di quanto avvenuto
a Napoli.
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Z. Hadid, stazione TAV. Progetto vincitore |
V. Gregotti, progetto di riqualificazione
nell’area di Secondigliano |
F. Bruno et al., Piazza della Socialità |
Trasformazioni urbane a Napoli
Dal 1992, anno della prima giunta comunale presieduta da Antonio Bassolino,
la città ha attraversato alterne vicende, spesso più mediatiche
che urbanistiche ed architettoniche. Lo sviluppo urbano dal centro verso
le periferie - il grande centro storico napoletano che si estende dal
capo di Posillipo a piazza Carlo III, secondo le nuove disposizioni
del P.R.G. - è stato affidato a linee di trasporto su ferro le
quali oltre che migliorare la mobilità - finalità quasi
pienamente raggiunta - avrebbero dovuto costituire l’auspicato volano
di trasformazioni necessarie per la riqualificazione e il risanamento
delle tante periferie urbane degradate ed abbandonate. Il sistema di trasporto
metropolitano su ferro, attività prevalentemente ingegneristica,
ha poco interessato lo sviluppo architettonico ed urbanistico, se non
in maniera puntuale e poco condivisa dalla collettività, anche
perché gli interventi architettonici - limitati esclusivamente
alla realizzazione di stazioni della metro o di arredi urbani di parchi
pubblici e di piazze - sono stati solo qualche volta frutto di concorsi
pubblici, ma più spesso si è trattato di incarichi ad affidamento
diretto al personaggio dello star systemdi turno, che ‘cala’
il progetto dall’alto in un ambiente a lui sconosciuto dal punto
di vista architettonico-spaziale, ma anche, e soprattutto, ignaro delle
esigenze sociali e della collettività.
Se nella Napoli degli anni ’90, detta del rinascimento, gli apporti
dell’architettura alla riqualificazione urbana sono stati notevolmente
limitati, quelli che avrebbero dovuto riqualificare le periferie restano
allo stato di progetti. Può bastare una stazione della TAV - questa
volta frutto di un concorso vinto dall’irachena Zaha Hadid - a migliorare
un tessuto sociale e culturale degradato come quello di Afragola nella
periferia est di Napoli? Né tanto meno si può pensare che
le amministrazioni abbiano idee chiare sulla riqualificazione dell’annosa
problematica di Secondigliano-Scampia. Dopo aver attribuito le responsabilità
del degrado sociale, culturale, ambientale della zona di Scampia al progettista
delle ‘Vele’ Franz Di Salvo - uno dei maggiori interventi
degli anni Settanta in base alla L. 167 - e dopo la demolizione parziale
di esse, sembra che non ci siano ancora i presupposti per una riqualificazione
a breve di queste aree, sebbene il Comune abbia affidato convenzioni di
studio a Dipartimenti universitari per l’analisi di fattibilità
su trasformazioni o demolizioni, ma i risultati delle ricerche e dei progetti
non sono mai stati resi attuativi.
Valga per tutti il caso di una anomala procedura
di riqualificazione nell’area di Secondigliano: il progetto per
la sede degli uffici della Protezione Civile - anch’esso affidato
nel 2001 a trattativa privata allo studio del milanese Vittorio Gregotti
- dopo quattro anni di stasi dalla data di presentazione, è stato
improvvisamente destinato a sede della
Facoltà di Medicina dell’Università Federico II di
Napoli. Può bastare una Facoltà universitaria da sola a
riqualificare un tessuto così sfrangiato e degradato? Può
un edificio destinato ad uffici trasformarsi in un articolato complesso
universitario per una Facoltà di Medicina, con aule, laboratori,
dipartimenti, centri di ricerca, e quant’altro?
I vani tentativi di project financing, pur
caratterizzati da progetti di qualità come quello di piazza della
Socialità del gruppo capeggiato da Francesco Bruno,1 stentano a
decollare, ma intanto esistono promesse di grandi opere pubbliche per
la zona: una per tutte il nuovo stadio di calcio di Napoli, progetto emerso
improvvisamente - redatto da ignoti professionisti comunali - privo di
condivisione da parte della cittadinanza e privo di infrastrutture tali
da omogeneizzare un complesso sportivo in un tessuto periferico tanto
studiato, ma tanto socialmente degradato.
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Città della Scienza, progetto Pica Ciamarra
Associati |
F. Cellini, Bagnoli, Parco dello Sport. Progetto
vincitore |
Tante altre incertezze politico-gestionali
si rilevano nella lettura del territorio da oriente ad occidente, valgano
due esempi significativi.
Bagnoli, area di alto livello paesaggistico, panoramico, con valenze intrinseche
storiche e culturali, dall’atto della dismissione degli insediamenti
industriali produttivi (1992) non è stata ancora bonificata interamente.
Proposta per i campionati mondiali di vela, per la balneazione, per poli
tecnologici, per parchi dello sport, per grandi parchi a verde, per marina
attrezzata al diporto nautico, vede realizzata a tutt’oggi, in un’area
limitata e circoscritta, un’unica realtà architettonica qualificata,
produttiva ed occupazionale: il complesso della Città della Scienza
progettato dallo studio Pica Ciamarra Associati.2 Per la zona è
stato bandito un concorso internazionale, poi annullato, poi bandito nuovamente
per la realizzazione di un grande parco dello sport, con progetto vincitore
di Francesco Cellini.
Analogamente, dopo la rimozione delle raffinerie e dei depositi di prodotti
petroliferi, delle acciaierie, tanti progetti sono stati avanzati per
l’area est, altro grande insediamento produttivo ed occupazionale
di un tempo: dall’Ospedale del mare alla darsena marina di Vigliena,
ad attività turistico-portuali tanto carenti e, nello stesso tempo,
ambite in una città marinara come Napoli, ma tutti ancora privi
di realizzazioni.
All’ultimo decennio bisogna riconoscere l’esecuzione di una
rete infrastrutturale essenziale per la mobilità e lo sviluppo,
ma essa non può da sola riqualificare un tessuto degradato, malsano
e abbandonato, come quello di Napoli e della sua estesa periferia.
Ma la riqualificazione non decolla anche per
la lentezza procedurale operativa ed attuativa, una lentezza non affatto
dovuta a motivazioni di ordine tecnico ed esecutivo, ma derivata dall’‘immobilismo’
che ha caratterizzato questi anni. È chiara l’assenza totale
di architettura partecipata, quella a servizio della collettività
che da un lato è necessaria
per il miglioramento della qualità della vita media, dall’altro
caratterizza il prodotto del nostro tempo sul territorio in maniera non
invasiva, ma appunto ‘partecipata e condivisa’.
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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