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La città nel modello fordista
La tradizione storica dei villaggi, dei borghi e città italiane,
nata da un rapporto antico tra città e campagna, tra società
urbana e società rurale, è stata scomposta dai processi
di industrializzazione e urbanizzazione accelerati dagli anni Cinquanta
con l’accettazione passiva del modello di organizzazione produttivo
e di consumo fordista che ha plagiato anche le forma delle istituzioni,
sia dello Stato sia della società civile.
Questo ha generato una scomposizione del territorio e delle forme urbanistiche
che non sono mai state in grado di ricostruire equilibri tra culture,
colture e natura, radicati territorialmente e socialmente. Da qui la nascita
delle moderne ‘periferie’, luoghi di traboccamento della vita
sociale e produttiva delle città, di esclusione sociale, ma anche
di resistenza e ricomposizione.
L’abbandono del modello fordista da parte dell’economia capitalistica,
oltre a una riflessione critica sulle scelte della passata modernizzazione
industriale e la distruzione del rapporto tra società urbana e
società rurale, riapre il bisogno della ricostituzione dei luoghidell’esistenza
nella dimensione locale, dentro e fuori gli spazi urbani esistenti.
Le periferiee i centriurbani avvertono entrambi il bisogno di uscire dai
ghetti in cui sono stati chiusi, per ritrasformarsi in luoghi, in borghi,
con una loro autonomia e sostenibilità. Questo riapre il discorso
sulla programmazione urbanistica, che deve riavvicinare ai luoghi di vita
le strutture produttive, del consumo, delle istituzioni e dei servizi.
Città e periferie nel post-fordismo
La percezione della città è propria di ciascuno di noi e
comunemente espressa nella dizione della città a misura d’uomo,
che meglio di ogni altra ( sostenibilità, habitat...) riassume
la sintesi dei fattori di vivibilità che la caratterizzano. Interna
a questa percezione c’è l’idea della città come
luogo, dove persone, natura, vita materiale e attività produttive
e di altro tipo vivono in una simbiosi armonica.
Le periferie costituiscono la costante di tutte le città e di tutte
le epoche storiche. Tuttavia le forme che queste assumono dipendono dal
rapporto che si viene a stabilire all’interno della città
tra popolazione, territorio, istituzionie sistemi produttivi. Il modello
di produzione fordista trasformò i criteri di pianificazione urbana
con una classifica funzionale (a se stesso ovviamente) in zone industriali,
abitative, commerciali e del tempo libero. Una riclassificazione che ridislocò
anche i ruoli e la collocazione delle periferie.
Quali effetti produce il modello post-fordista di produzione sulle città
europee? Da un lato avviene l’esclusione di questi territori da
tutte le forme di governo globale riducendone le istituzioni centrali
e locali a ruolo di ‘prefetti’; dall’altro si mette
in moto un processo di colonizzazione di quei pezzi e di quelle funzioni
utili al funzionamento del
sistema economico e di potere dominante mediante la loro mercificazione
e finanziarizzazione.
In questa logica diviene necessario spingere al massimo la valorizzazione
finanziaria del patrimonio immobiliare, e di accelerare i ‘flussi’
di attività della città con un piano di sfruttamento commerciale
e finanziario, che coinvolge l’utilizzo sia degli immobili e delle
abitazioni sia delle aree storiche, archeologiche e dei musei. Si attua
così una nuova separazione della città in zone di sfruttamento
finanziario e commerciale e luoghi di residenza dei cittadini che, espulsi
dal centro e dai vecchi quartieri residenziali, vanno a popolare le nuove
periferie.
Linee di pensiero che sono rintracciabili nelle politiche e negli atti
delle amministrazioni municipali degli ultimi decenni. La relazione che
accompagna il Piano Regolatore di Roma del 2000 e del 2005, è molto
esplicita su queste scelte e indirizzi. Richiamandosi alle tendenze manifestatesi
in tutte le città europee, si acquisisce l’idea della: ‘...
filosofia della competitività fra le città, finalizzata
a conquistare spazi e ruoli egemoni nella nuova gerarchia urbana europea
e mondiale’.
Per costruire questa competitività si abbandona il concetto di
pianificazione urbanistica nel suo significato integrato di dimensione
spaziale, ambiente e relazioni sociali per sostituirlo con quello di ‘pianificazione
strategica’, che assume a modello la pianificazione aziendale.
Quale modello di città?
La competitività con altre città europee e del mondo diviene
un obiettivo per i nostri sindaci, mentre noi continuiamo a ritenere che
il sistema urbano debba servire a garantire e rendere stabile e migliore
la vita dei suoi abitanti.
Un progetto alternativo che si concentri sull’obiettivo di un sistema
urbano ricco e diversificato, capace di garantire e rendere stabile e
migliore la vita dei suoi abitanti riducendo così il bisogno e
la voglia di trasferirsi altrove. Il grado di attrattività della
città, l’indice del suo successo, non si misura dal numero
delle persone che vi si trasferiscono o
vengono a visitarla, dal volume degli affari, ma, anzitutto, dal piacere
e dal desiderio dei cittadini che ci vivono di restarci (e poterci restare).
Bibliografia
D. Alessandri, Roma: Il futuro è in cantiere, Edilizio 2006.
B. Amoroso, G. Caudo, Come fu che le case divennero di carta, Carta, maggio
2006, Roma.
F. Archibugi, Il nuovo Piano regolatore di Roma (2001): un piano senza
strategia, Roma 2002.
AAVV, Introduzione a Roma contemporanea, prefazione di Aldo Natoli, Centro
di Studi su Roma moderna, 1954.
R. Brunet (ed.), Les villes ‘Europeennes’, DATAR, Paris maj
1989.
European Commission, ESDP European Spatial Development Perspective, Brussels,
May 1999.
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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