Mario Docci
Architetto e urbanista, si è laureato a Roma, dove vive e lavora.
Professore Ordinario presso la Facoltà d’Architettura
dell’Università La Sapienza, di cui è stato Preside
dal 1988 al settembre 2000, insegna inoltre nella Scuola di Specializzazione
in Restauro dei Monumenti presso lo stesso Ateneo. Pro Rettore dell’Università
la Sapienza di Roma dal 1997 al 2000. Rappresentante italiano presso
il Comitato Consultivo CEE per la Professione di Architetto dal 1992
ad oggi. Svolge attività didattica e di ricerca in collaborazione
con istituzioni nazionali e straniere.
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Fondatore e direttore della rivista Disegnare, idee, immagini,
ha svolto un’intensa attività di ricerca. Svolge
attività professionale nel settore della progettazione
architettonica ed urbanistica. Da molti anni il suo interesse,
è prevalentemente concentrato sul restauro architettonico
ed urbano. E’ membro di diverse associazioni culturali
tra queste, La Pontificia Accademia dei Virtuosi del Pantheon,
nonché di alcune istituzioni scientifiche, tra le quali
si ricordano: il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e l’ASSIRCO |
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Premessa
Il ruolo del colore negli edifici e nelle città storiche presenta
una serie di problematiche molto complesse, che negli ultimi trent’anni
sono state messe a fuoco da studi e ricerche svolti indagando da vari
punti di vista, con esiti di notevole qualità. Purtroppo, a fronte
di questi ottimi contributi scientifici, la prassi quotidiana dell’impiego
del colore, in molte città, non sembra aver raggiunto i medesimi
livelli; non sono rari, infatti, interventi errati che in alcuni casi
costituiscono dei veri e propri orrori. Molti di questi errori sono frutto
della scarsa conoscenza del ruolo del colore nell’edilizia storica,
anche in alcune opere affidate a seri professionisti, non sono infrequenti
errori che alterano la figurazione del singolo immobile, riflettendosi
negativamente sull’immagine della città. Quello del colore,
infatti, è, sostanzialmente, un problema di restauro e come tale
deve essere affrontato; occorrono pertanto una serie di studi preliminari
che conducano alla conoscenza profonda dell’opera e del suo intorno,
fino alla ricostruzione del clima culturale e storico che l’ha generata,
senza trascurare le tecniche costruttive e i materiali impiegati nella
sua realizzazione.
Recentemente gli interventi sono spesso preceduti da ricerche documentarie
molto serie ed approfondite che tuttavia indirizzano, troppo frequentemente,
verso un’interpretazione ‘letterale’ dei documenti rinvenuti,
ammesso che ciò sia possibile senza un’ulteriore azione interpretativa
e, quindi, soggettiva, da parte del progettista. Viceversa la ‘lettura’
delle informazioni raccolte, siano esse rinvenute in archivio o dedotte
direttamente dalla fabbrica, ha sempre bisogno di molta attenzione e sensibilità,
soprattutto per quanto concerne la storia dell’edificio e il suo
rapporto, consolidatosi nel tempo, con l’ambiente e gli edifici
circostanti.
Non sono rari, infatti, i casi d’interventi che, grazie ad accurate
ricerche storiche e magari anche a seguito di un’attenta analisi
stratigrafica, giungono a ripristinare il colore originario, riportando
l’edificio indietro nel tempo e provocando, al contempo, una forte
dissonanza con le costruzioni adiacenti che conservano il colore attuale.
A questo proposito si vedano i casi di piazza del Pantheon, piazza Navona
e piazza Capizzucchi, dove il ripristino di alcuni fabbricati ha prodotto
un contrasto inaccettabile, modificando un ambiente
storicizzato che aveva raggiunto, nel corso dei secoli, un suo equilibrio,
seppure diverso da quello originario.
Come osserva a questo proposito Gaetano Miarelli Mariani ‘l’azione
di restauro - o di manutenzione conservativa, che sono operazioni della
stessa natura - non può prescindere dallo ‘stato attuale’
del manufatto oggetto dell’intervento e dalle sue relazioni con
l’intorno; su questa naturale condizione, che deve per quanto possibile
essere conservata, si possono innestare, e di fatto si innestano, ‘tendenze’
di soluzioni che derivano dalle conoscenze, dal gusto, dai modi di percepire
il colore’.1
Sovente poi, i risultati scandenti sono dovuti alla scarsa conoscenza
del progettista e delle maestranze sull’utilizzo dei materiali storici
desunti dalle fonti d’archivio. A Roma vi sono molti casi del famoso
color cielo, utilizzato in epoca barocca che, al momento della realizzazione,
si trasforma in uno scialbo color grigio, ben lontano da quello descritto
negli archivi. Al riguardo si vedano i casi di S. Maria in Campo Marzio
e della Chiesa della Maddalena.
Sempre a proposito del colore originario risultano esemplari, ancora una
volta, le parole di Gaetano Miarelli Mariani: ‘Incide su questa
tendenza anche la presenza tutt’altro che trascurabile, dell’indirizzo
che ritiene che sia compito del restauro, la riproposizione di un non
ben definito ‘stato originario’ delle opere. In sostanza è
un pernicioso ritorno alla logica del ripristino che, con il suo carattere
decisamente artificioso, nega alle fabbriche del passato qualsiasi mutamento
filologico e quindi la possibilità di una loro concreta esistenza.
La ‘mala pianta del ripristino’, per usare le parole di Cesare
Brandi, è stata condannata senza appello dalla cultura storica
da oltre un secolo per i risultati nefasti che ha determinato’.2
Va anche ricordato che questo non è solo un problema del nostro
tempo; interventi pittorici che non tenevano conto della cultura architettonica
e, soprattutto, della storia dei singoli edifici, erano già diffusi
nel secolo XIX, come testimoniano alcuni studiosi dell’epoca. Si
possono citare, a questo proposito i vivaci scritti dell’architetto
Francesco
Gasparoni (Fusignano 1801- Roma 1865) ed in particolare quelli apparsi
sulla rivista ‘Le Fabbriche / de’ nostri tempi/ per ciò
che è disegno, ordine e misura / in riguardo all’ornamento
pubblico’ pubblicata dal 5 gennaio 1850 fino al 17 giugno 1852.
In questi articoli Gasparoni, mette in risalto la tendenza degli architetti
romani del tempo ad alterare le fabbriche, soprattutto imbiancando i rivestimenti
in materiale lapideo e laterizio, ed usando, sugli intonaci, colori impropri
che non
si accordavano con le altre parti in pietra. Ciò mette in evidenza
un altro fatto di estremo interesse: nel XIX secolo molti edifici romani
hanno subìto notevoli alterazioni che non hanno tenuto conto della
natura e della storia di ciascuno. A fronte di questo ci si deve quindi
domandare se, ed in quale misura, sia ancora lecito, oggi, riportare questi
edifici ad un aspetto originario, troppo spesso solo presunto. In questo
senso sembrano emblematici i casi di S. Maria in Aquiro e di
S. Maria in Porta Paradisi, recentemente restaurate con l’asportazione
di parti intonacate che, seppure non originarie, erano parte integrante
dell’immagine, ormai consolidata, di questi edifici.
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Roma, piazza della Rotonda: in primo
piano un ripristino del colore originale; si noti il forte contrasto
con gli altri edifici in color mattone |
Roma, piazza Navona: si osservi l’edificio
sul fondo recentemente pitturato con un colore ocra intenso che
annulla gli spartiti architettonici ponendosi in contrasto
con tutti gli altri |
Roma, Chiesa di S. Maria in Campo Marzio:
il presunto color cielo della chiesa è in contrasto con il
colore
dell’edificio adiacente |
Il colore, la materia e gli ordini
architettonici
Le ricerche degli ultimi trent’anni hanno evidenziato la stretta
correlazione tra la grammatica e la sintassi dell’architettura e
le coloriture delle facciate. Gli ordini architettonici che, com’è
noto, sono un sistema di elementi architettonici correlati tra loro da
regole e rapporti proporzionali, scandiscono sovente le facciate degli
edifici storici. Le regole e i rapporti proporzionali, pur consentendo
alcuni gradi di libertà, non possono essere stravolti, alterati
o distorti, da coloriture che non siano poste in relazione con la logica
interna a ciascun tipo di ordine.
Gli storici distinguono due diversi modi di intendere gli ordini architettonici.
Secondo Arnaldo Bruschi nel primo modo ‘gli ordini sono idealmente
intesi come membrature strutturalmente attive che costituiscono l’intelaiatura
‘portante’ a confronto della parete adiacente che a sua volta
è intesa (anche se in contraddizione con la realtà fisica)
come in certa misura passiva, ‘portata’ o di semplice chiusura
o tamponatura dei ‘vuoti’ tra gli ordini. Ne consegue una
distinzione, rilevata dalla diversità di materiali e colori, tra
ordini e pareti. L’origine di questo modo di pensare gli ordini
sulla facciata è, come ben si sa, brunelleschiana (e ‘gotica’)’.3
Vedremo più avanti come questo tipo di ordine si realizza in area
romana. Il secondo modo di concepire l’ordine, sempre seguendo le
parole di Bruschi, è ‘idealmente più nobile perché
più costoso, più solido, più duraturo - nel quale
ordini e parete muraria appaiono come un’unica, omogenea struttura
continua: tutta costituita, almeno in apparenza da ‘ossa’.
(…) A Roma questo modo di pensare la facciata con ordini si esprime,
pure precocemente, ancora vivente l’Alberti, in facciate totalmente
di travertino (con eventuali inserzioni di
marmo) dal tempo di Pio II (inizio della Loggia delle Benedizioni in San
Pietro sull’esempio di Pienza) e di Paolo II (continuazione Loggia
delle Benedizioni, facciata porticata di San Marco) diffondendosi dal
tempo di Sisto V’ .4 A questo proposito si veda il caso del Palazzo
della Cancelleria e della Chiesa di Sant’Agostino e si osservino
gli schemi relativi all’ordine e al suo rapporto con i prospetti.
Nel primo modo di concepire l’ordine, gli elementi verticali e quelli
orizzontali sono addossati ad una parete che ne costituisce lo sfondo.
È ovvio che fra ordine, generalmente in risalto rispetto alla parete
e quest’ultima, vi sia una notevole differenza, non solo concettuale
ma anche formale. Gli architetti, nelle diverse epoche storiche, hanno
generalmente sottolineato questa differenza, utilizzando un diverso colore
per l’ordine, in modo da far risaltare quest’ultimo rispetto
alla parete.
Diverse combinazioni fra colore, ordine architettonico e materiali presenti
sulla facciata hanno infine prodotto tutta quella serie di ‘varianti’
che giornalmente osserviamo nelle nostre città. Con riferimento
al colore, particolarmente evidente risulta la differenza fra le facciate
fiorentine, costituite da un ordine realizzato in pietra scura con le
pareti
di fondo tinteggiate di bianco e quelle romane, nelle quali l’ordine
è generalmente in travertino, ma a volte anche in peperino, mentre
la parete di fondo è realizzata in cortina di mattoni o con intonaco.
A questo proposito si vedano i casi del museo dei Conservatori in Campidoglio
e di Palazzo Braschi. Riguardo poi ai materiali, se spesso i fondi a cortina
erano sostituiti da intonaci colorati o, in alcuni casi, trattati a finta
cortina, talvolta anche gli stessi ordini non erano completamente in pietra,
ma questa veniva simulata, in tutto o in parte, attraverso l’uso
di intonaci opportunamente scialbati.
Nella casistica romana troviamo, infatti, ordini realizzati interamente
in travertino, o, viceversa, completamente in stucco ma, soprattutto,
esempi di ordini realizzati in travertino solo nelle parti basse, mentre
le parti superiori, in alcuni casi con l’esclusione dei capitelli,
anch’essi in pietra, presentano finiture ‘povere’, in
stucco ed intonaco.
Questo tipo di esecuzione era utilizzata dagli architetti, nei palazzi
borghesi romani, dalla fine del Cinquecento e via via con maggiore diffusione
fino a tutto l’Ottocento, al fine di contenere i costi di costruzione;
la parte più esposta alle intemperie, generalmente quella basamentale,
era realizzata in travertino o in peperino, mentre la parte sovrastante
era eseguita con una finitura a stucco che simulava la pietra, come si
può osservare nel Palazzo Crescenzi recentemente restaurato, o
addirittura con un intonaco e una tinteggiatura che alludeva, ma solo
cromaticamente, alla pietra o alla cortina. In quest’ottica e senza
voler generalizzare poiché, come si è detto, ogni opera
presenta caratteristiche peculiari che vanno attentamente studiate, si
comprende come risultino sovente del tutto incongrui alcuni interventi
che tendono ad impiegare differenti colori nelle varie parti di uno stesso
ordine. In ciò seguendo una differenza di materiali che, nella
maggioranza dei casi, era dovuta a problemi di tipo economico piuttosto
che ad una espressa volontà, pure in alcuni casi accertata, tesa
ad ottenere ‘un insieme fortemente variato e policromo’.5
Come si può osservare nel fronte dell’ex palazzo della Zecca,
o nel caso di portali e paramenti murari e di un palazzo a Corso Vittorio,
alcuni errori grossolani sono dovuti proprio alla mancanza di conoscenza
degli ordini e delle loro infinite varianti ed articolazioni.
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Roma, Chiesa di S. Maria in Campo Marzio:
il color cielo della chiesa restaurata di recente è già
degradato |
S. Maria alla Maddalena: le due parti
laterali della chiesa sono state tinteggiate in color cielo, realizzando
un immagine diversa da quella abituale |
Roma, Palazzo della Cancelleria: ordini
e parete
interamente in travertino |
Sono infatti proprio questi ultimi tipi di
facciate, realizzate con diversi materiali, a porre i problemi più
complessi nell’uso delle tinteggiature che, oltre ad essere impiegate
nelle pareti di fondo, erano estese anche all’ordine, in modo da
renderne l’aspetto il più possibile omogeneo.
Questo risultato era raggiunto con una tinteggiatura a finto travertino
stesa sulle parti realizzate in stucco e con una scialbatura applicata
sulle parti in travertino, al fine di accompagnare la tonalità
della pietra al sovrastante intonaco.
Purtroppo in questi casi non sempre è facile riuscire a stabilire
con certezza quale e come fosse distribuito il colore originario. Molto
spesso, infatti, la parte basamentale, dilavata dalla piogge, non ha conservato
lo scialbo di finitura e solo un’analisi molto accurata, eseguita
in diverse parti dell’ordine, può, in qualche caso, confermare
o meno se le parti in pietra e quelle ad intonaco fossero state in origine,
o anche in epoche successive, scialbate per uniformarle.
Purtroppo spesso, in mancanza di informazioni in tal senso, o forse anche
per una esplicita volontà - legata a ragioni di gusto? - si sceglie
la strada ‘più semplice’, di tinteggiare cioè
le parti intonacate lasciando al naturale le parti in pietra.
Un caso esemplare è costituito da un recente intervento realizzato
sull’edificio del Ministero dell’Istruzione, Università
e Ricerca (MIUR) a viale Trastevere, la cui facciata ottocentesca è
stata completamente alterata da un rozzo ‘restauro’, che non
ha tenuto in alcun conto la logica progettuale e formale della facciata.
La parte basamentale e le paraste dell’ordine gigante fino alla
metà sono in travertino, la tinteggiatura ha ricoperto con un unico
colore tutto ciò che non è in pietra creando una frattura
nella parasta e un contrasto nella finestra del primo piano che è
in travertino nella parte bassa, mentre per tutto il resto è tinteggiata.
Chi ha progettato questo maldestro intervento non ha nemmeno compreso
il ruolo della parete di fondo, in cortina di mattoni. Sarebbe forse stato
sufficiente trattare la parte dell’ordine realizzata a stucco con
una scialbatura color travertino ed accompagnare gli sfondi con un color
mattone.
Va anche ricordato, come abbiamo accennato all’inizio, che vi sono
edifici nei quali la pietra, sia essa vera o simulata, è stata
utilizzata sull’intero fronte, che presenta, o dovrebbe pertanto
presentare, un unico colore per tutte le sue superfici, eventualmente
attentamente modulato per evitare spiacevoli appiattimenti. A questo proposito
Giuseppe Zander, fornisce queste considerazioni: ‘In generale si
può forse dire soltanto che l’unica tinta, quando correttamente
scelta - e non voglio dire ‘indovinata’ - mette in evidenza
i valori della plastica secondaria, fortemente connessi con quelli della
plastica primaria, cioè dei volumi generali dell’opera architettonica.
Il monocromo è anche più facile. Ma
qui non si tratta di scegliere la via più facile (…) Qui
s’apre il discorso della ricerca storica, interviene qui l’esercizio
dello spirito critico’.6 L’effetto monocromo è evidente
in Sant’Agnese a piazza Navona.
Un caso a parte, certamente problematico, è infine costituito dal
recente, discusso, restauro della facciata di Palazzo Farnese. Senza voler
entrare nel merito del dibattito, né in quello più prettamente
tecnico delle scelte progettuali, supportate in questo caso da attenti
e circostanziati studi storici e da approfondite analisi dirette, si può
solo osservare come il restauro abbia di fatto modificato l’immagine
consolidata del monumento, rimettendo in discussione anche alcune acquisizioni
critiche che sembravano consolidate. Probabilmente, come altri hanno acutamente
osservato, il restauro, pur ‘raffinato ed accorto’ avrebbe
avuto bisogno di ‘un lavoro ulteriore di velatura e sottile uniformazione
architettonica’,7 in modo da attutire il forte contrasto, ora evidentissimo,
tra la parte basamentale (dove è stato completamente rimosso l’ultimo
strato dell’intonaco, risalente agli anni Settanta, lasciando in
vista lo strato sottostante, in gran parte reintegrato, in una sorta di
‘‘non finito’ di nuova esecuzione’)8 e i due ordini
sovrastanti, dove dopo la pulitura sono venuti alla luce singolari decorazioni
della cortina laterizia.
Come si può comprendere da queste sintetiche osservazioni, quello
del colore è, quindi, un problema prevalentemente storico-critico
e, soprattutto, estetico; solo con la padronanza completa di tutte queste
componenti si possono affrontare i diversi problemi tecnici. In altre
parole, per realizzare un restauro corretto occorrono soprattutto profonde
conoscenze storiche, una buona sensibilità architettonica e una
notevole capacità estetica unite con le fondamentali nozioni tecniche
e di cantiere che, come vedremo, rivestono comunque un’importanza
fondamentale nelle scelte finali.
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Roma, Palazzo Senatorio: ordine gigante
in travertino e
pareti di fondo in cortina |
Roma, Palazzo Braschi: tipico palazzo
del XVIII sec. con gli spartiti in travertino e la parete di fondo
in
cortina di laterizio |
Roma, ex Palazzo della Zecca: fronte
in travertino,
cornicione in stucco |
Intonaci e coloriture - dettagli tecnici
sulla conservazione
Parallelamente all’analisi architettonico-formale degli edifici
ed ai problemi di restituzione cromatica ad esso correlati, è importante
quindi soffermarsi su alcuni aspetti tecnici strettamente connessi alla
materia pittorica ed alle modalità di realizzazione delle opere.
Sono proprio alcuni di questi aspetti che vorrei analizzare ponendo l’attenzione
sull’influenza che le scelte applicative ed operative hanno sul
risultato estetico finale.
Partirei pertanto dagli intonaci, la conservazione dei quali, nel restauro
di edifici monumentali, è un concetto largamente condiviso, ma
scarsamente attuato. È opinione comune infatti che gli intonaci
costituiscano una sorta di ‘superficie di sacrificio’, tanto
che i fenomeni di deterioramento in esso presenti vengono quasi sempre
addotti a pretesto per sostituirli con nuovi.
L’operazione di ripristino degli intonaci, eseguita sull’intera
superficie, non è tuttavia un’operazione di restauro e non
va confusa con essa. Con un intervento simile si perdono le porzioni residue
dell’intonaco esistente, si annulla il passaggio del tempo e si
apportano quasi sempre dei cambiamenti sostanziali nella finitura muraria.
La scarsa attenzione e considerazione che viene riservata agli intonaci
di supporto è causata non solo dalla limitata conoscenza dei materiali
e delle tecniche antiche di realizzazione degli stessi, ma soprattutto
dal volerli considerare solo come substrato e non già parte integrante
della decorazione su di essi approntata.
L’intonaco non costituisce, infatti, semplicemente il ‘supporto’
della coloritura, ma diviene parte di essa, modificandone, attraverso
i materiali compositivi (più o meno assorbenti) e la finitura superficiale
( più o meno scabra) la compattezza della stesura pittorica, la
capacità di assorbimento e rifrazione della luce, le caratteristiche
di percezione del colore stesso da parte di chi lo osserva ed, in definitiva,
il tono generale della coloritura.
Il colore, che di per sé è già materia, assume pertanto
le sue caratteristiche in quanto posto sopra un’altra materia, con
la quale interagisce e dalla quale riceve l’apporto di ulteriori
qualità specifiche.
L’attenzione di un architetto, culturalmente orientato alla salvaguardia
di quanto conservato della cromia originale non può, pertanto,
che fondarsi sulla conservazione degli intonaci originari, laddove ancora
esistenti, o comunque antichi.
Sia pure in contrasto con leggi economiche che spingono verso tempi di
lavorazione sempre più ridotti e a costi sempre più concorrenziali,
l’ipotesi di demolire porzioni esistenti, solo perché minacciate
da fenomeni di distacco, non risulta pertanto deontologicamente percorribile.
A tale scopo esistono, al contrario, efficaci tecniche di restauro adottate
per il recupero di intonaci dipinti che possono essere utilizzate per
il recupero di intonaci antichi presenti sulle facciate storiche.Tali
interventi consistono, come noto, nell’utilizzo di malte idrauliche
fatte penetrare tra gli strati dell’intonaco per colmarne i distacchi
e risarcirne le mancanze di continuità.
Attuato il recupero degli intonaci, la fase di integrazione di quelli
mancanti richiede, nell’intervento di restauro, altrettanta puntualità,
dovrebbe pertanto riguardare esclusivamente le parti mancanti ed essere
eseguito utilizzando materiali e tecniche di lavorazione il più
possibile simili e compatibili con l’originale (nelle fabbriche
romane prevalentemente calce, sabbia e pozzolana).
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Roma, palazzo in Corso Vittorio: ripristino
fantasioso del colore con
la totale assenza di controllo della
sintassi dell’Ordine |
Roma, San Agnese in Agone: il paramento
murario tutto in travertino pur con una pesante pulizia, mantiene
inalterato il suo effetto monocromo voluto da Borromini |
L’intonaco non è solo il
‘supporto’
ma entra a fare parte della
finitura pittorica |
Un intervento corretto dovrebbe infatti,
innanzi tutto, avvalersi della giusta malta di finitura, calibrata nella
granulometria degli inerti e nel tipo di trattamento superficiale, per
adeguarsi all’originale. Tale tipo di malta non è sempre
identificabile con un prodotto premiscelato che, se da una parte garantisce
una costanza di requisiti e rispondenze a norme di qualità, dall’altra
presenta al suo interno additivi (non sempre correttamente indicati, ma
talmente efficaci da far aderire perfettamente la malta, anche senza bagnare
adeguatamente il supporto sottostante) e granulometrie standardizzate.
Tali prodotti, infatti, rendono le superfici estremamente omogenee, conferendo
all’insieme un aspetto nuovo ed assai lontano da quello offerto
dalla superficie originaria. Inoltre essi sono spesso pubblicizzati per
la facilità di applicazione, tuttavia il loro utilizzo da parte
di mano d’opera non specializzata, che ignora le regole dell’arte,
fa sì che si incorra facilmente in errori di dosaggio. I difetti
di applicazione producono poi inevitabilmente un precoce degrado di questo
tipo di malte.
Tecnicamente il problema del recupero del colore originario si presenta
ancora più spinoso.
Innanzi tutto è assai difficile stabilire il colore originario
di un edificio e questo non solo perché molto spesso è stato
completamente rimosso e, pertanto, rimangono in situ solo le coloriture
successive ma soprattutto perché l’esatta definizione del
colore richiede la sinergia di molte e diversificate competenze.
Le indagini stratigrafiche, con lettura delle sezioni al microscopio,
mostrano, ad esempio, un colore talmente ravvicinato che siamo in grado
di apprezzare tutti i pigmenti presenti in quel punto della mescola. Il
problema, tuttavia, è che tale scomposizione, oltre ad essere estremamente
puntuale e quindi esemplificativa del solo punto di prelievo, rende difficile
percepire il colore reale senza incorrere in grossolani errori: la scomposizione
del colore che si ottiene è paragonabile,
infatti, con quanto si realizza nella reintegrazione pittorica con la
tecnica della ‘selezione cromatica’. Con questa tecnica i
colori si ottengono sovrapponendo tratti realizzati con colori puri in
proporzioni variabili; pertanto, paradossalmente, con i medesimi colori
si possono realizzare tonalità molto differenti tra loro. Nella
stratigrafia è come vedere un colore scomposto nei suoi colori
puri senza poter valutare il rapporto tra di essi e, quindi, senza poter
percepire l’effetto ottico finale: si tratta pertanto di un falso
colore.
Anche le stratigrafie meccaniche, eseguite con scalette cromatiche a bisturi,
risultano altrettanto insidiose, perché mettono in rilievo la parte
più esposta del colore, quella che può aver subito, con
l’esposizione ai raggi solari e all’inquinamento atmosferico,
alterazioni cromatiche anche rilevanti (molto frequenti sono i viraggi
verso il bruno e/o il grigio). Una corretta interpretazione del colore
richiede, pertanto, un approccio pluridisciplinare che partendo da un’ispezione
dell’intera superficie con indagini visive e meccaniche a bisturi,
supportata dall’analisi storica e documentaria, tragga, con il supporto
delle indagini chimico- fisiche dei materiali, i risultati finali. Potendo
individuare la cromia originaria, un intervento di restauro dovrebbe essere
teso a conservare la stessa, salvaguardando anche i segni del tempo su
di essa intervenuti, e raccordando ad essa le parti di intonaco reintegrate
con i metodi sopra descritti.
L’intervento si prefigura, in questo caso, come un riequilibrio
cromatico che ha come assunto principale quello di non essere eseguito
in maniera uniforme ma, tenendo conto delle differenti superfici, attuando
un raccordo tra le stesse, attraverso il ricorso a velature successive
e differenziate.
Nel riequilibrio cromatico entrano in gioco conoscenze tecniche e capacità
manuali che devono tener conto, per poter mantenere un’omogeneità
di tono generale, delle caratteristiche materiche (granulometria, capacità
di assorbimento ecc.) delle varie porzioni di intonaco: senza queste premesse
sarebbe come pensare di ottenere due stoffe della stessa tinta ponendo
nel medesimo bagno di colore due filati con caratteristiche molto diverse,
quali il cotone e la seta. Il primo
risulterà sempre più opaco al confronto con la lucentezza
del secondo e la saturazione del colore sarà ben diversa.
Tutto ciò nulla ha a che vedere con quanto viene normalmente eseguito
durante la tinteggiatura. Quando l’intonaco di supporto è
completamente ripristinato, bisogna infatti convincersi che ogni tinta
proposta è un intervento che, pur nel rispetto delle tecniche e
delle tradizioni artigianali, viene eseguito ex novo ed esula dall’intervento
di restauro.
In questo caso la sensibilità del restauratore può essere
utile per apportare alla coloritura degli aspetti estetici meno freddi
e piatti, dal momento che la presentazione cromatica di un edifico storico
rimane senza dubbio una fase molto delicata e determinante.
I colori più frequentemente utilizzati, anche in epoche passate,
sono quelli che hanno come legante il grassello di calce. Contrariamente
a quanto detto per le malte, la difficoltà di reperire del grassello
di calce correttamente invecchiato per almeno due anni (quello in commercio
ha un invecchiamento inferiore ai 30 giorni) e senza impurità (presenza
di sostanze alcaline che alterano i coloranti variandone la tonalità
ed in alcuni casi la resistenza nel tempo) rende preferibile l’utilizzo
di un prodotto preconfezionato, fornito da industrie che si sono fatte
carico di ripercorrere le antiche fasi di lavorazioni per produrre dei
grasselli idonei alla pittura e confezionare, con essi, tinte con caratteristiche
tecniche certe e garantite nel tempo.
Prescindendo dal colore prescelto, la finitura pittorica di un edificio
monumentale dovrebbe, comunque, rispettare delle modalità di applicazione
e di resa cromatica finale. Se è vero che le industrie forniscono
un importante contributo, con la produzione di colori a calce, è
anche vero che queste stesse tinte, applicate senza i dovuti accorgimenti,
danno luogo a risultati spesso poco soddisfacenti.
Per evitare che il tono generale risulti spento e piatto ed ottenere un
effetto di profondità del colore bisogna pertanto prima applicare
una tinta a calce che funga da base (dal tono più chiaro e freddo)
e su di essa una velatura (generalmente più calda).
Tale velatura ha una duplice funzione: completa cromaticamente il colore
di base, interagendo per trasparenza con esso e opera sulla percezione
di profondità della tinta rendendola vibrante.
Questo è il motivo per il quale attribuisco una fondamentale importanza
alla velatura che viene invece spesso considerata come una finitura o,
peggio ancora, come una sorta di patina di invecchiamento, perché,
come ho appena detto, nella pittura a calce la velatura entra a far parte
del tono del colore e del risultato percettivo di esso.
L’equivoco di fondo è comunque insito nella parola ‘velatura’.
Non è possibile eseguire una velatura con un colore a calce, perché
la calce è, per sua natura, coprente e non può dar luogo
ad una finitura trasparente. Né è da perseguire la pratica
di maestranze poco esperte che utilizzano per le velature il colore a
calce diluendolo abbondantemente con acqua. Tale tinta potrebbe essere
parzialmente trasparente, ma non garantirebbe più l’idonea
resistenza.
La velatura dovrebbe quindi essere eseguita con acqua di calce, pigmenti
costituiti da terre naturali, di qualità tali da garantire una
stabilità all’azione caustica della calce e della luce (non
ossidi) e un quantitativo, pari al 2% circa, di una resina acrilica non
pellicolante.
Le tecniche di applicazione della velatura variano invece in base all’effetto
che si vuole ottenere e al tipo di superficie da trattare: con lo straccio
si ottengono buoni risultati nelle superfici disomogenee o dove le campiture
sono circoscritte; il fratazzo in spugna dà invece ottimi risultati
anche nelle campiture più ampie, perché si ottiene un effetto
più sfumato; la spugna naturale, infine, produce dei disegni più
puntuali ed è pertanto adatta alla patinatura di superfici che
devono
imitare la pietra.
Per non incorrere in disomogenee applicazioni della velatura, tralasciando
le tecniche per facilitare lo stemperamento dei colori e l’ottimale
miscelazione della soluzione per evitare che i pigmenti in sospensione
si depositino sul fondo, la cautela più importante è quella
di cercare di provvedere alla fase di velatura nel medesimo giorno sull’intera
facciata poiché, oltre alla temperatura, ha grande influenza sul
risultato finale la quantità di umidità presente nell’aria,
che può variare, anche sensibilmente, da giornata a giornata. Entrambi
i fattori infatti (temperatura e umidità relativa) modificano i
tempi di asciugatura della velatura, variandone la resa cromatica finale.
Per concludere si può forse osservare come negli ultimi anni sia
gli studi teorici che la pratica operativa, attuata con mano d’opera
specializzata, abbiano raggiunto importanti traguardi nel restauro di
edifici monumentali, tuttavia, solo la sinergia tra queste due realtà,
troppo spesso separate, può consentire di raggiungere risultati
pregevoli.
1. Gaetano Miarelli Mariani, Coloriture urbane:
omologazione fra uniformità e dissonanze, in ‘ANA°KH’,
10, Giugno 1995, p. 14.
2. Ibidem, p. 12.
3. Arnaldo Bruschi, Problemi di materiali e di colori della facciate con
ordini architettonici nella Roma Rinascimentale e Barocca, in ‘Bollettino
d’Arte’, 47, 1988, p. 118.
4. Ibidem, p. 119.
5. Ibidem, p. 122.
6. Giuseppe Zander, La Coloritura degli edifici e l’ordine architettonico,
in ‘Bollettino d’Arte’, suppl. al n. 35-36, 1986, pp.
25-29.
7. Giovanni Carbonara, Il restauro di palazzo Farnese, in ‘AR’,
30, Luglio-Agosto 2000, p. 35.
8. Alessandro Pergoli Campanelli , Restauro di palazzo Farnese. Intervista
all’arch. Laura Cherubini, in Ibidem, p. 38.
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