| Tratto da: Argomenti di Architettura Architettura & Città Società, Identità e Trasformazione |
Franco Purini Arte e architettura tra mistero ed eversione |
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| Di Baio Editore |
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rapporto tra l’arte e l’architettura, emerso prepotentemente
negli ultimi anni come protagonista del dibattito disciplinare e anche
della trasformazione reale delle città, non può essere indagato
con la necessaria tensione innovativa se si rimane all’interno di
questa stessa bipolarità ovvero all’interno di un modello
sostanziale militare di sopraffazione, di invasione, di conquista. Considerando
infatti l’arte in rapporto all’architettura nasce subito un
problema di competizione tra la pittura, la scultura, la video-arte, l’installazione,
le performance, ma anche il cinema, la fotografia, la pubblicità
e l’architettura, una competizione nella quale si cerca di trovare
quali sono gli elementi distintivi Bisogna comunque aggiungere che, nel rapporto
tra l’arte e l’architettura considerato dal punto di vista
dell’arte, quest’ultima assume sempre il ruolo di arte applicata.
La public art, l’ arte ambientale, e anche la scultura nello spazio
pubblico sono sempre forme d’arte in qualche modo di servizio, che
inseriscono l’arte stessa in un processo sostanzialmente entropico.
Tuttavia anche il fatto che l’architettura soltanto ingloba il corpo,
pur se incontestabile, non è essenziale. Negli ultimi anni è
invalsa la tendenza a considerare l’architettura un’arte incompleta
alla quale solo l’arte vera può conferire una conclusione
adeguata. Rimanere nell’ambito della competizione tra le arti non
aiuta a comprendere veramente la natura del rapporto tra l’arte
e l’architettura, finendo nel migliore dei casi con il favorire
la messa a punto di una sorta di tassonomia di ruoli, nella quale ci sarebbe
la vera arte, ovvero quella dei musei, l’arte applicata, l’arte
terapeutica e pedagogica, le arti della strada, ovvero le arti dell’appropriazione,
della narrazione e della trasformazione dello spazio urbano, dallo street
style ai writers, dal parkuor all’estremismo dei black bloc. In
sintesi la
Quest’ordine di riflessioni, centrate
sull’identità delle arti, presenta un insuperabile limite
accademico, un limite troppo pronunciato perché riesca ad essere
superato per costruire un discorso più efficace. Invece risulta
più utile, anche se non del tutto risolutivo, il modello logico
della comunicazione. Osservato da questo angolo visuale, che comporta
la centralità dell’ immagine nella sua ambigua consistenza
tra assenzae presenza, il rapporto tra l’arte e l’architettura
entra nel grande tema emerso nella seconda metà del Novecento con
la pop art, una forma d’arte che sembra aver sconfitto definitivamente
ogni concezione estetica basata sull’idea che un’opera d’arte
è un fenomeno ermetico, esclusivo, in sostanza iniziatico ed elitario.
Qualcosa che vive tra Sigmund Freud e la Scuola di Francoforte e che presenta
l’esperienza estetica come una pratica della crisi sostenuta da
quella linea analitica di cui ha scritto Filiberto Menna. Il dentro come
luogo introspettivo, come ambiente appartato nel quale l’arte si
configura come la manifestazione più alta dello spirito, è
stato sostituito dal fuori come estroversione, come espansione dell’io
in una gratificante e spesso euforica esplorazione del mondo. Un mondo
fisico opposto a quello psichico. Incorporando la triade costituita da
Marcel Duchamp, Andy Warhol e Guy Débord, la comunicazione ha totalmente
ridefinito il rapporto delle arti con se stesse e con il loro farsi sistema,
ponendo in primo piano tre fenomeni: la trasmissione di informazioni;
la produzione di emozioni sotto il segno dell’intrattenimento; l’introduzione
subliminale di modelli culturali alti tradotti in slogan mediatici, modelli
utili alla costruzione di grandi mitologie collettive aventi come finalità
l’illusione dell’immortalità, della felicità,
della bellezza, dell’unicità. Anche dal punto di vista della
comunicazione non ha alcun senso distinguere Uno sguardo forse più appropriato al
problema è quello del consumo. Più che una esigenza logico-critica
che cerchi le distinzioni specifiche, più che la comunicazione
come, può essere infatti il consumo una chiave giusta per comprendere
cosa significhi, al di là delle apparenze, il rapporto tra l’arte
e l’architettura. Rifiutando ogni orientamento moralistico o facilmente
politico occorre rendersi conto fino in fondo che il consumo è
una forma di conoscenza del mondo. Si potrebbe
L’architettura si situa anch’essa
in questa orbita ma, al contrario delle altre arti, che possono essere
effimere, in essa il consumo si pone solo come plusvalore ideale affidato
all’immagine. Dal momento che non può fisicamente consumarsi,
né spostare il suo consumarsi all’altro da sé, l’architettura
si è dotata di parti o di frammenti caduchi che possono corrispondere
ai tempi ciclici e ravvicinati del consumo. Considerato dal punto di vista
del consumo il rapporto tra l’arte e l’architettura si dissolve
naturalmente in un trascorrere reciproco dei vari codici, in un’appartenenza
reciproca dei vari linguaggi priva, però, di una vera necessità.
Come in ogni costruzione filosofico-politico e logicoideologica anche
il consumo pone la questione di come si possa agire e non solo pensare
la consapevolezza della sua esistenza ed, È estremamente arduo comprendere se
e come il consumo incrementi la libertà delle persone o la neghi:
probabilmente il consumo lascia libere le persone di avere consapevolezza
della sua esistenza, preparandosi a metabolizzare, come è avvenuto
con l’11 settembre di New York e con il G8 di Genova nel 2001, immani
tragedie ed eventuali rivolte. Resta il fatto che il consumo non occupa
tutti gli spazi, lasciando qualche interstizio nel quale è possibile
seminare indizi ed
In una visione veramente innovativa della società e della città non si può non condividere l’idea che si debba riconquistare un sapere urbano degno di questo nome, un’arte della città, come trasformazione alchemica di una conoscenza, che è solo dell’architettura e dell’urbanistica, in qualcosa che cambi costantemente questa stessa conoscenza. Una conoscenza che riguarda l’unico compito dell’architettura, che è quello di costruire un abitare solido, sicuro e in grado di evolvere nel tempo, per tutti, un abitare che può essere belloe capace di conservare memorie solo dopo aver garantito le necessarie prestazioni funzionali. Prestazioni nelle quali si nasconde, nonostante gli aspetti utilitari in esse presenti, un valore spirituale. Questa conoscenza ha a che fare con tracciati, o trame; con tessuti; con distanze, con masse e con spazi, soprattutto con ciò che non si vede, e non solo con ciò che si vede. Non tanto, quindi, relazioni, processi, fenomeni ma questioni più solide di perimetri, lotti, confini, misure, metriche, tipologie. Sulla strada dell’architettura-installazione si potrà procedere ancora per poco: è molto meglio far sì che sia l’architettura a recuperare e rilanciare la quantità di arte che essa possiede - e che non è insignificante - collocandosi rispetto alle altre arti secondo le possibilità che essa avrà di proporsi come affermazione piena della libertà di conoscere e di essere consapevoli nell’ambito potenzialmente totalizzante del consumo, forse l’unica libertà oggi concessa. L’arte è sempre stata rara, così l’architettura. La democrazia borghese, che ha più di duecento anni, ha cercato in ogni modo di democratizzare l’arte, ma - Walter Benjamin lo sapeva - ne ha democratizzato solo l’ accesso,anche questo più apparente che reale. Si è più democratici e più liberi non consumando ulteriormente la visibilità dell’arte mentre essa rimane, come le è dovuto, quasi imprendibile nel suo mondo per pochi, ma creando altra arte e cioè altra difficoltà comunicativa, altro mistero, altra eversione.
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