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spirito, quello non è un problema. Era lì, c’è
sempre, lo sappiamo. Ma - i corpi? I corpi sono il mistero. Franco Cordelli
Quello che si è da poco concluso, è stato il secolo delle
immagini. L’ingresso delle masse sulla scena della storia ha trovato
in esso il luogo di elaborazione più straordinario mai realizzato
prima, per ampiezza e complessità degli strumenti e delle tecnologie
impiegate. La rapidità dell’immagine e la sua compiutezza(il
sintetico per antonomasia),
il suo essere senza storia (senza tempo), la sua capacità di cogliere
direttamente la sfera affettivadei destinatari, la facile accessibilità
ai suoi codici, la sua ‘eleganza mistica’, infine, hanno fatto
dell’immagine quello strumento formidabile attraverso cui milioni
di individui hanno condiviso una comune, planetaria esperienza visiva.
In particolare nell’ultimo secolo, l’arte ha radicalmente
modificato l’immagine e ne è stata altrettanto profondamente
trasformata. Alimentandosi
l’una dell’altra, arte e immagine hanno costituito una trama
sempre più inestricabile, una mutua dipendenza, una reciproca legittimazione
tale da non potersi immaginare l’esistenza dell’una senza
l’altra. L’immagine, entità fondamentale di mediazionetra
visione e pensiero, tra realtà e rappresentazione, realizza proprio
nella congiunzione
tra queste polarità, una divaricazione, uno spazio insicuro - collocato
al limite tra il visibile e lo spirituale - che apre all’universo
immaginativo. In tal senso, anche la Forma Modernaha condiviso appieno
questa dinamica, essendo essa ancora elemento di transito verso lo spirituale.
Una complessa elaborazione in cui il purismo, la funzionalizzazione e
l’astrazione geometrica imprimeva un’inedita ulteriore accelerazione
verso ciò che poteva spingerla a ricercare ciò che si nascondeva
al di là di essa. È noto il contributo fondamentale dato
dall’architettura dell’ultimo secolo a questa complessa articolazione
che dal Futurismo ha segnato ogni sua tappa importante. La Modernità
ha costruito sin dal proprio esordio una particolare mitologia delle immagini.
Esse hanno trovato nel Cinema, prima, la loro più geniale sintesi
creativa e poi nella Pop Art una declinazione mercantile-cultural-spettacolare
che, appunto insieme all’architettura, ha anticipato alcuni temi
concettuali e applicativi dell’ultima rivoluzione tecnologica. La
definitiva affermazione delle masse e del macchinismo richiedeva un linguaggio
senza aggettivi, semplice fino al grado zero, e l’arte era pronta
a guidare questo nuovo corso: sostenuta da una forte tensione etica, l’opera
moderna era tesa a promuovere il riscatto dell’umanità e
realizzare un sogno di eguaglianza tra individui. Tuttavia una profonda
mutazione ha dissolto negli ultimi due decenni quel sogno, vaporizzandone
i contorni insieme al progetto di società che tentava di veicolare.
Si è avviata da allora una fase di generale mutamento, peraltro
non ancora conclusa, che veniva salutata nel
’94, nel celebre Rapporto Delors, come uno stadio dello sviluppo
umano ‘i cui effetti saranno paragonabili, a termine, a quelli della
prima rivoluzione industriale’. Com’è noto, tale rivolgimento
è il risultato più sorprendente, il prodotto più
consistente della rivoluzione dei nuovi media elettronici. Intervenendo
a trasformare radicalmente le nostre mappe spaziotemporali, questo mutamento
ha anche attribuito all’immagine un potenziale illimitato di azione
sulla realtà.
Si è così compreso che i media elettronici hanno fatto del
mondo delle immagini l’immagine del mondo, e che noi stessi, la
nostra immagine, finalmente può tentare con opportuni accorgimenti
di farne parte. In essa tutto è immediatamente presente e, quindi,
accettato per concreto: nell’azzeramento dell’intervallo tra
visione e immaginazione sta la condizione della totale figurativitàdel
mondo che consente ora alla vita di coincidere con l’arte.
Ma il legame (l’ intimità) tra arte e immagini non è
sempre stato così stretto, né sempre così necessario.
Si potrebbe anzi affermare che nella storia umana i tempi in cui questo
intreccio si è verificato siano stati tutto sommato brevi, essendo
per la maggior parte gli sguardi orientati altroverispetto all’immagine.1
Ed è proprio l’ultima rivoluzione tecnologica - la creazione
digitale dell’immagine, ovvero la sua riduzione a pura matrice numerica
- che ha reso questa impalpabile entità definitivamente indipendentee
autonoma dal suo correlativo reale e corporeo, accelerando la fine di
quella mediazione di cui si diceva poc’anzi. L’immagine completamente
artificiale - riproducibile all’infinito - geograficamente
delocalizzata, si trasforma in puro immateriale e non già in strumentoper
accedervi. Lo spirito si emancipa definitivamente dalla materia, dal peso
e dal corpo. In qualche modo, non essendo necessario per esistere, passare
per la materia, contenendo essa già tutto, l’immagine si
fa essa stessa materia nel cui codice genetico è già tutto
pre-visto.
Molta dell’architettura contemporanea si trova quasi del tutto integrata
in questo processo di creazione disincarnatadi forme e materie. Totalmente
immersa all’interno della sfera della comunicazione elettronica,
della manipolazione e riproduzione all’infinito, abolito lo spazio
tra se stesse e il tangibile, le immagini architettoniche diventano il
reale costruito del mondo nel quale non è più questo ad
attenderle, ma sono esse stesse ad anticiparlo per sistemarvisi con matematica
esattezza.
Pre-visione assoluta, quindi, non profezia; veggenti in apparenza, le
nuove immagini architettoniche2 declinano un senso dell’Avanguardia
improprio, un’avanguardia senza anticipazione. Essa trova la sua
condizione non in quanto luogo di apparizione improvvisa e inattesa di
un’opera - portatrice di novità assoluta in cui il linguaggio
del mondo
è costretto a reinventarsi - ma, al contrario, condizione che conferma
ciò che è atteso e funzionale alla sua riproduzione. Nell’arte
‘l’opera era l’imprevisto che spuntava alla vista, che
emergeva alla vita. L’opera, come l’individuo, è una
trovata, un accidente, una bella sorpresa. È necessaria interiormente,
una volta che c’è; ma questa necessità, considerata
dall’esterno, è un caso: ciò avrebbe potuto non essere.
La noia, con queste tecnologie meravigliose e ultramoderne, è la
loro affidabilità: esse prevedono tutto. È, in altre parole,
la definizione di accademismo’, 3 altro che choc. Della acuta trasposizione
del termine Avanguardia fatta da Leverdant, torna ora l’originaria
accezione militare, e un’aggressività verbale dei suoi miliziani
che dissimula malamente chi invece si è palesemente adeguato alle
consuetudini visive e concettuali più correnti e corrive. Una veemenza
frequentemente accompagnata anche da un molto avanguardistico darwinismo
disciplinare: sono-migliore-di-teperché- vengo-dopo-di-te. Come
un’automobile, un frullatore o un quotidiano supera il precedente
declassandolo, così l’opera che si autodefinisce Nuovasupera
quella che l’ha preceduta relegandola a scarto, esprimendo, in quell’essere
migliore, una vera e propria condanna morale.
Sono molte le colpeche i sostenitori della
neoavanguardia attribuiscono a questi argomenti, soprattutto quelle, inemendabili,
di misoneismo. Ma quanto costoro pensano e fanno, si cala perfettamente
su molta architettura attualmente prodotta. Frontalità, come luogo
della rappresentazione cui si accompagna quanto di più prossimo
vi è all’idea di rivelazione; leggerezza e trasparenza, come
trasposizione della piattezza e della fluidità televisiva; semplificazione
dei partiti chiaroscurali, come deliberata identificazione con l’assenza
di profondità; dissimulazione dei segni dalle materie edilizie,
come cancellazione delle tracce del lavoro umano (che le conferirebbero
un tempo, una
storia); questo soltanto per indicare alcune tematiche (prevedibilmente)
ricorrenti.
Tutto ciò parla della scomparsa del corpo degli edifici, le sole
prerogative, le ultime, a richiamare l’attenzione sul deterioramentoe
la finedelle cose umane e della materia. A ricordare l’esistenza
e la profonditàdel tempo che vive al di là dell’ incessantemente
presentedelle immagini digitali, che mostrano di aver trovato, erroneamente,
il segreto dell’eternità. Ma, infine, va ricordato il senso
diffuso di spettacolarità delle attuali immagini. Che coniuga un’idea
del Nuovocome trasposizione della continua, infinita espansione della
produzione e del consumo, di merci e di informazioni: ‘quel che
costituisce il valore, ivi compreso quello di mercato, di un’informazione
è la sua novità … Il mercato dell’arte è
informazione tradotta in quotazione. E l’informazione si misura
sul grado di scarto dalla media ... È per questo che le forme più
valorizzate sono oggi le più inattese, perché, facendo più
evento delle altre, riescono meglio a far parlare di sé …
Paga solamente lo scarto dal codice; il dovere di originalità personale
è diventato una necessità economica materiale ...La ricerca
dell’ optimum informativo, chiamata anche scoop, si rivela essere
il solo arbitro che opera nell’arbitrario generalizzato del turbine
innovatore del perpetuo’.4 Un turbinio sregolato e privo di misura,
atopico e fluido, quello dell’arte e dell’architettura - aggettivazioni
peraltro perfettamente intercambiabili con quelle che connotano il capitale
finanziario5 - che ha dato l’impressione a molti, di poter inopinatamente
e insperatamente partecipare a una temperie culturale che sino a poco
tempo fa - nell’arte e nell’architettura - appariva straordinariamente
selettiva.
Ma, si sa: tutti avanguardisti, nessun avanguardista, e le troppe immagini
fanno fuori l’immagine.
Infine una singolarità, consistente
nel notare come nel corso di questi ultimi anni, a proposito dell’immagine
- nonostante la sua piena affermazione planetaria - si sia parlato poco
o affatto di un aspetto decisivo che la riguarda: il carattere non solo
ambiguo bensì propriamente luttuosoche fissa e condiziona il suo
statuto. Questa lieveamnesia,
questa distrazione nascondono una delle chiavi principali per interpretare
un fenomeno che travalica la contesa tra avanguardia e reazione. All’immortalità,
alla vittoria delle immagini sul tempo, corrispondono i confini del corpo,
la sua irripetibile contingenza, quella finitezza che lo rende allo stesso
tempo illimitato e meravigliosamente insoluto.
Portare alla luce il corpo in architettura non è un disimpegno
dalla civiltà dell’immagine o un semplice tentativo di ricomposizione
della disciplina - poiché ‘l’essere umano, è
questa la sua natura, non sopporta la decomposizione della forma, la nascita
dell’informe’6 - bensì il tentativo di auto-tracciare
un percorso, se si vuole, sul margine sconcertante e affascinante del
mondo che può finire. È un passo per non cedere al giogo
digitale, al gioco immaterialemercantile dell’immagine-spettacolo
e del disimpegno digitale, del profilattico mettersi al sicuro in un’immaginazione
disincarnata. Riesaminare il corpo è riformulare l’antica
questione, attualissima, del rapporto con la materia del mondo, la sua
misura e l’incommensurabilità dell’invenzione artistica
e architettonica.
1. Vedi Régis Debray, Vita e morte dell’immagine, Il Castoro,
Milano 1999, cap. I.
2. Mi riferisco al saggio di Franco Purini, Le nuove immagini architettoniche
tra superficie e istantaneità, pubblicato su ‘Metamorfosi’
n. 12, che anticipò lo sviluppo di gran parte delle vicende architettoniche
che seguiranno negli anni successivi.
3. Ivi, p. 236.
4. Ivi, p. 132.
5. L’immagine è la merce più preziosa oggi in commercio
ed è il vero braccio armatodella società della comunicazione,
in cui realizza l’equazione ‘il Visibile = il Reale = il Vero
… (E) ora, come il mercato fissa sempre più la natura e i
limiti delle rappresentazioni sensibili …, il segno di uguale si
trasforma e diventa: ‘invendibile = irreale, falso, non valido’
(Debray, p. 300).
6. Jean Clair, De Immundo, Abscondita, Milano 2005, p. 17.
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