| Un edificio può senz’altro possedere aspetti plastici, anche consistenti,
ma tali valori non sono esattamente quelli espressi da una scultura
vera e propria. In quelle che Germano Celant ha chiamato archiscultureintervengono
infatti alcune circostanze che introducono in esse
temi che non sono presenti nelle sculture propriamente dette.
Queste circostanze sono di tre tipi. Il primo discende dall’ abitabilità
stessa dell’architettura. Questa essenziale componente dell’edificio,
da intendere in senso lato, ma senza la quale esso non avrebbe motivo
di essere realizzato, produce una serie di esigenze funzionali che
si traducono in altrettanti segni, i quali entrano in una relazione complessa
e spesso conflittuale con il dato puramente volumetrico del
manufatto. Sono, in modo particolare, le bucature che conferiscono a
una costruzione un carattere seriale dando vita a una superficie fittamente
strutturata che si distende sul volume contraddicendone fino in
fondo l’unità concettuale ed estetica. Come se fosse tatuato il manufatto
si ricopre necessariamente di una fitta trama di finestre, di fenditure,
di brise-soleil, di tettoie, che sottraggono progressivamente chiarezza
plastica all’insieme. Il secondo tipo di circostanza ostativa rispetto
a una piena plasticità dell’architettura riguarda la dimensione
tettonica dell’edificio. La macchina statica che consente la firmitas si
esplica infatti in una successione di elementi portati, portanti e delle
loro connessioni, anche minute e visibili solo a distanza ravvicinata.
Questo sistema di parti costruttive e delle giunzioni che le uniscono
entra in collisione, anche in questo caso, con la forma del manufatto
intesa come un involucro virtualmente astratto, continuo e soprattutto
monomaterico.
Il terzo tipo di circostanze che si oppone alla
totale identificazione di un edificio con una scultura si riconosce nelle
logiche progettuali determinate dal contesto. Dovendo interagire con
un sistema di tracce - preesistenze, percorsi, accessi, dislivelli - l’edificio
finisce necessariamente con il contaminare la sua potenziale plasticità
autonoma, accettando quei segni che permettono ad esso di
relazionarsi con l’intorno. Sintetizzando quanto esposto finora, si può sostenere che l’essere l’edificio - in ogni caso - un corpo, esso consente
senz’altro di essere composito, vale a dire fatto di parti avverse,
ma solo fino al punto in cui questa molteplicità di elementi, di tessiture
e di materie permette di riconoscerlo ancora come qualcosa di unitario
e di omogeneo.
Edificio per uffici Kuboa Ravenna
Progetto, 1997 Franco Purini e Laura Thermes
Collaboratori Anne-Sophie Nottebaert, Simona De Giuli
Progetto esecutivo, 1998 Franco Purini e Laura Thermes
con arch. Carlo Maria Sadich
Collaboratori
al progetto esecutivo Walter Biancucci, Armando Casali, Roberta Barboni, Cristina di Vita
Realizzazione Impianti 2001-2005 fa Tau Engineering s.r.l., ing. Sergio Lupaccini
Strutture ing. Michele Tiberi
Costruttore Coop Village
Direzione dei Lavori Carlo Maria Sadich
Collaboratori DL Marco Turchetti, Ivan Larcher
Consulenza scientifica Francesco Moschini (A.A.M. Architettura Arte Moderna)
Committente Coop Village
Localizzazione Quartiere Anic - Ravenna
Pubblicazioni Casabella (solo progetto)
Paesaggio Urbano
Considerazioni analoghe a queste appena enunciate
possono essere fatte sulla presenza nell’edificio di valori pittorici.
In questo caso bucature, campiture materiche, eventuali scritte e
insegne trasformano le facciate del manufatto in altrettanti quadri.
Quadri in modo traslato, in verità, perché manca a tali segni un’autentica
intenzionalità pittorica, anche perché essi sono il tramite di alcune
funzioni e della loro comunicazione. In altre parole solo sul piano
della pura analogia si può pensare a una facciata come a una tela.
Un’analogia che è sicuramente importante, ma che non può in alcun
modo superare i vincoli di un’allusività tematica e di parallelismo metaforico,
senza poter stabilire una vera somiglianza strutturale. Da ciò
che si è detto in questo paragrafo risulta che l’ artisticità dell’architettura
non può che essere un’ artisticità ibrida,nella quale gli aspetti plastici
e pittorici sono attraversati, riequilibrati e contraddetti da fattori
eminentemente costruttivi, nei quali gioca un ruolo determinante la
scala costruttivadi un edificio, sempre rilevante per grandezza e complessità
se paragonata ad esempio a quella della scultura.
Nell’ Edificio Kubodi Ravenna, un piccolo volume per uffici progettato
con Franco Purini nel 1997 e ultimato nel 2005, le tematiche
esposte all’inizio di queste note sono trattate in modo diretto e con
una esplicita intenzionalità dimostrativa. In esso i valori plastici convivono
con quelli architettonici riportandosi comunque alla natura del
fatto costruttivo, in un’attenta ricerca di una nuova formulazione della
specificità dell’azione edificatrice. In questo senso ciò che si è cercato
di esprimere è la compresenza di una pluralità di dimensioni figurative
nel tentativo di intercettare e di rappresentare i confini tra linguaggi
contigui ma autonomi.
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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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