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Argomenti di Architettura
Architettura & Città
Società, Identità e Trasformazione
Stefania Suma
Altri musei
Di Baio Editore

Guardando allo scenario artistico contemporaneo e al rapporto che l’opera d’arte instaura con l’istituzione museo emerge in maniera immediata una contraddizione molto forte. Da una parte assistiamo alla concitatissima realizzazione di architetture museali sempre più iperaggettivate e ipertrofiche, in grado con la potenza comunicativa della propria immagine e con la varietà di funzioni nuove ospitate al loro interno di sedurre un pubblico numeroso ed eterogeneo, il quale si reca a visitare queste machine a exposerperché attratto dal loro packaging, piuttosto che dalle collezioni esposte al loro interno. Sono questi i musei che, oltre a dominare la scena urbana con la loro presenza spettacolare, garantiscono grazie alla propria immagine, riconoscibile e seducente, sicuro successo di pubblico a prescindere dalle opere esposte e che Giancarlo De Carlo ha definito come musei dell’iperconsumo, locuzione che ha anche dato il titolo a un importante convegno internazionale curato da Franco Purini, tenuto presso la Triennale di Milano nell’ottobre del 2002, in occasione del quale architetti, curatori museali, critici d’arte ed esperti di comunicazione hanno offerto una lettura polifonica delle più recenti tendenze in atto nel grande sistema dell’arte.

Dan Flavin, installazione luminosa a Santa Maria
in Chiesa Rossa, Milano
Hanish Kapoor, Installazione nella Domcircke, Graz
Richi Ferrero, Lucedotto, instalalzione luminosa
per Luci di artista, Torino

La condizione di ipermuseismo, che si manifesta per la prima volta nel 1977 con l’apertura al pubblico del Centre Pompidou, sofisticata architettura in vetro e acciaio colorato destinata ad accogliere migliaia di visitatori al giorno, negli anni ottanta trova un’ulteriore affermazione in architetture come la Neue Staatsgalerie di Stoccarda, progettata da James Stirling, e l’Abteiberg Museum di Monchengladbach di Hans Hollein, accomunati dalla loro natura di musei, la cui componente liminale si apre verso la città, innescando un gioco di contaminazioni reciproche in base al quale l’architettura espositiva da un lato si insinua nella città, dall’altro da quest’ultima si lascia attraversare. Così lungo questi percorsi architettonici ambiguamente sospesi tra la dimensione caotica della città e l’atmosfera auratica del museo, gli utenti museali e i city’s users si incontrano e si confondono. Un decennio più tardi l’ipertrofia museale trova le sue espressioni più rappresentative in architetture come il Groninger Museum di Alessandro Mendini, il Guggenheim Museum di Bilbao di Frank O. Gehry, il Kiasma Museum di Helsinki, progettato da Steven Holl e ancora il Museo Ebraico di Berlino di Daniel Libeskind, architetture che si inseriscono nella scena urbana come fossero enormi dispositivi scultorei. E ancora uno sviluppo ulteriore nella direzione dell’iperconsumo è rappresentato dai cosiddetti musei-logo che assegnano a un marchio il ruolo di porsi come fattore identitario di un’architettura, come avviene con il MoMA QNS di New York di Michael Maltzan e il Guggenheim-Hermitage Museum di Las Vegas di Rem Koolhaas.

Hanish Kapoor, Installazione nella Domcircke, Graz
Franco Purini, Billboards
per la mostra Arti e Architettura, Genova 2004

Dalla parte dell’arte invece assistiamo al proliferare di espressioni artistiche che sconfinano, debordano, mettono in discussione i territori, trascendono i limiti spaziali imposti dalle istituzioni espositive per dirottareil proprio pubblico verso altri luoghi e nuovi scenari, alcuni anche difficili, respingenti, improbabili. Al di là delle ben note esperienze che i rappresentanti della Land Art compiono all’interno di contesti naturali, ponendosi in totale contrapposizione con i condizionamenti esercitati da musei e gallerie e tralasciando per ragioni di spazio anche i numerosi esempi di parchi sculture che ospitano installazioni di Arte Ambientale, gli ambiti alternativi a quelli istituzionali sono molteplici. Si pensi ai numerosi e recenti episodi in cui l’arte viene esposta all’interno di edifici religiosi, dove sembra permearsi di una rinnovata sacralità, come testimoniano le installazioni di Daniel Buren nella Chiesa dello Spasimo di Palermo, di Dan Flavin a Santa Maria in Chiesa Rossa di Milano, e ancora la scultura che Anish Kapoor realizza per la Domkirche di Graz, per finire con la video-installazione compiuta lo scorso anno da Bill Viola all’interno del Duomo di Milano. Se l’alleanza tra luoghi sacri ed espressioni artistiche è antichissima, va precisato però che gli interventi artistici all’interno di luoghi di culto pongono oggi questioni differenti rispetto al passato in quanto non si tratta più di opere che cercano di instaurare con lo spazio sacro una ideale continuità, ma anzi siamo di fronte a presenze autosignificanti che dichiarano la propria alterità rispetto ai luoghi che le accolgono, luoghi sentiti semplicemente come una delle alternative possibili a musei gallerie, un’alternativa che si dimostra però in grado di assicurare all’opera l’inviolabilità della propria aura.
C’è poi il vastissimo repertorio di opere d’arte che si insediano all’interno degli spazi pubblici per misurarsi con le concitate dinamiche della città e per ribaltare completamente la percezione dei luoghi, come avviene nel caso della mostra ‘Contemporanea’ del 1973, curata da Achille Bonito Oliva e allestita da Piero Sartogo negli spazi del parcheggio
sotterraneo multipiano di Villa Borghese a Roma, progettato da Luigi Moretti, o come più di recente avviene nelle stazioni della metropolitana di Napoli, che ospitando interventi di Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino, Joseph Kosuth, Riccardo Dalisi e molti altri, da luoghi di transito veloce e distratto, si sono trasformate in una sorta di museo obbligato, come lo ha definito il suo ideatore Achille Bonito Oliva.
E ancora un esempio di come l’arte contemporanea invada strade e piazze con la molteplicità dei propri linguaggi è offerta dalla ormai celebre manifestazione Luci di artista che dal 1998 si tiene ogni anno a Torino durante il mese di dicembre e che costituisce una collezione di installazioni luminose di grande fascino, come testimoniano il Tappeto
volante di Daniel Buren o Il volo dei numeri di Mario Merz. E se originariamente questa iniziativa artistica prevedeva che le opere dovessero essere collocate in punti nevralgici del centro storico della città, a partire dalle ultime edizioni invece il raggio di azione si è allargato in maniera tentacolare fino a raggiungere ambiti periferici, come nel caso del Lucedotto di Richi Ferrero, collocato in prossimità di un casello autostradale.

Una delle testate del Museo dell'immagine
nel quartiere di Librino, Catania
Mimmo Paladino, Montagna di sale,
Piazza del Plebiscito, Napoli

E proprio sul tema arte contemporanea e periferia investigano alcune recenti ricerche artistiche e architettoniche, dalle quali emerge la fiducia nelle capacità dell’arte contemporanea di riqualificare e rivitalizzare con la propria irradiante energia i terrain vague metropolitani. È quanto abbiamo visto compiere a Genova da Germano Celant per la mostra Arti e architettura, in occasione della quale oltre all’esposizione tenuta a Palazzo Ducale l’intera città è stata invasa da una serie di installazioni dislocate in punti importanti del centro storico, ma anche da una serie di billboards, ovvero cartelloni pubblicitari di 3x6 m, commissionati ad architetti, artisti e fotografi contemporanei, affissi su tutto il territorio urbano a voler esprimere così la natura ubiquitaria dell’arte.
E ancora un tentativo di irrorare i territori ai margini della città con la presenza vitale e virale dell’arte è condotto nella periferia di Catania, nel quartiere Librino, progettato da Kenzo Tange. Quartiere che doveva essere l’espressione della città moderna e che è diventato invece sinonimo di periferia degradata e afflitta da conflitti sociali violentissimi.
All’interno di questo contesto così difficile Antonio Presti, già ideatore della Fiumara d’Arte di Castel di Tusa, sta portando avanti un progetto assai ambizioso orientato a trasformare questo quartiere di 80.000 abitanti, da luogo di disagio ed emarginazione in centro di creazione e diffusione artistica, coinvolgendo gli studenti delle scuole del quartiere nella realizzazione di un museo dell’immagine.
E un’altra periferia segnata da conflitti e il cui nome è diventato il simbolo dell’emarginazione sociale è il Corviale, ingombrante edificio su cui si sono fatti vari progetti, che vanno dalla sua demolizione al suo recupero secondo nuove forme d’uso. Tra questi c’è quello del gruppo ALTR_a, elaborato in occasione di un workshop organizzato dall’Accademia
Nazionale di San Luca, dal Comune di Roma e la DARC, in occasione del quale alcuni giovani architetti erano stati invitati a riflettere sul rapporto arte contemporanea-museo-periferia. E la proposta di ALTR_a prevede la nascita di cellule espositive all’interno delle unità abitative non occupate, contemplando quindi la possibilità di convivenza della funzione abitativa con quella espositiva e confermando la tendenza in atto da parte dell’arte di diffondersi oltre ogni limite e di intercettare, al di là degli ambiti museali, tutti gli altri luoghi, anche i più inattesi e inimmaginabili, dove possa essere messa in scena.
Di fronte ai molteplici tentativi dell’arte contemporanea di superare i confini museali viene allora da chiedersi se l’arte possa realmente prescindere dal museo o se piuttosto quest’ultimo non rimanga comunque l’esito obbligato di qualsiasi processo creativo, ovvero il luogo dove, come diceva Pierre Restany, continua a compiersi il battesimo artistico dell’oggetto.

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