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esposto nei miei due libri1 - e ora sul sito www.esteticadellacitta.it
- la teoria dell’estetica urbana, che consente di progettare una
città intera - o una sua parte, secondo criteri consolidati e sperimentati
il cui corpus costituisce il fondamento concettuale e pratico di chi intenda
esercitare il mestiere di urbanista, fondamento che - sia detto tra parentesi
- le Facoltà di Architettura oggi non sono in grado di insegnare.
In questa sede voglio sottolineare soltanto un argomento. Perché
un manufatto - una statua o un quadro - possa venire considerato una compiuta
espressione artistica è sufficiente da un lato che sia stato creato
con l’esplicito intento di farne un’opera d’arte e dall’altro
che venga percepito come tale da almeno il suo committente: sicché
la sperimentazione delle avanguardie artistiche di un secolo fa era legittimata
dall’intenzione di creare opere d’arte che, seppure tali spesso
non ritenute dal pubblico, incontravano l’apprezzamento di molti
intenditori. Ma la città europea è un’opera d’arte
formata dalla civitas intera con una serie di decisioni collettive e con
un linguaggio consolidato che tutti i cittadini conoscono per averlo imparato
fin da bambini con la consuetudine della loro città; un’opera
d’arte offerta a quegli stessi cittadini della civitase ai cittadini
delle altre città europee che tutti hanno in comune quel medesimo
linguaggio, costituito da temi collettivi (palazzo municipale, chiesa
principale, teatro, giardino pubblico e molti altri) e da strade piazze
tematizzate (strada principale e monumentale, strada trionfale e passeggiata,
piazza principale e piazza del mercato, e altre ancora) che troviamo in
tutte le città europee a prescindere dalla loro dimensione.
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1.2. A ovest di corso Sempione - qui sottolineata
- la via Scarampo, proveniente da nord ovest, può proseguire
attraverso l’area della Fiera avendo come fondale la chiesa
di Santa Maria delle Grazie |
3. Il quadro dei boulevard, delle passeggiate
e dei viali alberati che costituiscono
la struttura estetica di Milano |
La pretesa delle avanguardie artistiche degli
anni Venti del Novecento di voler rinnovare anche il disegno della città,
scardinando i principi che l’avevano retta da secoli, cancellando
la rue corridor - di fatto strade larghe dai venti ai cinquanta metri!
- per mettere i fabbricati di traverso, e di porre alla berlina le culte
de l’axe, che aveva arricchito le nostre città di prospettive
monumentali, ha prodotto dalla metà del secolo scorso quartieri
moderni disastrosi, privi di senso, che costituiscono quel dramma delle
periferie del quale tanto ci lamentiamo e che tanti danni sociali sta
provocando, ma che gli urbanisti non vogliono affrontare, da un lato perché
ciò implicherebbe una severa e devastante autocritica - perdendo
così ogni titolo per protestare contro leggi urbanistiche che non
consentono o non offrono al
Comune i necessari mezzi per realizzare piani regolatori i cui esiti sono
poi città orrende e invivibili - e dall’altro perché
dovrebbero ricominciare a studiare e imparare gli strumenti tecnici del
loro mestiere.
Come sosteneva Max Planck, le nuove teorie scientifiche ‘non si
impongono tanto per la loro verità, quanto perché muoiono
i sostenitori delle vecchie’, e se questo può venire sostenuto
nel campo delle teorie scientifiche, la cui verità sembra dimostrabile
in modo evidente e indiscutibile, figurarsi in quel nostro campo dell’urbanistica
dove alle rigorose
argomentazioni che correvano nei Congressi degli specialisti nella seconda
metà dell’Ottocento - cui dobbiamo le soddisfacenti periferie
anteriori al 1950 - si sono sostituiti profluvi di invenzioni lessicali
che invece di produrre una bella città (l’ovvio obiettivo
di urbanisti che hanno studiato in Facoltà di Architettura dove
avrebbero dovuto impararne le regole) nella quale i cittadini possano
radicare il sentimento della propria identità, hanno dato luogo
a un immane disastro.
Regola costante di questo deserto concettuale
è l’impiego di categorie a prioricui ricondurre le posizioni
e i punti di vista più vari, estendendo ai campi più disparati
la pertinenza delle medesime assiologie.
Così mi sono sentito dire spesso che, progettare la città
secondo canoni consolidati dalla millenaria tradizione europea, sarebbe
stato come non riconoscere che oggi abbiamo sulle strade le automobili
invece delle carrozze; ed è curioso che questo stesso argomento
venisse evocato agli inizi del Novecento, in una polemica tra Stübben
e Brinckmann (devo pur dire, ben altri contendenti e di ben altro spessore
culturale di quelli contemporanei) dove il secondo rilevava che la modernità
della margarina non avrebbe necessariamente reso obsoleto il burro.
In realtà questo argomento costituisce
l’immotivata estensione al disegno della città dell’asserzione
di Viollet-le-Duc - fondata sull’analisi delle cattedrali gotiche
- che ogni epoca storica produce una propria architettura derivante dall’irrompere
di nuovi materiali, asserzione che ha legittimato la nascita del Movimento
Moderno, ma che nessuno ha mai dimostrato sia estendibile alla città.
Voglio qui mostrare come invece il ricorso alle regole consolidate della
progettazione urbana sia il solo in grado di risolvere i problemi compositivi
posti dalle città contemporanee, ma invece di mostrare progetti
studiati da me, illustrerò il caso dei progetti per il cosiddetto
polo urbano della Fiera di Milano.
La Fiera di Milano ha di recente deciso si spostarsi in una nuova sede
fuori città - progettata da Massimiliano Fuksas - e, per recuperare
le risorse necessarie per costruirla, ha contemporaneamente deciso di
vendere come terreno edificabile l’immensa area che occupava all’interno
della città.
Invece di vendere l’area al migliore
offerente Luigi Roth, presidente della Fiera, ha chiesto che le offerte
economiche fossero accompagnate da un progetto urbanistico, preannunciando
che la scelta sarebbe stata condizionata in primo luogo dalla qualità
del progetto presentato e solo in un secondo tempo, esclusi alcuni progetti
sulla base di un giudizio esclusivamente tecnico, sarebbero state aperte
le buste contenenti le offerte finanziarie dei progetti rimasti in gara,
e l’area ceduta al migliore offerente. Proposito della Fiera era
di offrire alla città progetti di altissimo livello, dal momento
che le cordate di imprenditori interessate all’operazione - cordate
di respiro globale a causa della sua entità - avrebbero fatto ricorso
ai nomi più famosi del panorama architettonico internazionale.
Nominati undici esperti delle più varie discipline - critici di
architettura, io stesso in quanto urbanista, sociologi, economisti e quant’altro
- e raccolti i loro pareri, la direzione della Fiera ha poi effettuato
l’assegnazione: dell’esame che ho compiuto di questi progetti
voglio qui raccontare.
Il Comune di Milano aveva stabilito le volumetrie massime e chiesto che
metà dell’area fosse destinata a un giardino pubblico, senza
tuttavia specificare in che cosa dovesse consistere, o forse dandone per
scontate le caratteristiche assunte da quattro secoli nella tradizione
europea: che sia di forma regolare, sia circondato da strade pubbliche
che ne sottolineinino l’equivalente accessibilità a tutti
i cittadini della città, e sia possibilmente chiuso da una cancellata
come quegli altri che già a Milano esistono.
La Fiera stessa aveva poi suggerito che si
tenesse in conto la giacitura delle strade esistenti e la morfologia della
città, indicazioni alle quali io stesso avevo aggiunto alcune raccomandazioni
di buon senso, ma non cogenti per i progettisti.
Milano è il frutto di una sapiente pianificazione del tardo Ottocento
(il piano Beruto) e del primo Novecento (il piano Pavia Masera) il cui
criterio fondamentale era stato quello di disegnare una serie di tre boulevardconcentrici,
il primo dei quali sulla sede dismessa delle fortificazioni militari spagnole
e i due successivi un poco più esterne, il primo con la larghezza
di 30 metri e i due successivi con la larghezza rispettivamente di 40
e di 50 metri, una sequenza di boulevardassimilabile a quella di Parigi
o di Berlino.
Questo schema a cerchi concentrici era stato poi arricchito da alcune
passeggiate radiali, soprattutto quella conclusa con viale Argonne, lunga
2200 metri e larga 90 metri (come gli Champs Elysées, a loro volta
lunghi 3200 metri) e dall’altra parte della città corso Sempione,
anch’esso largo 90 metri, tema che ritma la conclusione, con il
Cimiero Maggiore, della lunga e straordinaria sequenza che inizia a piazzale
Loreto e attraverso corso Buenos Ayres, porta Venezia con i suoi caselli,
la passeggiata sui bastioni, il giardino pubblico di via Palestro, la
strada monumentale (corso Venezia), la piazza monumentale del Novecento
(piazza san Babila), la strada principale della città (corso Vittorio
Emanuele), piazza del Duomo (che è anche piazza monumentale, nazionale
e di mercato), via Dante (strada principale, monumentale e trionfale in
ragione della veduta assiale del castello), dopo il castello il parco
e appunto corso Sempione, taglia trionfalmente l’intera città.
Era stato poi completato dai viali alberati che fuori le mura collegavano
un tempo le città tra loro e che con la successiva espansione ottocentesca
erano stati inglobati e convenientemente allargati
nella città, diventata così un reticolo di strade a vario
titolo tematizzate che evitavano alle parti più lontane dal centro
di soffrire di quell’emarginazione simbolica alla quale soccombono
i nuovi quartieri progettati dopo il 1950, dove nessuna strada tematizzata
testimonia attraverso la sua visibile grandiosità la loro appartenenza
alla città e neppure li lega al centro cittadino con le efficaci
sequenze di un tempo, e che per questo potrebbero appartenere a qualsiasi
altra città,
luoghi per principio di una irrimediabile emarginazione simbolica.
Ecco allora il nuovo progetto della Fiera diventare l’occasione
per ricucire ed esaltare questa rete simbolica della città ottocentesca.
Sull’area della Fiera convergono tutte le autostrade cha arrivano
a Milano da nord, e se la tagliassimo in mezzo avremmo come veduta finale
la facciata di Santa Maria delle Grazie, uno dei più ragguardevoli
monumenti della città in ragione dell’architettura del Bramante
e del Cenacolo vinciano che vi si trova (figg. 1, 2).
Sembra poi ragionevole completare i boulevard occidentali, riprendendo
la sequenza che tocca piazza Piemonte - una ragguardevole piazza ottocentesca
abbellita da due edifici gemelli a cupola, simili a quelli di piazza del
Popolo a Roma - e che prosegue poi attraverso una piazza tematizzata dal
monumento a Giuseppe Verdi e che termina nella piazza monumentale, ad
architettura coordinata, a suo tempo realizzata di fronte all’ingresso
principale della Fiera.
Meno importante, ma comunque meritevole di venire presa in considerazione,
la sequenza dei boulevardtrasversali, in ragione soprattutto del loro
essere disposti tra due fermate chiave della metropolitana e delle ferrovie
nord (fig. 3).
A queste indicazioni ho aggiunto il suggerimento di ricorrere anche ad
altri temi della tradizione europea, per esempio una bella strada principale
con i suoi negozi, una piazza e, perché no, un grattacielo, tema
collettivo moderno, del quale Milano ha già i due esempi clamorosi
del Pirelli e della Torre Velasca, cui avrebbe potuto dignitosamente affiancarsene
uno nuovo, ad annunciare le sequenze cittadine.
Pare poi ragionevole tenere conto del fatto che Milano si è accresciuta
con isolati affacciati lungo le strade e che quindi non pare né
necessario, né opportuno, ricorrere a tipologie aperte che possono
venire impiegate in qualsiasi altra situazione, anche in aperta campagna
o in un’altra città, senza tenere conto della specifica morfologia
dei quartieri milanesi contermini. I progetti presentati mostrano in generale
la più radicale insipienza del fatto urbano.
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10.11. Terzo progetto |
12. Quarto progetto. I grattacieli del
progetto milanese ... |
Il primo progetto è firmato da David
Chipperfield, Dominique Perrault, Foreign Office Architects, Skidmore
Owens & Merril, Michele de Lucchi, SANAA, MVRDV, Auckett+Garretti,
LAND: come si vede il giardino pubblico è poi un terreno a L non
circondato da strade e neppure da una cancellata, bensì da un canale
leggermente sopraelevato che la prospettiva mostra poi di misera vista;
la visuale di Santa Maria delle Grazie è stata ignorata (senza
che i fabbricati messi di traverso per intercettarla presentino una logica
di qualche superiore ordine formale); il boulevardoccidentale viene interrotto
senza alcuna giustificazione; i boulevarddiagonali non sono raccordati;
i grattacieli sono più di uno e la loro forma pare troppo eccentrica
per costituire un condiviso tema collettivo della bellezza cittadina;
la giacitura degli edifici -
segnatamente quelli a ventaglio - non rispettano il preesistente ordinamento
degli isolati; non esiste una vera piazza e neppure una vera strada (figg.
4, 5, 6).
Il secondo progetto è firmato da Michel
Desvigne, Jean-Pierre Buffi, Pierlugi Nicolin, Italo Rota, Antonio Citterio,
Anna Giorgi, Ermanno Ranzani: il progetto è dominato da una successione
di laghetti che dovrebbero formare un giardino che, seppure non propriamente
definibile come un giardino pubblico con le sue caratteristiche consolidate,
è comunque in sé concluso e affacciato su due spazi pubblici
- ancorché troppo poco distinto dalla sfera privata delle case
- e soprattutto
riprende a suo modo la giacitura dei boulevard occidentali; la visuale
di Santa Maria delle Grazie è tuttavia anche in questo progetto
interrotta senza che ne sia chiaro il motivo, così come è
ignorata la diagonale tra le stazioni; un gruppo di grattacieli verso
nord ovest appare in contrasto con il principio che debba venire previsto
un solo grattacielo;
il modello degli isolati tradizionali è percepito infine come un
suggerimento dal quale poi ci si allontana, disponendo le case con un
modulo quadrato che tuttavia - in apparenza per non apparire troppo antiquato
- non osa ricostituire una strada (figg. 7, 8, 9).
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13. ... e quelli di Shangai |
14.15.16. Il progetto di Renzo Piano |
Il terzo progetto è firmato da Norman
Foster, Frank O. Gehry, Rafael Moneo, Cino Zucchi, Richard Burdett e URB.A.M:
qui la visuale di Santa Maria delle Grazie è salvaguardata - sia
pure con una certa timidezza, come a vergognarsene - mentre il boulevard
occidentale è senza motivo interrotto da un grattacielo; il giardino
pubblico è ovviamente
accessibile, ma è collocato all’interno degli edifici residenziali
ed è quindi un giardino condominiale e non un vero e proprio giardino
pubblico con le caratteristiche che lo rendono tale; ai piedi degli edifici
un lungo nastro di negozi simula una strada principale che tuttavia non
ha riscontro nell’esperienza europea - dove le strade principali
hanno sempre due fronti di botteghe - se non nelle stazioni balneari:
e difatti le prospettive evocano candidamente l’acqua di un laghetto
sul quale si specchia un paesaggio estivo, piuttosto che l’ambiente
urbano di Milano o di un’altra città europea; un largo e
informe spiazzo assume il nome di plaza, con il quale gli architetti americani
hanno in tutto il mondo nobilitato questo genere di piazzali ai piedi
dei loro grattacieli, ma che non hanno nulla a che vedere con una vera
piazza europea, uno spazio chiuso dalle case; il filo degli isolati sulle
strade esistenti è stato qui rispettato, anche se poi i varchi
tra le fronti hanno un aspetto sinuoso che dona all’insieme delle
case la figura di un gigantesco polipo; i grattacieli a loro volta sono
troppi, quasi come se ciascuno dei progettisti di maggior prestigio avesse
partecipato
alla cordata per progettarne uno (figg. 10, 11).
Il quarto progetto è firmato da Zaha
Hadid, Arata Isozaki, Daniel Libeskind e Pierpaolo Maggiora: neppure qui
ci si è presi cura della visuale di Santa Maria delle Grazie, di
nuovo interrotta senza alcun plausibile motivo; neppure qui si è
tenuto in conto la giacitura tradizionale degli isolati milanesi; neppure
qui esiste una piazza, seppure questo nome venga attribuito allo sterminato
piazzale a sud del cerchio del museo; neppure qui si è tenuto conto
del boulevard occidentale; neppure qui il verde costituisce un vero giardino
pubblico, ma è soltanto il giardino condominiale tra le case.
Ma qui il punto stravagante del progetto è la presenza di simultanea
di tre grattacieli - uno per ciascuno dei tre nomi celebri che lo hanno
sottoscritto: ora, un solo grattacielo può costituire in Europa,
come ho già detto, un tema collettivo del quale la città
sarà fiera, ma una selva di grattacieli non evocano qui da noi
una bella città, ma piuttosto l’affastellarsi
dei grattacieli nell’Estremo Oriente, dove nessuno ha mai preteso
che le città fossero belle e dove questi eccentrici mastodonti
sono lì a dimostrare la propensione ad accettare volentieri la
cargo cult dell’Occidente, a prender per buoni certi progetti che
scaturiscono dai cassetti degli architetti, come un tempo le perline e
le sveglie dalle stive delle navi, che i selvaggi appendevano al collo
come ora infoltiscono il nuovo centro di Shangai (figg. 12, 13).
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14.15.16. Il progetto di Renzo Piano |
Soltanto Renzo Piano ha interpretato bene
il tema presentando un progetto nel quale il giardino pubblico occupa
la metà dell’area, è contornato da strade, ed è
recintabile; la visuale di Santa Maria delle Grazie è salvaguardata
e sottolineata almeno da un filare di alberi; la sequenza dei boulevard
occidentali è ben mantenuta; abbiamo poi una
parte dell’edilizia, quella non residenziale, affacciata su una
vera e propria strada principale con i suoi negozi da entrambi i lati
e le case, seppure non allineate lungo la strada vi fanno ragionevolmente
capo; la strada è poi ritmata da una piccola piazza triangolare
racchiusa tra le case; infine il grattacielo, ergendosi solitario, ben
si presta a costituire
un nuovo tema collettivo della città (figg. 14, 15, 16).
I dirigenti della Fiera, scartati i due primi
progetti prima ancora di prenderne in considerazione l’offerta economica,
protetti dal giudizio positivo dei consulenti dell’architettura,
hanno scelto il progetto di Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind,
la cui offerta superava di cento milioni quella dei promotori di Renzo
Piano. Ma il progetto di Piano ha destato subito il generale consenso,
dimostrando che il linguaggio consolidato della città europea è
tuttora il più appropriato per progettare nuovi quartieri, e che
quanti sostengono che il millenario mestiere di progettare le città
con quel linguaggio sia un atteggiamento arcaico e che occorra qualcosa
di nuovo, devono pur arrendersi all’evidenza non soltanto del confronto
tra questi progetti, ma anche del fatto che il progetto migliore, così
apparentemente tradizionale, è tuttavia firmato da un architetto
del quale nessuno oserebbe contestare la modernità.
1. L’estetica della città europea,
Torino, Einaudi, 1993, 2005; Costruire le città, Milano, Skira,
2005.
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