| Premessa
Questo è un giro abbreviato, sintetico, piccolo in tutti i sensi,
perchè l’obiettivo di esplorazione finisce per spostarsi
dall’esterno all’interno, come se l’eco della realtà
esterna possa essere raccolto in una conca sonora protetta e circoscritta
(fig. 1).
Il luogo che si visita è Gibellina, di cui negli ultimi temi si
è sentito parlare con un’attenzione più marcata. Le
critiche sono certamente utili per dare la misura appropriata alle cose,
però a volte raggiungono punte puramente polemiche, tanto da ingenerare
confusione.Mi ricordo che una piazza veniva considerata priva di spazi
di sosta. Mi risultò strano che il giornalista non avesse visto
quante possibilità di socializzazione offrisse quello spazio. Avevo
pensato di misurare quante decine di metri lineari di panchine fossero
state sistemate ai lati fra un pilastro e l’altro, ma poi lasciai
perdere.
Sembrava tuttavia che da un pò di tempo fosse uno sport di moda
parlare male della ricostruzione della valle del Belice e chi non era
d’accordo diventava tout court un complice della mafia.
In quei giorni avevo anche letto della scomparsa del maestro Consagra
a Milano e della sua volontà di essere sepolto a Gibellina. Un
quotidiano nazionale portava uno scarno trafiletto che indicava il giorno
in cui sarebbe arrivata la salma al cimitero della città. Non sapevo
altro, ma quel giorno feci in modo di essere presente.
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Camerino. L’interno del teatro
comunale |
Roma. Verso largo S. Susanna |
Tusa. Scultura nella fiumara d’arte |
Gibellina, mercoledì 20 luglio
2005
Appoggiato ad un pilastro dell’ala lunga del portico, vedevo affluire
gente da tutte le parti. Entravano nella piazza senza fretta, come fanno
le persone che sono del luogo. C’erano visi cotti dal sole, i più
anziani, ma soprattutto facce di gente giovane, ragazze e ragazzi. Coloro
che si vedevano arrivare con andatura più frettolosa erano quelli
provenienti da fuori città, i familiari e altra gente importante,
forse da Palermo o da altri posti più lontani.
La piazza ancora aveva al centro uno spicchio di sole e un gruppo si assiepava
all’angolo delle due ali del portico attorno ad un vecchio magro,
severo ed elegante, in un vestito color cannella e con un panama bianco.
Quando l’ultimo raggio di sole fu nascosto dalla quinta degli uffici
del municipio, tutta la platea occupata dalle sedie di plastica bianca
con i fori radiali nella spalliera si riempì di persone.
La gente che ancora affluiva s’incanalò nel corridoio tra
le sedie ed i portici. Poi cominciò la cerimonia funebre di commiato
in onore dello scultore Pietro Consagra, che aveva espresso la volontà
di essere sepolto nel cimitero di Gibellina, pur essendo nato a Mazara
del Vallo. Una lunga fila di ragazzi delle scuole elementari e medie passò
in silenzio posando un fiore sulla bara. Un ensamble da camera con musicisti
venuti da Palermo suonò brevi arie dalle musiche di scena di un’opera
di Eliot, musicata da D’Amico, fu recitata l’orazione funebre
da parte di un critico musicale, la figlia commossa ringraziò i
presenti e lesse un telegramma del presidente della repubblica, parlò
il sindaco giovane e brillante e concluse la parte oratoria un impacciato
onorevole rappresentante della Regione. Prima aveva parlato in un silenzio
assoluto il vecchio magro, che avevo visto all’inizio con il panama
bianco.
Le sue parole dal tono basso e profondo tracciarono sinteticamente l’esperienza
artistica e sociale di Consagra in rapporto alla nascita faticosa di Gibellina,
vissuta all’insegna del concetto di arte totale.Disse delle riunioni
con la gente all’interno delle baraccopoli e delle discussioni con
gli artisti che presentavano le loro opere. Parlava lentamente
e a voce bassa, ma le sue parole risuonavano chiare nell’aria della
sera, come fossero scolpite sulla pietra.
Mi sembrò di essere in una città della Magna Grecia tanti
secoli fa e che il popolo commemorasse il suo eroe eponimo.
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Gibellina. Dentro il cretto |
Gibellina. La porta del Belice |
Gibellina. Il Meeting dietro il palazzo
Di Lorenzo |
Capii in quel momento di Gibellina più
di quanto avessi mai appreso dai libri o visto e disegnato intensamente
nei periodi trascorsi sul posto. Certo contribuì la presenza delle
persone, così ampia e partecipe attorno alla salma dell’artista,
che ritornava nella sua patria, accolto come un eroe, ma anche l’atmosfera
rievocata dalle voci poco prima ascoltate, che pronunziavano la parola
Belìce, nel modo giusto e naturale. Per chi, come me, è
stato per anni convinto ell’accentazione
sulla prima sillaba per averla sentita pronunziare in questo barbaro modo
ripetutamente (non so per quale diffusione insistita dei mass-media),
la parola Belice acquistò un suono più limpido e musicale
e un carattere amichevole e cordiale.
La cerimonia si avviava verso la conclusione, quando il sestetto di musicisti
attaccò con i fiati le note dell’overture dell’ Opera
da tre soldi di Weill, allora mi allontanai in silenzio con i miei amici
dal luogo della cerimonia per raggiungere il parcheggio e far ritorno
a casa (dovevamo arrivare all’altro capo dell’isola).
Mentre uscivo dalla grande piazza, pensai alla mattina quando eravamo
andati a visitare la camera ardente, posta nella sala al piano terra all’interno
del lato corto dei portici. C’era poca gente e la bara era collocata
al centro del grande salone tra due guardie d’onore. Sulle pareti
laterali erano sistemati su piedistalli alcuni plastici e dei pannelli
con numerose foto della costruzione della città con la presenza
del maestro, che figurava in varie occasioni insieme ai cittadini.
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Gibellina. All’entrata della piazza |
Gibellina. Dal portico della piazza |
Vagavo nel portico guardando l’architettura
e la gente che entrava, preso da una commozione che mi aveva colpito all’improvviso
e che riuscivo a stento a nascondere. Cercai il taccuino e, con le spalle
appoggiate al muro esterno della sala, disegnai ciò che vedevo
tra il portico, la piazza e l’orizzonte. Ricordo che le mani erano
ferme, ma che sentivo come un nodo alla gola; tuttavia la tensione accumulata
svanì a poco a poco con il lavoro paziente sul taccuino, nel tracciamento
dell’ombra, che il sole delineava sulla torre civica e sulla sfera
emergente dalla chiesa madre.
Non so che cosa riesce a trasmettere ora quel disegno, eseguito in quell’atmosfera
sotto i portici, ma a me, quando lo rivedo, ritorna in mente la commozione
di quella giornata.
Nel pomeriggio durante la cerimonia funebre non pensai neppure a prendere
la penna e tentare di eseguire uno schizzo; ero troppo coinvolto da uno
spettacolo inaspettato. La grande piazza, che avevo sempre visto il più
delle volte deserta, si era popolata quasi magicamente di persone vere
e commosse in un tramonto estivo dai colori splendidi
e luminosi.
Avevo assistito ad un rito, più che ad un evento, che dava la cifra
della qualità urbana (o del senso della polis) di una comunità.
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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
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