| Architettura
e Arte hanno, entrambe, a che fare con il termine progetto; 1 entrambe
sono sostenute da una intenzionalità proiettiva che manipola la
‘rappresentazione’ del reale, ed è proprio per sottolineare
questa particolare relazione con la realtà che facciamo intervenire
il termine ‘immaginazione’. Abbiamo sufficienti ragioni, oggi,
per interrogarci sulle nostre facoltà immaginative, in un momento
in cui nel nostro universo di artefatti architettonici, sono comparse,
con crescente frequenza, strane apparizioni, che hanno scosso le nostre
abitudini e le nostre attese percettive; quasi un’ altra faunalontana
da ogni riferimento stabile, certo, consolidato rispetto a ciò
che abbiamo chiamato architettura o sperimentato come città.2 Mi
riferisco a diverse e ormai numerose esperienze accomunate
dall’utilizzazione di tecnologie digitali, che si propongono come
‘avanzamento’ logico-concettuale del progetto sostenuto dal
‘pensare digitale’ sviluppate nei laboratori dell’ipermodernità,
e diffuse dalle pervasive reti della comunicazione di massa.3 Così
si incominciano a vedere gli effetti che derivano dall’utilizzo
inconsapevole di queste nuove raffigurazioni alle quali si attinge come
fossero prodotti di cosmesi, grandi barattoli di cipria, contenitori di
rosee e profumate illusioni con le quali si tenta di imbellettare il consunto
volto della vecchia architettura e della città.
Troppe immagini, poca immaginazione?
La mia convinzione è che difficilmente potremo assumere qualche
criterio di confronto con queste e con le altre esperienze di produzione
formale della contemporaneità, se restiamo al livello dell’immagine
e non riconsideriamo l’immaginazionee il suo significato sociale.4
Per tutta la seconda metà del Novecento (il secondo lungo dopoguerra)
la riflessione sugli aspetti immaginativi del progetto è rimasta
sullo sfondo. Le traumatiche esperienze della prima metà del secolo,
impedivano alla seconda di sollevare il velo, di liberare nuovamente il
pensiero immaginativo che è stato esorcizzato tramite scoppi apparentemente
rivoluzionari (l’immaginazione al potere con tutte le possibili
radicalizzazioni dell’utopia) o irretito nel paludamento ideologico
dell’impegno politico dell’intellettualità.5 Alle prese
con gli sbandamenti più recenti, credo si debba insistere nuovamente
sulla funzione del progetto nella costruzione dell’immaginazione
sociale e, reciprocamente, sull’importanza dell’immaginazione
sociale nella costruzione del progetto.
|
|
SoftOfficeUK, Nox, 2000 |
(Un) Plug Building, Francois Roche e
Stephanie Lavaux, 2001 |
Il progetto interpreta e decodifica la realtà
sociale attraverso le rappresentazioni simboliche, le rielabora, le consolida
e le trasforma: opera costantemente sul limite, fra congruenza e incongruenza,
fra utopia e ideologia, dove si colloca la frontiera della libertà
e dove si gioca la battaglia più importante. E dunque, da un lato
concordo con Marco Romano che invita a non essere incolti, superficiali
o stupidi nel manovrare la grande eredità simbolica delle immaginazioni
collettive che hanno reso possibile la città e l’architettura.
I margini di invenzione, ha detto Marco, sono modesti. Io non concordo
sulla loro ‘modestia’; sono molto complicati ma importanti:
il progetto ha sempre il compito di esplorare l’incongruenza
possibile, non per il gusto dell’invenzione, ma perché è
l’unica verifica delle nostre rappresentazioni, sempre in bilico
fra la stanca ripetizione (ideologica) o la fuga immaginifica nell’altrove.
Ha parlato, Marco Romano, di un deposito, di un magazzino dove stanno
i tematismi collettivi, i simboli dotati di senso che si sono esplicitati
in forme spaziali e temporali della città, ai quali possiamo ancorarci.
Ma c’è anche uno scantinato, come ci racconta Calvino per
la città di Teodora; questa città aveva combattuto in tutti
i modi possibili per eliminare ‘l’altra fauna’, tutti
gli insetti pericolosi, innocui o fantasiosi, contro i quali pensò
di aver vinto la sua battaglia, isolandoli negli scantinati; fino al giorno
in cui gli ircocervi, le arpie, gli unicorni, i basilischi e via dicendo
si rimpossessarono nuovamente della città. Se abbiamo l’impressione
che l’ altra faunaci stia invadendo allora dobbiamo imputarne le
ragioni alla stanchezza immaginativa che ha caratterizzato la cultura
europea forse più che le altre culture con le quali la globalizzazione
ci fa confrontare. Quello che sembra certo è
che la ricerca architettonica (e più ancora quella urbana) ha fatto,
per troppo tempo, a meno dell’arte e di una rielaborazione simbolica
e dunque di immaginazione.
|
|
Excideuil Folie, dECOi Architects, 2001 |
Maison Dom-In(f)o, DR_D LAB, 2002-2003 |
È l’arte che frequenta più
gli scantinati che gli archivi e i magazzini; è l’arte che
addomestica l’ircocervo, le arpie e gli unicorni, rendendoci domestiche
e comprensibili anche le nostre rimozioni, dando corpo alle nostre recondite
aspirazioni di libertà. Questo orizzonte immaginativo era ben presente
in Louis Kahn: amo iniziare, diceva, perché è all’inizio
del progetto che ci sono le vere domande, del perché e del che
cosa è. Molti progetti di oggi non mi sembra che inizino, ma assurdamente
si complicano in sempre più raffinate elaborazioni di figure, quasi
che l’obiettivo fosse la libertà dell’immagine e non
quella, assai più significativa, dell’immaginazione; presente
in Aldo Rossi, la cui opera, teorica e pratica, è tutta una profonda
riflessione sull’immaginazione. Se devo parlare dell’architettura
oggi, della mia o di quella di altri, ritengo sia importante illuminare
i fili che riconducono la fantasia alla realtà e l’una e
l’altra alla libertà ... E io credo alla capacità
dell’immaginazione come cosa concreta, concetti che esprime, in
forma metaforica, con la città analoga. È a commento di
questa tavola che specifica, infatti, il suo ammonimento: immaginazione
nelreale, non immaginazione delreale. Questo è il vero discrimine:
alle volte si pensa di poter acquistare maggiore libertà immaginativa
rifiutando il fardello che la realtà sociale e la cultura ci impongono;
e allora si cade vittime di astratte utopie o di pretese ideologiche o
di altri padroni; il vero problema è star dentro, dentro la realtà
sociale, dentro la cultura, dentro l’architettura, dentro la città,
esplorando in questa internità tutte le possibili libertà.
E in questa battaglia arte e architettura non solo sono alleate, ma comprovano
e rafforzano la loro radice comune.
1. Mestieri progettanti sono stati definiti
da Pippo Corra nel suo intervento al Seminario (Arte Architettura, Camerino
2005).
2. La critica che in questa sede ha svolto Marco Romano sulle proposte
presentate al concorso per la Fiera di Milano non lascia dubbi sul fatto
che è stato completamente espunto il riferimento ai modi canonici
di interpretare la città e, nella fattispecie, ai tematismi collettivi
che hanno fondato la città europea.
3. Ci si può riferire al catalogo della prima biennale di architettura
di Pechino 2004; o ad altri cataloghi come quello della mostra di Graz
Latents Utopias o quello del Centro Pompidou Architetture no-standards,
per citare i più noti.
4. Aveva iniziato negli anni ’30 del secolo scorso Karl Mannheim
a interrogarsi sui meccanismi (sociologici) che presiedono al costituirsi
di quelle grandi immaginazioni collettive che sono le ideologie e le utopie.
Karl Mannheim, nel riflettere per la prima volta in modo sistematico su
queste faccende, considerava due fondamentali patologie del pensiero immaginativo,
identificate con l’Utopia e l’Ideologia, nelle quali riconosceva
i frutti malati delle culture europee dei primi anni ’30. Entrambe
sono figure di non congruenza con la realtà sociale; la prima perché
non ritiene possibile strutturare significati se non immaginando l’altro
e l’altrove; la seconda perché non opera nella realtà
sociale, ma perché ad essa sovrappone una propria visione convenientemente
deformata. 5. Per altro incapace - come argomentava polemicamente Tafuri
- di una autentica posizione nei confronti della realtà sociale.
|
|
www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali |
|
|