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una villa anni’ 30 vicino alle Terme di Caracalla.
Costruita nel 1934 sull’area del parco settecentesco
di Villa Pepoli, questa villa classicamente razionale si prestava assai
bene a diventare l’abitazione di un gallerista innamorato dell’arte
povera e minimale.
Cercava un interno con grandi superfici bianche dove disporre le sue opere,
spesso bianche e geometriche, e qui l’ha trovato; perché
era importante per lui rispecchiarsi in oggetti artistici che tendono
al sublime.
Servizio e testo di Walter Pagliero
Foto Marina Papa
I presupposti erano chiari: tante opere di artisti minimalisti
necessitavano di uno spazio minimale, geometrico e senza fronzoli.
Questa era la principale esigenza del padrone di casa, un gallerista nato.
Si può dire figlio d’arte, perché suo nonno aveva
una collezione di pezzi di scavo etruschi e romani tuttora sotto la tutela
delle Belle Arti, e lo ha incoraggiato fin da bambino ad apprezzare sia
l’archeologia che l’arte in generale. Verso i 18 anni, con
i primi soldi che era riuscito a mettere da parte, ha iniziato a comprare
quadri di contemporanei italiani, poi negli anni ‘60 il colpo di
fulmine: l’incontro con l’arte minimale e concettuale.
L’esterno della villa è
stato conservato
per il suo sapore tradizionalmente romano.
Biografia
PINO CASAGRANDE
gallerista
Nato in una famiglia dove il collezionismo era di casa, fin da
giovane cerca di acquistare dipinti di giovani artisti poco costosi
ma promettenti. E già alla fine degli anni ‘60 conosce
un gallerista parigino, Ivon Lambert, che gli fa scattare l’interesse
per l’arte concettuale e minimale di cui oggi è in
Italia il maggiore esperto, oltre che buon collezionista
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Qualità dell'intervento
Centralità del progetto: una casa pensata come
uno spazio aperto per far vivere al meglio una collezione di opere concettuali
e minimaliste.
Innovazione: si è rinunciato alla scansione degli spazi originali
della tradizione romana (rivista negli anni ‘30) a favore di una
libertà compositiva maturata in un’altra tradizione: quella
dei loft.
Uso dei materiali: domina il bianco assoluto di pareti
e soffitti, che poggia su pavimenti di un beige molto chiaro, per creare
la luminosità più consona alla valorizzazione delle opere
d’arte.
Nuove tecnologie: sistemi d’allarme anti intrusione
molto sofisticati.
Nella foto qui sopra, domina nella struttura l’impostazione simmetrica
continuamente contraddetta dalla disposizione delle tante opere sulle
pareti. Ne viene molto valorizzato il quadro di Sol Lewitt al centro della
parete.
Nelle due foto a sinistra, due dettagli della disposizione accurata
delle opere in questo spazio che rivela continuamente scorci su altre
opere.
A destra, la parete verdina serve per dare una pausa all’ossessione
del bianco.
Il rapporto tra lo spazio e le opere
Sono opere dove il supporto materiale è minimo, essenziale, ma
in grado di comunicare sul piano delle idee e delle percezioni sensoriali
che diventano esperienze esistenziali. È un mondo di idee platoniche
che parla soprattutto agli iniziati e lui, il gallerista, è pronto
a “iniziare” chiunque voglia inoltrarsi in questo cosmo rarefatto.
Vivere dentro a
tale tipo di arte può essere visto come una forma di ascesi paragonabile
al misticismo di un eremo francescano che, anche se trasferito nel chiasso
newyorkese, rimane protetto da ogni intrusione e difeso dal suo stesso
rigore intellettuale.
“Ho voluto creare una specie di casa Guggenheim - dice il gallerista
- anche se la mia collezione non è certo di quel tipo (cioè
una casa museo) dove vivere in mezzo alle opere ricevendo e ospitando
gli amici.
Per adattare la casa al mio genere ho lasciato l’esterno della villa
così com’era, di un neoclassicismo romano piuttosto fantasioso,
mentre nell’interno ho creato grandi spazi pensati per l’esposizione
delle opere, arredati con pochissimi mobili minimali, come in altre case
di collezionisti a Parigi, Londra o New York. In origine c’erano
solo stanze dai volumi
semplici sottolineati da banali cornici: al loro posto ho preferito creare
un rigoroso spazio contemporaneo aperto come un loft. Tra l’altro,
appena fuori dal giardino si vedono i ruderi delle Terme di Caracalla,
uno dei più imponenti resti dell’architettura romana imperiale.
Geniale la trasformazione di questo pilastro portante non eliminabile:
è stato inserito in un arco murario con un gioco formale che ricorda
certe opere astratte esposte nella casa. Sopra di esso è poggiato
uno schermo molto basso su cui vengono proiettate immagini fisse e i programmi
televisivi.
Nella foto in basso, lo stesso pilastro visto da dietro con scorci molto
scenografici delle scale e del soppalco.
Quando Sol Lewitt è venuto per studiare in loco la collocazione
della sua opera (il trapezio che sta in fondo al salone sopra un sarcofago
romano del II sec.d.C.), si è compiaciuto di questa vicinanza con
l’arte e l’architettura antica. Infatti stanno benissimo insieme,
sembrano provenire da una stessa dimensione dello spirito, e le diversità
sono solo dovute ai tempi molto cambiati.
Forse tra i miei due amori (l’arte classica e quella contemporanea
minimale) vi è una profonda interazione resa
possibile dalla costante ricerca di una classica armonia.”
Molte parti della casa sono state ristrutturate
creando soppalchi e spazi comunicanti come in un loft.
I mobili scelti per arredare questi spazi sono quelli disegnati dai grandi
maestri del razionalismo, come il lettino da relax di Mies van der Rohe
(in basso) e la chaise longue di Le Corbusier (in alto).
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