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globalizzazione sempre più incombente spinge molti designers a
guardare in modo nuovo al mercato.
Una panoramica sulle attuali tendenze
del disegno industriale.
interviste a cura di: Giacomo
Cornelio e Maria Galati architetti
Parlando con i giovani designers attivi nel
capoluogo lombardo ci si rende conto della grande varietà di idee
e dei multiformi comportamenti che rendono questo settore vivo, aperto
al nuovo e anche un po’ caotico. Oggi per creare innovazione si
fa ricorso a nuovi materiali e a tecnologie avanzate spesso riprese da
altri settori , ma molte sono le remore: talvolta i nuovi materiali risultano
più costosi e difficili da utilizzare nelle strutture produttive
preesistenti, e le nuove tecnologie richiedono nuovi investimenti a breve
termine a cui l’azienda spesso non è predisposta. A tali
carenze può supplire solo la creatività del designer, a
cui si chiede di dare valore aggiunto al prodotto sempre e in ogni situazione.
In certi casi non c’è sintonia tra ruolo creativo e ruolo
produttivo, perché diversa è la formazione e la cultura
di riferimento; il designer si trova così a un bivio: rimanere
fermo a un canonico rapporto tra forma e funzione, o sposare le nuove
strategie del mercato di massa progettando col metodo del restyling per
inseguire le debolezze e le infatuazioni dei consumatori?
Nelle foto: 1. Zerbino sonoro “Cicalino” design Denis Santachiara,
Domodinamica
2. Tavolo basso multifunzione “Tempura” design Giovanna Azzarello,
F.lli Orsenigo
3. Porta asciugamano”Essenze” design Bjørn Blisse,
Metaform
4. Tavolo “Abaco” e sedie “Amaranta” design Cappelletti
e Pozzoli, Pellizzoni Cuoio
Per esempio, quando gli viene chiesto di disegnare
un prodotto dall’aspetto ipertecnologico per i giovani e lo stesso,
ma in una versione più rassicurante, per gli anziani? Per chi ha
una coscienza etica della professione la domanda diventa: è lecito
“mentire” sulla forma per farne sembrare i contenuti più
tecnologici di quanto in realtà non siano?
Per alcuni assolutamente no, perché l’industrial design ha
una imprescindibile funzione educativa, quella di contrastare la tendenza
del consumatore a indulgere verso apparenze “gonfiate” e frivole
per farlo ritornare ai reali bisogni dell’ergonomia e alla semplicità
costruttiva utile all’industria. Ma nell’attuale panorama
produttivo molti sono i soggetti che preferiscono utilizzare la logica
delle mode, anche quelle più trendy, sposando la prassi di produrre
in Cina per abbattere i prezzi. A questo punto cosa rimane dell’orgoglio
che ha sempre contraddistinto il classico designer milanese? Soprattutto
una cosa: la capacità di mettere idee nelle forme, in forme ogni
volta nuove che spesso sanno sorprendere e sedurre, creando di volta in
volta i metodi e gli strumenti più idonei per far diventare valida
realtà un aereo parto della fantasia.
I NUOVI MATERIALI
Per Lucci e Orlandini l’utilizzo di nuovi materiali serve da stimolo
per aprire le porte verso forme nuove, nuove
soluzioni e rinnovate metodologie, partendo da una seria indagine funzionale,
produttiva ed ergonomica. Per sperimentare materiali innovativi hanno
organizzato in studio un ampio laboratorio in cui tagliano, saldano, stratificano
scocche per realizzare modelli in scala reale e prototipi funzionanti.
Ma non sempre le aziende si dimostrano aperte alle novità, perché
intimorite dai lunghi iter progettuali, dai risultati incerti e dai costi
elevati che la ricerca comporta.
C’è chi invece, come Daniele Loscalzomoscheri, all’utilizzo
di nuovi materiali arriva da tutt’altra strada: quella della ricerca
degli style symbols personalizzati dove l’ego del consumatore risulti
appagato da oggetti up-to-date. Tutto in nome della libertà espressiva,
che permette qualsiasi mix di forme e materiali per arrivare a una casa
“totale” dove si realizzano puntualmente i gusti di ciascuno.
Anche Stefano Giovannoni preferisce lavorare, anziché con aziende
design oriented come accadeva in passato, con ditte che operano nel mass
market, dove non ci si rivolge più al consumatore con un solo prodotto,
ma è compito del designer connotare con forme diverse le diverse
identità degli acquirenti: da quelli più fashion a quelli
family, dai giovanissimi agli anziani, eccetera. Per Giovannoni l’utilizzo
di nuovi materiali e tecnologie è finalizzato alla creazione di
oggetti di successo concepiti come merci al di fuori di ogni condizionamento
di carattere ideologico.
5. Aspirabriciole design Stefano Giovannoni, Alessi
6. Chaise longue e divano, “Grandprix” Lucciorlandini design,
Biesse 2000
7. Lampada da parete “Diapason” design Ilaria Marelli, Fabas
8. Cabina armadio “Rimmel” design Daniele Loscalzomoscheri,
Albed.
Anche per Cappelletti e Pozzoli il punto
chiave per un buon design è la continua sperimentazione di materiali
unita
alla ricerca tecnologica, ma sulla base di una perfetta intesa con le
aziende che devono essere disposte a investire in prodotti che hanno un
mercato.
Bjørn Blisse indica più specificamente nei materiali plastici
e nel loro accostamento a materiali tradizionali il più ricco
campo di sperimentazioni, in particolare quando si usano plastiche di
qualità superiore come il SAN, che ha una perfetta trasparenza
e un senso tattile molto caldo e piacevole.
L’attenzione ai nuovi comportamenti e ai nuovi gesti della gente,
con un pizzico di ironia, è il punto di partenza di Ilaria Marelli,
che cerca di concretizzarli in oggetti che sfruttano molti materiali e
molte nuove tecnologie, anche quelle finora circoscritte ai settori dell’alta
tecnologia.
Il “rapid prototype” (una sorta di stampante che produce prototipi
in tempo reale) è la musa più affascinante per
Denis Santachiara, perché permette di realizzare gli oggetti immaginati,
anche quando sono uno dentro l’altro o con
sottosquadri impossibili da fare in altro modo. Collegato a un programma
come Rhino si possono progettare strutture
aperte su cui operare varie personalizzazioni.
W.P.
Prodotti multifunzione pensati per
ambienti sempre più piccoli
Giovanna Azzarello crede nella funzione
sociale ed educativa della figura del designer che deve saper coniugare
forma e funzione, senza esasperazioni estetiche.
Qual è secondo lei il ruolo
del designer?
Secondo me la figura del designer dovrebbe svolgere una funzione sociale,
educativa all’interno della nostra società. Il designer con
la sua sensibilità artistica e e teorica ha il compito di progettare
degli oggetti utili ed educativi. Per me ogni oggetto ha tre funzioni
diverse: simbolica, utilitaria ed educativa. La funzione simbolica è
legata al concetto di status simbolo, ossia legata al prestigio che deriva
dal possedere quell’ oggetto, ed è indipendente da quella
utilitaria ed educativa. La funzione utilitaria è racchiusa nella
funzione dell’oggetto progettato. La funzione educativa, invece,
introduce il concetto di forma nell’industrial design. Oggi la produzione
industriale sta mettendo in crisi il rapporto forma-funzione, disorientando
il consumatore. Vengono messi sul mercato molti oggetti dalle forme aggressive
ed esasperate, poco ergonomici che hanno esclusivamente la pretesa di
apparire. Tutto questo, fa si che il consumatore si allontani sempre di
più dai prodotti di design rimanendo legato ai prodotti del passato
che lo fanno sentire sempre più sicuro.
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Giovanna Azzarello è nata a Milano, dove a
23 anni consegue la laurea in architettura e contemporaneamente
apre il suo studio
professionale. Si occupa di industrial design, e anche se le
chiedono prodotti solo estetici, insiste nello studiare con
metodo il rapporto forma/funzione appoggiandosi per la ricerca
al Centro “Nostra Famiglia” di Bosisio Parini. Si
dedica anche all’edilizia residenziale.
(Un esempio di ristrutturazione nel servizio: “Rigore
funzionalista ed estetica minimale”, da pag 22). |
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Ha sperimentato dei nuovi materiali?
O ha utilizzato dei materiali in modo nuovo?
Per il tipo di prodotti da me progettati non si è sentita la necessità
di sperimentare nuovi materiali, importante è invece l’aspetto
tecnologico.
Che ruolo svolge la tecnologia nel
suo modo di progettare?
Non è tanto la ricerca di materiali nuovi, l’idea guida del
mio percorso progettuale, ma l’attenzione innanzitutto alle esigenze
moderne ossia alla sempre diffusa necessità di vivere in ambienti
sempre più piccoli. È questo che mi spinge a pensare dei
prodotti non fine a stessi, ma direi “multifunzione”. Le parole
chiave dei prodotti che saranno presentati
al prossimo Salone del mobile sono componibilità e trasformabilità.
I miei oggetti sono pensati per un’utenza ampliata, che grazie alle
tecnologie moderne, tengono presente la sicurezza e l’evoluzione
abitativa, creando così degli oggetti che nella loro bellezza rimangono
sempre molto razionali e funzionali. Questa sensibilità alla progettazione
nasce dalla mia idea che è fondamentale, sia da parte del designer
che da parte dell’azienda, curare molto l’ingegneria del prodotto
e non farsi condizionare dalle mode culturali, che sono spesso devastanti
e portano ad un appiattimento
della produzione industriale. Penso che per uscire dalla crisi progettuale
del design odierno è necessario che il designer instauri con il
produttore un rapporto più compatto, fino a considerarsi parte
di una stessa identità. (Nelle
immagini il divano trasformabile “Cartesio”, Adile salotti)
Progetto e produzione tecnologia
e materiali al servizio delle idee
Bjørn Blisse ha fondato nel
2003 il gruppo di design “Transalpin”, impegnato soprattutto
nel campo della ricerca di nuovi materiali e delle loro applicazioni.
Qual è la tua filosofia di
progetto?
Nel fase di progettazione cerco di creare degli oggetti che siano semplici,
ma allo stesso tempo funzionali, che possano cioè dare il loro
piccolo contributo a rendere più piacevole la vita quotidiana.
Che importanza hanno i materiali nei tuoi progetti?
Il connubio tra i materiali plastici e le nuove tecnologie riesce a dare
forma ai progetti più disparati. Nel mio caso l'utilizzo dei materiali
plastici di alta qualità, la combinazione del SAN colorato trasparente
e l’ABS cromato, mi hanno dato la possibilità di creare degli
oggetti in plastica con un'estetica nuova, giovane e soprattutto di valore.
Quindi è fondamentale per
la nascita di prodotti di alto livello l’uso di tecnologie moderne?
Il miglior modo per poter spiegare quanto la tecnologia sia stata importante
nell’aiutarmi a concretizzare le mie idee è parlarvi delle
mie linee progettate per la Metaform®. La semplicità della
serie “Essenze” (foto 1) richiede una grande attenzione al
processo produttivo. I tre materiali utilizzati in questo prodotto sono
ben diversi tra loro ed hanno delle caratteristiche tali da richiedere
anche delle tecnologie diverse nel processo produttivo.
L'ottone è un materiale metallico molto preciso che ha delle tolleranze
minime, e nel mio caso viene abbinato col legno, un materiale naturale
che ha già per di sé delle irregolarità, in più
viene aggiunto il contenitore di resina, un altro materiale naturale che
di nuovo ha tolleranze diverse. Tutte queste difficoltà combinate
assieme sono una grande sfida per la produzione. Per esempio: per la resina
vengono utilizzati normalmente degli stampi in silicone, invece per i
contenitori della serie si va sugli stampi in metallo per ottenere risultati
più precisi.
Bjørn Blisse, è nato
in Germania.
Si è laureato in Industrial design nel ‘96 a
Monaco di Baviera. Nel 1999 inizia a
collaborare con lo studio Matteo Thun a
Milano. Nel 2003 apre il suo studio di
disegno industriale. Lo studio si occupa di
progetti internazionali. I campi sono: l'area
bagno, l'area cucina, arredo e oggettistica
per la casa, ma anche progetti industriali.
Cura l'immagine e i prodotti della
Metaform® e della Legnoart. |
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Per quanto riguarda invece le parti in legno,
il materiale prima viene selezionato con grande attenzione e poi lavorato
con delle macchine di alta precisione. Per quanto riguarda la linea “Movin”
(foto 2) la qualità e la resistenza richiesta nel settore contract
è molto alta. La serie è stata progettata in modo che la
qualità sia l’elemento più importante. Partendo già
dalla ideazione del tipo di fissaggio a muro, attraverso le parti portanti,
fino alla finitura e alla cromatura. È stato senz’altro una
grande sfida per me, i tecnici e la produzione stessa. La serie “Young”
(foto 3) utilizza dei materiali plastici. La sfida di questo progetto
era di riuscire a creare degli oggetti che trasmettessero, attraverso
l'estetica, il livello della finitura e l'uso del materiale stesso, con
una qualità superiore ai soliti prodotti plastici. Il SAN è
un materiale con una ottima trasparenza ed un senso tattile molto caldo
e piacevole. Gli oggetti della serie Young sono realizzati con degli spessori
del SAN molto elevati al limite del producibile. Grazie a questi elevati
spessori si creano degli effetti ottici che affascinano molto. La combinazione
del SAN con le parti cromati rende ogni oggetto un piccolo gioiello.
Osservare il mercato per progettare
e realizzare prodotti mirati
Il progetto? Un lavoro in progress.
I suoi ingredienti? Tradizione, cultura, tecnologia nuovi materiali. Questo
il punto di vista di Giuliano Cappelletti ed Enzo Pozzoli.
Qual è la vostra filosofia
di progetto?
Per noi il progetto è considerato come una sintesi in progress
di un pensiero formale, un lavoro continuativo, giornaliero che viene
mediato da una continua ricerca tecnologica e tecnico produttiva. Il tutto,
naturalmente, filtrato dai processi culturali in atto, da tutto quello
che ci circonda, dagli input che arrivano dal mondo esterno e, per chiudere,
di fondamentale importanza è l'attenta osservazione del mercato,
in modo da progettare dei prodotti mirati ad un target specifico.
Avete sperimentato nei vostri ultimi
progetti dei nuovi materiali? O utilizzato quelli esistenti in modo nuovo?
Oggi il vecchio e il nuovo camminano di pari passo, da una parte c’è
la sperimentazione di nuovi materiali, esempio lampante sono le materie
plastiche, e dall’altra abbiamo i vecchi materiali ricchi di significato
storico, che in alcuni casi diventano un prodotto d’élite.
Per fare un esempio, che potrebbe sembrare banale, una semplice sedia,
se prodotta in materiale plastico, diventa sicuramente molto più
accessibile sul mercato però rimane meno pregiata rispetto ad una
sedia realizzata in legno che diventa un oggetto di maggiore valore, rivolto
ad una diversa fascia di mercato. Sicuramente oggi la tecnologia ha fatto
si che molti prodotti nuovi siano arrivati sul mercato.
Per altro è vero che grazie a nuovi materiali abbiamo potuto riproporre
vecchi progetti, ma trattandoli in modo
diverso, e di avere alla fine un prodotto uguale ma al contempo differente.
Giuliano Cappelletti ed Enzo Pozzoli
sono nati negli anni ‘50 a Cantù (CO). Dopo aver
frequentato l’Istituto Statale d’Arte nella loro
città si sono laureati in architettura al Politecnico
di Milano. Sono iscritti all’A.D.I.
Nel ‘74 fondano lo studio dacanturiodesign
collaborando con le maggiori aziende italiane. Lo studio opera
inoltre nel campo della ristrutturazione edilizia e nell’architettura
d’interni.
Con il loro team progettano allestimenti,
scenografie, stand in Italia e all’estero. |
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Dunque cosa fa di un oggetto un buon
prodotto di design?
I punti chiave di un buon design oggi sono: continua sperimentazione,
ricerca tecnologica e, fondamentale, un ottimo rapporto tra le aziende
e i designers permettendo a questi di poter esprimere al meglio le loro
capacità e ai primi di investire in prodotti che abbiano un mercato.
Nelle immagini: divano e pouff “Zia Lalla”, LineaItalia (foto
1); poltrone “Lullaby” (foto 2) e tavolo “Land”
(foto 4), Pellizzoni cuoio; camera per ragazzi, Quelli della Mariani (foto3).
Gli oggetti come merci mezzi di scambio senza
carattere ideologico
Elevare l’immagine e il target
dei prodotti per battere la concorrenza. Stefano Giovannoni ci spiega
il ruolo del design, e delle aziende italiane, nell’era della globalizzazione.
Può parlarci dei suoi esordi
come progettista, delle sue prime esperienze progettuali?
Mi sono laureato a Firenze in Architettura nel 1978, appena laureato
ho iniziato a lavorare nel campo dell’architettura. Ben presto però
ho capito che per fare gli architetti bisognava fare molti compromessi,
in quegli anni se non entravi in un partito politico era molto difficile
poter lavorare .
Per due anni comunque ho operato nel campo dell’architettura, quindi
mi sono dedicato al design perché mi sembrava un terreno più
libero .
Nel 1985 ho creato un gruppo che si chiamava “King kong” con
Guido Venturini, dopo un periodo di un paio d’anni a Milano dove
ho collaborato con lo Studio Sottsass e con Mendini Alchimia.
Abbiamo iniziato lavorando in maniera molto sperimentale, senza che avessimo
una reale committenza, facendo delle ricerche sul linguaggio e sui materiali.
Abbiamo creato con alcuni colleghi il “movimento bolidista”,
gruppo che in quegli anni ebbe una certa risonanza internazionale.
Nel 1988 Alessandro Mendini ci chiama a Milano per una pubblicazione sulla
rivista che lui dirigeva, “Ollo” . Vedendo il nostro lavoro,
ci disse che voleva presentarci Alberto Alessi.
Pochi giorni dopo lo incontrammo a Cusinallo, in azienda, ed egli ci chiese
di provare a disegnare alcuni prodotti, fra cui un vassoio.
Il giorno dopo nacque il vassoio Girotondo, fu presentato insieme ad altri
sessanta progetti che facevano parte della stessa famiglia, era il vassoio
con gli omini ritagliati nell’acciaio che tutti conoscono.
Quali furono le caratteristiche di rottura che il vassoio Girotondo
apportava rispetto alla produzione di quel periodo?
Il Girotondo era un oggetto che andava controtendenza rispetto
ai bestseller di quegli anni: i bollitori di Michael Graves e di Richard
Supper, lo spremiagrumi di Philippe Starck, oggetti molto disegnati, molto
elaborati dal punto di vista espressivo.
Il Girotondo andava in una direzione completamente opposta, anziché
disegnare l’oggetto lo si considerava come un ready-made, come un
prodotto che puoi trovare in qualsiasi department store ed anziché
lavorare sul disegno si giocava sull’icona figurativa dell’omino
come segno di comunicazione.
Si operava uno spostamento dal design alla comunicazione.
La scelta del figurativo era una scelta ponderata e cosciente perché
presupponeva la riscoperta di un contesto vicino alla cultura popolare,
alle cose della gente comune che il design aveva relegato nel campo del
kitch.
La riscoperta del figurativo giocato all’interno di un’azienda
di design nella maniera giusta è stato l’elemento vincente
per questo prodotto, che ha aperto l’azienda ad un pubblico più
ampio. Per il grande pubblico il design è qualcosa di difficile
comprensione mentre il rapporto con il figurativo è immediato e,
dal punto di vista emozionale e sensoriale, crea un feeling diretto con
il consumatore.
Il marketing dell’Alessi aveva previsto cinquemila pezzi, già
nel primo anno ne furono venduti cinquantamila; al vassoio fecero quindi
seguito immediatamente altri prodotti della famiglia, come i cestini,
i portatovaglioli etc. I numeri furono estremamente alti (centomila, duecentomila
pezzi all’anno per ogni prodotto), fino ad arrivare ad una famiglia
di oggetti che ha continuato la serie per diversi anni ed è diventata
numericamente la più importante non solo nel catalogo Alessi, ma
in assoluto nell’ambito delle aziende design-oriented
Ad oggi sono stati venduti oltre sei milioni di pezzi della famiglia del
Girotondo.
Quali sono le idee fondanti dei suoi progetti, può parlarci
del processo di ideazione di uno dei suoi oggetti?
Io cerco sempre di lavorare sull’idea, sul concetto, che
non è schematizzabile in uno stereotipo perché dipende dallo
specifico progetto che si va ad affrontare.
Per ogni prodotto c’è sempre un’idea giusta. Cerco
innanzitutto di capire il contesto dell’azienda per cui lavoro:
la capacità tecnologica, il mercato, quali possono essere le strategie
vincenti per un determinato tipo di prodotto, quindi cerco di trovare
l’idea e il concetto giusto che dovrebbero creare la base per quel
progetto.
Per me più importante del singolo prodotto è creare un rapporto
con l’azienda, cioè creare con essa una sinergia che possa
poi protrarsi nel tempo.
Può descriverci brevemente la vostra procedura di evoluzione
di un progetto parlandoci inoltre della componente tecnologica?
Noi siamo stati tra i primissimi studi a Milano ad adottare i
software 3d, abbiamo iniziato nel 1995, quindi sono oltre 10 anni che
lavoriamo con i software più adatti alla progettazione.
Inizialmente mettiamo a punto l’idea.
Mentre in passato lavoravamo sui prototipi, e la stanza prototipi era
quella più affollata dello studio, negli ultimi dieci anni lavorando
con il 3d abbiamo cambiato completamente il nostro modo di lavorare.
Elaboriamo con molta facilità dei prodotti tridimensionali, cerchiamo
di valutarli, di pesarli, di capirli, spesso chiedo anche giudizi, prima
alle persone all’interno dello studio poi fuori perché è
importante che non ci fossilizziamo su un’idea ma cerchiamo di capire
qual è il suo appeal verso il pubblico.
Un confronto con chi deve recepire quel messaggio è molto importante
e poi attraverso il 3d abbiamo modo di comparare il prodotto, migliorarlo,
capirlo e quindi intervenire nei più piccoli dettagli attraverso
un processo continuo di comparazione, di cesello, di ottimizzazione di
tutte quelle che sono le possibili caratteristiche dell’oggetto.
Ho un amico, scultore torinese, che mi dice la scultura essere
oggi presente in ogni prodotto del supermercato.
Considera la sua produzione arte e da quali arti trae ispirazione?
Innanzi tutto penso che l’arte oggi sia finita nella forma
in cui esisteva in passato.
L’arte presupponeva l’esistenza di un’avanguardia e
di una partizione fra ciò che era arte e ciò che non lo
era.
Il ruolo delle avanguardie artistiche è stato quello di allargare
progressivamente il contesto di riferimento per le operazioni artistiche
, fino ad arrivare alla fine degli anni settanta, dopo pop art, arte concettuale,
arte comportamentale, etc. al completo abbattimento delle barriere.
Dal momento in cui tutto era permesso l’arte ha perso la sua forza
innovativa e si è invece trasferita in tanti territori limitrofi
come le arti applicate, il design, i video clip, la pubblicità
etc., al punto che oggi credo non abbia più senso parlare di arte
pura.
Questo è dimostrato dal fatto che effettivamente il distacco tra
l’arte ed il pubblico è andato sempre aumentando, per cui
quella che oggi si vorrebbe chiamare arte, in realtà si è
chiusa in un ermetismo difficilmente comunicabile fino a divenire qualcosa
di estremamente lontano dal pubblico.
I cambiamenti sociali in atto nella società occidentale,
penso ad esempio al numero di famiglie in costante calo, alla bassa natalità,
ai nuovi tipi di unioni tra individui, alle migrazioni di uomini da altri
continenti, influenzano la sua progettazione?
La progettazione deve essere legata a tutti quelli che sono gli
input del proprio tempo, non è detto che direttamente una o alcune
di queste caratteristiche influenzino il nostro modo di operare.
È nel modo globale di considerare il nostro periodo storico sia
da un punto di vista culturale che economico, sociale e politico che dobbiamo
pensare ad una visione del mondo che si rapporti con questo contesto anche
in termini strategici.
Per il mio lavoro è stata molto importante la comprensione della
filosofia di Baudrillard e dell’estetica nella società avanzata
nei consumi.
Ho improntato tutto il mio lavoro su considerazioni dove la merce, con
tutte quelle caratteristiche che Baudrillard gli attribuisce, era il soggetto
centrale.
Il motivo per cui i miei oggetti hanno avuto un grande successo sul mercato
è legato al fatto che li ho concepiti come merci, come mezzo di
scambio al di fuori da ogni carattere ideologico.
A cosa sta lavorando in questo momento
e quali sono le future evoluzioni del suo lavoro?
Il nostro lavoro negli ultimi anni è cambiato molto, oggi quasi
tutte le aziende con cui lavoriamo hanno spostato la produzione in Cina.
Il fatto che la Cina sia diventata il centro della produzione mondiale
ed i prodotti a basso prezzo siano entrati nei nostri mercati crea grandi
cambiamenti nel contesto. Nello specifico del nostro lavoro, negli ultimi
anni lavoriamo soprattutto con aziende del mass market mentre in passato
lavoravamo principalmente per aziende design oriented. Oggi lavoriamo
nel mass market perché l’invasione dei prodotti cinesi a
basso prezzo impone a molte aziende di produrre oggetti di migliore qualità,
rivolgendosi al designer per elevare l’immagine ed il target del
prodotto. Il design viene visto come un importante valore aggiunto.
Tutte le catene di supermercati hanno ormai i loro prodotti, dall’olio,
agli ammorbidenti, ai gelati. Le aziende che tradizionalmente hanno operato
nel contesto dell’alimentare legato alla grande distribuzione oggi
si trovano questa concorrenza interna, imbarazzante, da parte della distribuzione
stessa.
Non resta quindi che creare un up-grade all’immagine
e alla qualità del prodotto, e per questo c’è bisogno
del design. La stessa trasformazione avviene per le aziende legate all’elettronica,
alla telefonia, all’audio-video e, più in generale, al prodotto
tecnologico. Se in passato esisteva una sola linea di prodotti oggi esistono
più linee, specializzate per categorie differenti, all’interno
della stessa azienda. Ci può essere una linea di telefoni cellulari
caratterizzati dall’innovazione tecnologica, accanto ad una linea
dall’immagine “fashion” o ad un’altra “family”,
meno complessa da usare, per i giovanissimi o per le persone anziane.
Per rispondere alla specializzazione dettata da queste categorie, questo
tipo di aziende si sta rivolgendo al designer come colui che possa connotare
queste diverse identità.
Stefano Giovannoni si è laureato
in
Architettura a Firenze nel ‘78. Nel 1985 crea
il gruppo “King kong” con Guido Venturini.
Ha collaborato con lo Studio Sottsass e con
Mendini Alchimia. Nel 1988 incontra Alberto Alessi che gli chiede
di disegnare alcuni prodotti tra cui un vassoio. Nasce
“Girotondo”(foto 2). Da allora inizia a
collaborare con le maggiori aziende di
interior design. Insegna Disegno Industriale presso la Facoltà
di Architettura di Genova e la Domus Academy di Milano. |
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I cambiamenti sociali in atto nella
società occidentale influenzano la sua progettazione?
La progettazione deve essere legata a tutti quelli che sono gli input
del proprio tempo, non è detto che direttamente una o alcune di
queste caratteristiche influenzino il nostro modo di operare. È
nel modo globale di considerare il nostro periodo storico sia da un punto
di vista culturale che economico, sociale e politico che dobbiamo pensare
ad una visione del mondo che si rapporti con questo contesto anche in
termini strategici. Per il mio lavoro è stata
molto importante la comprensione della filosofia di Baudrillard e dell’estetica
nella società avanzata nei consumi. Ho improntato tutto il mio
lavoro su considerazioni dove la merce, con tutte quelle caratteristiche
che Baudrillard gli attribuisce, era il soggetto centrale. Il motivo per
cui i miei oggetti hanno avuto un grande successo sul mercato è
legato al fatto che li ho concepiti come merci, come mezzo di scambio
al di fuori da ogni carattere ideologico.
(Nelle immagini: poltrona “Calla”, Domodinamica (foto 1);
vassoio “Girotondo” (foto 2).
Qual è il progetto a cui è
rimasto più affezionato, quale il lavoro che le ha dato di più
dal punto di vista emozionale?
Naturalmente ho sentito molto dal punto di vista emotivo soprattutto il
Girotondo e la prima serie di prodotti in plastica per l’Alessi,
In quegli anni, è nata anche all’interno dell’Alessi
una grande discussione su quei prodotti.
Il marketing temeva che un’azienda caratterizzata dal core business
dell’acciaio potesse perdere la propria identità spostandosi
su prodotti che facevano riferimento alle tecnologie della plastica, Nel
1991 l’Alessi ha deciso di partire con la prima produzione di oggetti
in plastica, io ho disegnato buona parte di questi prodotti. A conti fatti,
è stata un’operazione estremamente importante per l’azienda
e molto positiva. Consideriamo che a metà degli anni novanta, quindi
nel pieno boom dell’immagine Alessi legata al colore ed all’uso
della plastica, l’azienda ha triplicato il proprio fatturato, non
tanto per l’indotto diretto della plastica, che non ha mai rappresentato
più del 25-30%, quanto invece per il fatto che la plastica ha aperto
il contesto dell’azienda ad un target più largo di consumatori,
soprattutto alle nuove generazioni che hanno cominciato a collezionare
questi prodotti. L’azienda ha acquisito una nuova energia che ha
prodotto risultati estremamente importanti sia a livello di comunicazione
sia a livello di identità.
Interpretare il passato in chiave contemporanea
Per Daniele Loscalzomoscheri tecnologia
e tradizione sono al centro del progetto.
Qual è la sua filosofia progettuale?
I miei progetti derivano da una visione del modo di fare impresa che trae
spunto dai positivi retaggi del passato e li reinterpreta in chiave contemporanea.
L’Interior design è un un universo di pezzi che comunica
coerenza produttiva e libertà espressiva permettendo a ciascuno
di definire il proprio habitat domestico ideale. Non più monomaterico
ma un sapiente mix di materiali che delineano i nuovi style symbol per
una casa totale, internazionale contraddistinta da un forte elemento umano
e vitale. Design e stile: una dichiarazione di disponibilità a
capire i gusti di ciascuno e a soddisfarli nel miglior modo possibile
affinché l'ego risulti appagato. Le numerose esperienze maturate
con alcune tra le più importanti aziende di settore consolidano
un’attitudine multidisciplinare legata ad uno stile conciso, up-to
date basato sull’incontro felice di materiali diversi: il segno
è nitido e preciso, arricchito dall’innovazione tecnologica
e dalla cultura “ready made”. Tecnologia e tradizione collocano
il progetto al confine tra quotidianità e futuro, nel tentativo
di anticipare mode, funzioni, nuove lavorazioni e proiettarle in avanti,
senza mai dimenticare quei valori legati ad alcune
tecniche manuali ed alcuni materiali tipici della tradizione.
Ha sperimentato dei nuovi materiali?
O ha utilizzato dei materiali in modo nuovo?
Ho sperimentato le materie plastiche nelle sue più disparate accezioni
dagli stampi rotazionali a quelli ad iniezioni, serigrafie con colori
oro, finiture spazzolate sui legni, bagni di anodizzazione brown e grafite
per i telai di alluminio oppure tessuti con texture personalizzate ecc.
Daniele Loscalzomoscheri è
nato nel ‘63, si
laurea alla facoltà di Architettura di Milano
nel 1987. Master in “Advanced technology
application on industrial design
manufactury” a Tampa nel 1988. Dall’87 è
consulente di Piero Lissoni per lavori
commissionati da Boffi, Porro, Matteograssi,
Iren, Living, Artemide. Collabora in proprio
con altre aziende. (Ha espresso il suo stile
conciso nel progetto della sua casa.
Il servizio: “In una vecchia fabbrica”, da pag 52). |
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Che ruolo svolge la tecnologia nel
suo modo di progettare?
Le tecnologie non sono solo legate a materiali di avanguardia ma anche
a nuove lavorazioni sul legno o su materiali del passato, ma che ti permettono
sviluppi formali innovativi...
Privilegio il mix di materiali diversi che giocano un ruolo cromatico
soft di tono su tono.
Nelle immagini: cucina “Sidney”, Doimo cucine (foto 1);
poltrone “Linear”, Calligaris (foto 2);
cucina “Monolit”, Xera (foto 3)
Verifica tridimensionale del progetto
in uno studio-laboratorio
Roberto Lucci e Paolo Orlandini,
due “veterani“ del design che amano l’approccio pratico.
Qual è la vostra filosofia
di progetto ?
Direi che il nostro approccio progettuale è contraddistinto innanzitutto
da un’analisi funzionale, produttiva ed ergonomica (applicabile
a qualunque ambito del design dalla cucina all’ufficio, dall’illuminazione
alle sedute, dagli impianti agli imbottiti) che porta, solo successivamente,
alla forma finale. La conseguenza di questo metodo è un iter progettuale
basato in gran parte sulla verifica tridimensionale grazie all’utilizzo
di modelli al vero, prototipi funzionanti e mock-up. In studio abbiamo
un ampio laboratorio in cui tagliamo pannelli, saldiamo telai, stratifichiamo
scocche in vetroresina e qualunque altra cosa ci permetta di rendere concretamente
tangibili le nostre idee.(...)
| Roberto Lucci è nato a
Milano nel ‘42 ha studiato all’Institute of Design
di Chicago e al Corso Superiore di Disegno Industriale di
Venezia. Paolo Orlandini è nato a Grosseto nel 1941,
si è laureato alla Facoltà di Architettura del
Politecnico di Milano. Entrambi hanno collaborato per alcuni
anni con Marco Zanuso Sr. e con Richard Sapper. |
|
| Dal ‘68 lavorano in collaborazione
specializzandosi nei settori dell’ufficio, della sedia
e della cucina. Hanno disegnato più di 300 prodotti
per le maggiori aziende italiane. Svolgono attività
didattica presso l’Istituto Europeo di Design, il Politecnico
di Milano, la Scuola Politecnica di Design di Milano, lo IUAV
di Venezia. |
|
Avete sperimentato nei vostri ultimi
progetti dei nuovi materiali? O utilizzato quelli esistenti in modo nuovo?
L’utilizzo di nuovi materiali è per il designer uno stimolo
notevole nella progettazione poiché apre le porte verso nuove forme,
nuove soluzioni e nuove metodologie produttive. Purtroppo, come si suol
dire, “chi lasci la strada vecchia per la nuova….” Ovvero
le aziende produttrici non sempre sono aperte alle novità poiché
possono portare lunghi processi progettuali, risultati incerti e costi
elevati. (...) Un’altra via percorribile può essere di utilizzare
in modo nuovo un materiale già esistente (di cui quindi si conoscono
bene le caratteristiche tecniche, le procedure produttive, gli eventuali
difetti (…). Abbiamo appena ultimato una sedia per Calligaris, che
si chiama “Pod”. La scocca è realizzata con una rete
stirata industriale che viene imbutita seguendo un processo un po’
lungo e che ha impegnato noi e l’azienda
per parecchi mesi! Il risultato è però un prodotto dal look
molto leggero, attuale e dal costo adeguato. (...) Nelle immagini: sedia
“Pod”, Calligaris (foto 1); divano componibile, Biesse2000
(foto 2).
Un linguaggio poetico e ironico per
oggetti e complementi
Guardare al quotidiano con occhi
nuovi, creare relazioni, aprirsi... questa la filosofia di Ilaria Marelli
Qual è la sua filosofia di
progetto?
Quello che cerco di portare con i miei progetti è un po’
di poesia e/o di ironia nella vita delle persone. L'ispirazione spesso
viene da un modo nuovo di guardare al quotidiano, bilanciando quanto di
positivo trovo negli oggetti e nelle azioni di tutti i giorni, con nuovi
modi di vivere, nuovi gesti, nuovi materiali o tecnologie, o nuove combinazioni
di tutte queste cose...
Alcuni progetti possono essere più concettuali, altri più
vicini alla realtà del mercato. Questo non deriva tanto da una
strategia a priori, quanto dal percorso di sviluppo di un progetto, dalla
relazione con le persone coinvolte, dalle esperienze che condivido con
loro.
Ha sperimentato nei suoi ultimi progetti
dei nuovi materiali? O ha utilizzato quelli esistenti
in modo nuovo?
I materiali e le tecnologie di lavorazione sono per me sempre una componente
fondamentale del progetto. Posso utilizzare materiali tradizionali come
l'acciaio o il vetro opalino sfruttando però nuove tecnologie di
lavorazione (ad esempio il taglio laser per l’acciaio o un soffiaggio
di grandi dimensioni per il vetro) così da fornire un immagine
inedita su oggetti in qualche modo di memoria.
| Ilaria Marelli, architetto e designer,
vive e lavora a Milano, nel 2003 ha aperto un proprio studio
a milano che fonisce consulenza ad aziende per l’art direction
e product design e sviluppa progetti di architettura, grafica,
comunicazione. Come designer di prodotto si è occupata
di arredi e luci per le più prestigiose aziende italiane.
Dal 2002 è docente di Industrial design presso il Politecnico
di Milano e presso la Scuola Politecnica di Design di Milano.
Fornisce consulenze per allestimenti e mostre, si occupa di
immagine coordinata nel campo dell’interior design (ricordiamo
la mostra il “dna della scultura” di Angelo Mangiarotti). |
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|
Quale apporto ha dato ai suoi progetti
la tecnologia?
Per i progetti in plexiglass, che uso spesso per allestimenti e prodotti,
ho la fortuna di conoscere un ottimo trasformatore del materiale che crede
nel mio lavoro e mi tiene aggiornata su tutte le novità (le specchiature,
le finiture superficiali, lavorazioni) così da costruire insieme
nuove possibilità estetiche. Oppure come è capitato per
“Chain”, la nuova lampada da tavolo per Nemo (foto 2), il
progetto è il risultato di una serie di innovazioni tecnologiche,
ad es. sui sistemi di accensione touch dimmer, su sorgenti LED di nuova
concezione, sull'utilizzo di frizioni finora appannaggio del settore hi-tech
da risultare anche "esteticamente" molto innovativo. In questo
caso il
progetto è stato una sorta di scommessa partita da una mia intuizione
formale (una lampada come un gioiello) e di utilizzo (la task lamp che
a fine lavoro si richiude a far luce d'atmosfera) che ha coinvolto l'azienda
e tutta una serie di terzisti della stessa che hanno investito tempo e
energie sul progetto per arrivare a "vincere la scommessa"!
Nelle immagini: appendiabiti in plexiglass “Robin e Marian”,
Coincasadesign (foto 1); lampada da tavolo “Chain”,
Nemo (foto 2).
Le possibilità del futuro
consentite dal “rapid manifacturig”
Denis Santachiara. Designer e artista,
utilizza nella creazione dei suoi oggetti la strategia del prestigiatore:
occulta la causa tecnica a favore dell’effetto.
Nikola Tesla, interpretato da David
Bowie, appare come personaggio del lungometraggio “Prestige”
sull’aspra rivalità tra due illusionisti. Può dirci
brevemente qualcosa riguardo a questo grande personaggio, a come lei ha
utilizzato alcune sue scoperte ed all’uso dell’illusionismo
nei suoi progetti?
Nikola Tesla è uno dei più grandi scienziati del
novecento, anche se non molto conosciuto ha un’importanza fondamentale
per la vita moderna perchè è uno degli inventori della corrente
elettrica alternata, prima di lui l’elettricità si distribuiva
con un sistema chiamato corrente continua che crea però diversi
problemi: - cavi grossi di diametro, non arriva a grandi distanze etc.
-. Scoprì dunque la corrente alternata, che, con una frequenza
di settantadue hertz, è quella che usiamo anche oggi, permette
di mandare l’elettricità molto lontano e di usare cavi molto
più piccoli.
Tesla creò le lampade fluorescenti, cioè i neon, il motore
trifase per i treni e tutta una serie di invenzioni che sono immerse a
tutto campo nella vita quotidiana.
I suoi meriti più importanti per me non sono però le sue
scoperte scientifiche, ma il modo di mostrarle e la sua capacità
utopica, perché la sua idea era anche quella di trasmettere a distanza
elettricità senza fili, una cosa veramente incredibile, ed il modo
di presentare la sua attività scientifica era più vicino
a quello del prestigiatore rispetto a quello di un vero e proprio scienziato.
Le sue conferenze scientifiche erano sostanzialmente performance dove
lui mostrava le possibilità delle sue invenzioni in modo molto
teatrale, molto performativo, sembravano delle vere e proprie installazioni
magiche.
E’ uno scienziato che ha portato l’innovazione tecnologica
non come immagine come la intendiamo oggi, ma come spettacolo dei sensi,
usava la tecnologia come comunicazione emozionale. Non si sa, essendo
una persona estremamente riservata, quanto fosse cosciente di questo,
ma oggettivamente, storicamente, ha dato questa immagine di se stesso.
Per una mostra, incuriosito nelle mie ricerche sul rapporto tra tecnologia
e società, usai un suo generatore, che si chiama appunto generatore
di Tesla, per fare delle lampade senza fili. Sostanzialmente il tutto
si componeva di una caraffa con all’interno dei neon, io potevo
girare per la galleria con questi neon accesi senza fili.
L’approccio di Tesla alla tecnologia è molto stimolante per
un lavoro creativo ed io ne ho approfittato.
Lei ha parlato di tendenza al nomadismo nella società
attuale. Crede come Chatwin che l’uomo sia un essere essenzialmente
nomade e come può il nomadismo influenzare le scelte progettuali
sull’abitare?
L’uomo all’inizio era un nomade, poi con l’agricoltura
ha cominciato ad avere dei siti stabili ed oggi, nel duemila, ridiventa
in un certo senso nomade.
Ci si accorge che, per come funziona la società si cambia casa
sempre più spesso.
Negli Stati Uniti mediamente si cambia città, quartiere etc. quattordici
volte nel corso di una vita, in Europa otto o nove volte ed è un
trend che tende a crescere.
Il modo di vivere di una città contemporanea è fatto inoltre
di spostamenti, da qui il problema più evidente, il traffico, anche
il traffico aereo ed il traffico virtuale peraltro.
Noi siamo sempre in tanti posti ed in nessun posto, esiste dunque uno
sviluppo legato al trasporto, dai mezzi meccanici, come le automobili,
ai mezzi elettronici, come internet, quindi si pone un problema diverso
dalla staticità ottocentesca, cioè che noi siamo virtualmente
in posti diversi.
Con il cellulare per esempio siamo ovunque ed in nessun posto e questa
non coincidenza tra luogo e presenza ci mette in una condizione di nomadismo
anche concettuale, ciò naturalmente apre nuove possibilità
o nuove riflessioni su come progettare gli oggetti.
La frammentazione famigliare in atto, i nuovi, o antichi, tipi
di aggregazione e legami tra individui e la diminuzione delle nascite
sono oggetto d’indagine nei suoi lavori?
Quando progetto una cosa per la casa tendo a non pensare alla
famiglia in senso classico, penso a degli esseri umani che vivono in qualche
modo in uno spazio.
Non mi è mai successo di pensare ad un oggetto domestico che abbia
come riferimento ad esempio un padre, una madre e due figli, piuttosto
che due gay, due amici o un gruppo di studenti che vivono in una casa.
Penso alla gente in quanto tale riflettendo sul singolo essere umano in
quanto tale.
Considera il suo lavoro arte e quale fase sta attraversando
secondo lei l’arte oggi?
Considero Il mio lavoro design anche quando alcuni critici d’arte
gli danno attributi artistici. Per me il design, il progetto, è
un’arte, qualcuno dice che è l’arte del secondo millennio.
Nei casi in cui il design viene letto, considerato, descritto come arte,
non penso all’arte, ma all’arte del progettare.
Tutto quello che faccio ha origine da un progetto e non da un’espressione
intimistica o di tipo artistico nel senso classico del termine.
In realtà vediamo che anche un abito di alta moda di uno stilista
può essere benissimo un oggetto d’arte, ma questa non è
una volontà programmatica, è piuttosto una volontà
dei tempi che tendono a dare significato non più all’espressione
artistica da sola ma a tante cose che sono gli oggetti d’uso.
Quasi tutti musei d’arte contemporanea per esempio, specialmente
quelli nuovi ma anche quelli tradizionali, tendono a riempire i loro spazi
anche con oggetti di design, con oggetti d’ uso.
Buona parte dell’ avanguardia del novecento del sistema specifico
dell’arte usa oggetti, dai dada ai futuristi fino alle ultime avanguardie,
un uso sempre maggiore di oggetti o di cose fisiche del mondo reale in
sostanza, compreso anche l’oggetto medio. Si consideri anche l’arte
contemporanea, basti vedere le installazioni degli artisti odierni, nelle
loro opere c’è dentro di tutto.
L’uso della merce in senso lato è molto forte, per non parlare
dell’uso dei media, cioè dell’oggetto come media, display,
proiettori e quant’altro, l’espressione artistica non è
più riferita al mondo dell’arte come eravamo abituati a pensare
ma è riferita trasversalmente al mondo della merce nel suo complesso
Ho visto il suo bellissimo allestimento per le novel story, mostra
sul fumetto, alla Triennale di Milano qualche mese fa. Come valuta il
peso del fumetto quale influenza della sua opera ed a quali strisce si
è ispirato?
Non ho delle influenze precise dal fumetto in sé benché
abbia un interesse nel suo complesso come tipo di espressione, perché
ha una caratteristica che a me interessa molto: - lo storyboard - .
Ho molto interesse per gli oggetti animati, performativi ed immaginare
gli oggetti come dei soggetti “recitanti” fa sì che
io pensi come riferimento a quando uno fa una striscia di fumetti, quando
racconta una storia, perché a me piacerebbe che gli oggetti raccontassero
delle storie.
Naturalmente se gli oggetti fanno delle performance bisogna scrivere uno
storyboard, arricchendolo poi con delle nuove tecnologie cosiddette immateriali:
- il fatto che un oggetto possa parlare, che possa veramente raccontare,
con un audio per esempio, una storia che lo riguarda direttamente, dà
l’idea del legame che posso avere con il fumetto, non solo perchè
ho fatto l’allestimento per la mostra alla triennale ma rispetto
a venti anni di progetti.
Può parlarci della tecnica del “rapid manifacturing”
e di come quest’ultima interverrà nella serialità
differenziata?
L’idea nasce dal fatto che c’è stata una forte evoluzione
nel prototipaggio dei prodotti.
Si parla di “rapid prototype”, si tratta del lavoro di macchine
fotocopiatrici tridimensionali, o meglio di stampanti tridimensionali,
che permettono di fare modelli anche molto complessi in tempi e costi
decisamente limitati.
Ciò che mi ha colpito è l’idea che questo stampaggio
tridimensionale possa essere il progetto definitivo e questo naturalmente
dipende dai materiali che si potranno usare e dall’evoluzione di
queste macchine.
Siamo solo all’inizio,la cosa che mi sembra interessante è
che questa tecnologia permette anche un intervento sul linguaggio del
progetto, cioè si possono fare cose che fino a ieri erano impossibili,
come ad esempio un oggetto dentro l’altro od oggetti composti con
dei sottosquadri che sono impossibili da fare con i normali processi di
stampaggio. Questo vuol dire che ci possono dare delle opportunità
linguistiche molto alte, estremamente diverse da quello che si è
fatto finora.
Altro punto che trovo interessante è il fatto che questi oggetti,
proprio perché sono fatti da una macchina che segue un programma,
sia possibile mandarli in circolazione in modo immateriale, cioè
attraverso la loro matematica.
Se io metto un mio progetto nella rete con un Cad, qualcuno lo scarica
come scarica un pezzo di musica, pagando una quota, poi va in un server
e lo fa stampare tridimensionalmente. Ciò implica tutta una serie
di altri vantaggi come il risparmio sui costi, perché non c’è
magazzino, non c’è trasporto etc. Oggi si può fare
in modo limitato perché è possibile realizzare qualche gioiello,
delle posate, cose piccole in sostanza, però già qualche
macchina riesce a fare una sedia.
Si può pensare ad un futuro in cui ci sia un mercato in cui si
vendano via rete gli oggetti di un autore, designer, che manda in giro
la sua idea, il consumatore scarica poi l’idea e la fa costruire
nei numeri che ritiene opportuno.
Un’altra cosa molto forte di questa possibilità è
il fatto che si possa personalizzare, perché essendo una matematica
se uno ha dimestichezza con un programma come Rhino, cioè niente
di straordinario almeno per noi progettisti, può personalizzarlo,
cioè uno può fornire un prodotto con una matematica che
è finita così, che non si può toccare, oppure si
può inserire una struttura aperta su cui si possa intervenire e
su quell’idea operare una personalizzazione.
Questo mondo che ho descritto è in erba, è ancora molto
piccolo, ci sono gli elementi per comprenderlo, per cercare di ragionarci
sopra, ma la tecnologia non è ancora evoluta per poter fare veramente
quello che sto dicendo, non credo però sia lontano il periodo in
cui si potrà ragionare in questi termini.
Qual è l’iter progettuale
che segue per le sue creazioni, quale delle sue opere le è più
piaciuta ed a cosa sta lavorando in questo momento?
Non c’è un iter in realtà, ce ne sono sempre di diversi.
A volte nascono delle idee vedendo le nuove tecnologie,
come è successo con il rapid manifacturing, a volte nascono perché
il cliente ha delle esigenze particolari. La cosa che a me piace è
che i clienti mi chiedano delle cose che debbano essere fortemente innovative
e performative, cioè che abbiano più funzioni.
Sto facendo una serie di cose per il Salone del mobile di Milano, una
trentina di prodotti che non so se riusciremo a mettere tutti in fiera
e parallelamente c’è sempre il mondo dell’arte che
mi coinvolge, stiamo creando la messa in scena dell’allestimento
per l’apertura a maggio del Mambo, museo di Bologna che come metratura
sarà il più grande museo di arte contemporanea italiano.
Questa è una cosa che mi piace molto perché in qualche modo
il rapporto con l’arte continua. Una cosa che mi piace definire
è che gli allestimenti che io faccio per le mostre sono considerati
un po’ un intervento ed un po’ un’installazione, più
che un allestimento.
Installazioni che, naturalmente rivolte all’esposizione di una serie
di artisti, di materiali etc., sono degli “allestimenti opere”.
Nelle immagini: lampada a sospensione “Phoenix” (foto 1);
lampada da tavolo “Astra”(foto 2), La murrina.
Può parlarci della tecnica
del “rapid manifacturing” e di come quest’ultima interverrà
nella serialità differenziata?
L’idea nasce dal fatto che c’è stata una forte evoluzione
nel prototipaggio dei prodotti.
Si parla di “rapid prototype”, si tratta del lavoro di macchine
fotocopiatrici tridimensionali, o meglio di stampanti tridimensionali,
che permettono di fare modelli anche molto complessi in tempi e costi
decisamente limitati.
Ciò che mi ha colpito è l’idea che questo stampaggio
tridimensionale possa essere il progetto definitivo e questo naturalmente
dipende dai materiali che si potranno usare e dall’evoluzione di
queste macchine.
Siamo solo all’inizio,la cosa che mi sembra interessante è
che questa tecnologia permette anche un intervento sul linguaggio del
progetto, cioè si possono fare cose che fino a ieri erano impossibili,
come ad esempio un oggetto dentro l’altro od oggetti composti con
dei sottosquadri che sono impossibili da fare con i normali processi di
stampaggio. Questo vuol dire che ci possono dare delle opportunità
linguistiche molto alte, estremamente diverse da quello che si è
fatto finora.
Altro punto che trovo interessante è il fatto che questi oggetti,
proprio perché sono fatti da una macchina che segue un programma,
sia possibile mandarli in circolazione in modo immateriale, cioè
attraverso la loro matematica.
Se io metto un mio progetto nella rete con un Cad, qualcuno lo scarica
come scarica un pezzo di musica, pagando una quota, poi va in un server
e lo fa stampare tridimensionalmente.
Denis Santachiara è nato
Campagnola (Reggio
Emilia) nel ‘51. Designer e artista autodidatta,
inizia l’attività progettuale nel campo della
carrozzeria automobilistica. Dal 1975 si occupa
di neoimmagine e neodesign. Partecipa a
numerose Triennali e collabora con numerose
aziende del mobile italiane e straniere. Pone
attenzione alla ricerca tecnologica soft
progettando immagini e oggetti a mezzo tra
l'arte e il design. Unisce, nelle sue creazioni, la
tecnica alla magia, alla sorpresa, al gioco. |
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Ciò implica tutta una serie di altri
vantaggi come il risparmio sui costi, perché non c’è
magazzino, non c’è trasporto etc. Oggi si può fare
in modo limitato perché è possibile realizzare qualche gioiello,
delle posate, cose piccole in sostanza, però già qualche
macchina riesce a fare una sedia.
Si può pensare ad un futuro in cui ci sia un mercato in cui si
vendano via rete gli oggetti di un autore, designer, che manda in giro
la sua idea, il consumatore scarica poi l’idea e la fa costruire
nei numeri che ritiene opportuno.
Un’altra cosa molto forte di questa possibilità è
il fatto che si possa personalizzare, perché essendo una matematica
se uno ha dimestichezza con un programma come Rhino, cioè niente
di straordinario almeno per noi progettisti, può personalizzarlo,
cioè uno può fornire un prodotto con una matematica che
è finita così, che non si può toccare, oppure si
può inserire una struttura aperta su cui si possa intervenire e
su quell’idea operare una personalizzazione.
Questo mondo che ho descritto è in erba, è ancora molto
piccolo, ci sono gli elementi per comprenderlo, per cercare di ragionarci
sopra, ma la tecnologia non è ancora evoluta per poter fare veramente
quello che sto dicendo, non credo però sia lontano il periodo in
cui si potrà ragionare in questi termini.
Può parlarci del fattore tempo
all’interno dei suoi progetti?
Una domanda interessante perché ci tengo molto a descrivere
il fattore tempo.
Io parto dal presupposto che gli oggetti siano vivi e facciano delle cose,
quindi siano performativi, ciò significa che come in tutte le cose
performative come il cinema, il teatro e la musica esiste una tempistica,
che nella musica è il ritmo, nel cinema è il montaggio e
nel teatro è la sequenza delle scene, per cui il tempo in un oggetto
performativo è un elemento molto importante del progetto.
Parlo di un uso creativo del tempo e non di un uso statico. In architettura
per esempio il tempo è stato utilizzato come invecchiamento, si
parla di materiali che invecchiano bene, come il legno il marmo etc.
Per me il tempo ha un uso creativo, è la tempistica della performance
dell’oggetto, che, se fatta bene, gli dà significato, contenuto.
Per fare un esempio banale certe antine o cassettini del mondo dell’hi-fi
si aprono con una certa tempistica, sono rallentate quasi sempre. Ciò
dà l’idea di un calcolo, di una tecnologia evoluta, il fatto
che esca lentamente piuttosto che sia un cassetto banale come normalmente
è il cassetto di un mobile.
Abbiamo fatto degli oggetti come al museo della magia di Blois in cui
c’è un tavolo che ruota lentamente, un tavolo rotondo che
fa un giro all’ora. Il tavolo non ha un design particolare, è
molto semplice, un giro all’ora non è percettibile ma dopo
mezz’ora uno si ritrova il suo caffè dall’altra parte.
Il museo di Blois è un museo creativo del tempo, crea comunicazione,
crea sorpresa, crea una relazione con chi usa questi oggetti.
Lei usa un glossario personale, può dirci qualcosa a riguardo?
ad esempio, cosa sono i “funzionoidi”?
Questo glossario è stato scritto nel 1984 per una mostra
che si chiamava “Neo-merce, il design dell’invenzione deve
essere artificiale” che è un po’ la mostra manifesto
della mia attività. In particolare l’oggetto funzionoide
era riferito alla possibilità che fosse finita l’era della
separazione tra oggetto funzionale ed oggetto decorativo, le nuove tecnologie
davano la possibilità di mettere insieme sia l’aspetto decorativo,
d’intrattenimento, sia l’aspetto funzionale nel medesimo oggetto
e l’esempio che facevo emblematico era il personal computer, che
era uno strumento di lavoro molto potente ed allo stesso tempo uno strumento
d’intrattenimento, di divertimento, di gioco. In sé non era
nessuno dei due ma era tutti e due e lo era in base alla nostra volontà,
in questo senso era un oggetto funzionoide.
Gli oggetti funzionoidi sono quelli che vanno oltre alla specializzazione
dell’oggetto: - un oggetto solo da guardare o un oggetto solo da
usare -.
Questi oggetti venivano usati da un nuovo utente che veniva definito “usante”.
Nelle sue opere poesia e tecnica si incontrano, ci può
descrivere come avviene la fusione?
L’idea, nata nell’ambito della mostra manifesto precedentemente
descritta, che ho sviluppato poi in un secondo tempo, è quella
di teknè, cioè l’idea che nell’antica Grecia
per esempio la parola teknè fosse sinonimo di poiesis, la cosa
dopo si è persa nell’industrializzazione forzata della nostra
civiltà e quindi poi è diventata soprattutto funzionalismo,
positivismo, determinismo.
Il concetto centrale è che, nell’era cosiddetta post-industriale,
la tecnologia si ripresenti ancora con un grande potenziale di comunicazione,
di immagine e che possa colpire l’immaginazione della gente.
Il passaggio lo si può vedere anche attraverso le macchine stesse,
cioè le macchine meccaniche avevano la caratteristica di mettere
in moto sia la causa sia l’effetto: -in una biella, una ruota, una
leva la causa e l’effetto coincidono -. Quando vedo una ruota capisco
sia causa sia l’effetto, mentre con le nuove tecnologie dette immateriali,
come l’elettronica, la causa si separa dall’effetto, cioè
noi vediamo l’effetto, come le onde radio per esempio, ma non sempre
conosciamo la causa.
Quando noi guardiamo un orologio meccanico capiamo più o meno come
funziona perché vediamo un bilanciere e vediamo gli ingranaggi,
quando vediamo in gioco un orologio elettronico scorgiamo un magma di
cose incomprensibili, cioè non riusciamo a cogliere la causa.
Nella strategia del prestigiatore più riesci a distanziare la causa
dall’effetto più il risultato della magia è forte.
Io cerco di operare su questo impianto in oggetti anche molto semplici,
distanzio la causa tecnica, è un lavoro molto diverso dall’
hi-tech che invece tende ad esporre il materiale, a rendere visibile il
processo con cui è costruito l’oggetto come fatto tecnico.
Io cerco di celare la causa ed uso la strategia del prestigiatore, approfondisco
il più possibile la tecnologia per poi occultarla in un effetto,
nascondo la causa attraverso il suo effetto, attraverso la sua comunicazione,
in questo modo di fare mi sembra di cogliere la possibilità di
una poesia della tecnologia.
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