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L'architettura messicana contemporanea recupera le sue radici
L’architettura messicana
contemporanea, malgrado la distanza
che ci separa, non è affatto lontana
dalla sensibilità europea, in particolare
da quella delle nazioni che si affacciano
sul Mediterraneo. Dalla Spagna alla
Grecia le nostre coste hanno visto fiorire
nei secoli un’architettura spontanea
fatta di forme geometriche nate dal
compenetrarsi di figure semplici (come il
cubo, il cilindro e la semisfera) utilizzate
per la prima volta dagli architetti di
Roma antica. Il recupero di questa
tradizione da parte degli architetti
europei degli anni ‘20 è testimoniato dai
suggestivi quaderni di schizzi di Le
Corbusier, il quale, prima di creare le sue
ville di geometria cristallina, si era
documentato viaggiando nei luoghi più
solari delle coste italiane e greche. La
stessa cosa, ma riferendosi all’architettura
precolombiana, è avvenuta in Messico.
Noi europei, a causa della nostra cultura europocentrica, spesso
non ci rendiamo conto che la grande architettura centroamericana
dei palazzi reali, dei templi a piramide e
degli stadi per la pelota ebbe inizio nello stesso periodo
dei templi e dei teatri greci, e che quello che gli europei
“conquistadores” hanno distrutto in America centrale era il
frutto di duemila anni di una civiltà comparabile a quella dell’antico
Egitto, che aveva elaborato una scrittura geroglifica,
delle conoscenze astronomiche avanzate e un pensiero matematico
che utilizzava lo zero. Ma per comprendere a fondo
quel che oggi fanno gli architetti messicani è necessario riferirsi
proprio a quelle radici culturali che essi rivendicano: nelle
loro opere è infatti frequente il ricorso ai volumi severi e
monumentali, alle imponenti gradinate e ai grandi pilastri
tipici della misteriosa architettura precolombiana. Il
ricorso all’intonaco bianco che rende più astratta l’architettura
o a una gamma di colori simili alle pietre locali, rende meglio
evidente il loro “neoclassicismo” (ovviamente riferito al loro
periodo classico, quello della civiltà maya). Nella prima villa qui
proposta, progettata dallo studio “Legorreta + Legorreta” che
opera non solo in Messico ma anche negli Stati Uniti e in Medio
Oriente, questa monumentalità arcaica si evidenzia sia nei
bianchissimi esterni quasi mediterranei, sia nei coloratissimi
interni di gusto decisamente attuale. Nella seconda casa,
molto più materica e meno astratta, sono messi in evidenza i
materiali naturali come la pietra e il cotto, accostati a pareti
colorate in varie tonalità dell’ocra e delle terre bruciate, all’interno
di una sintassi architettonica sempre monumentale.
W.P.
La villa sembra sorgere da una lunga vasca d’acqua
che la circonda come un castello medioevale.
Negli interni dominano i colori e i
grandi spazi verticali, come sempre più
spesso avviene nella vicina California.
Una spazialità larga e decontratta,
anche se rigorosamente geometrica,
gioca con la luce dei lucernari e i
continui cambi di cromia delle pareti.
Dall’alto scende una lunga lampada.
L’architettura geometrica e insieme scenografica diventa
più immateriale grazie alla riflessione dell’acqua.
Decisamente più
casual questa villa
immersa nel verde
che sembra sorgere
per gemmazione
spontanea
modellandosi sulle
esigenze di chi ci
abita. Importante per
un clima caldo è il
fluire libero dello
spazio attraverso
strutture molto aperte
verso l’esterno.
L’andamento quasi
organico non esclude
una scelta di materiali
high tech accostati a
quelli più tradizionali
come il cotto.
Una balaustra molto tecnologica viene sorretta da
putrelle a vista in un contesto di percorsi liberi e rilassati.
Le splendide immagini di questo servizio sono tratte dai volumi della collana: Mexican Architects di Fernando de Haro e Omar Fuentes, Arquitectos Mexicanos Editores
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