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ANTONIO CANOVA, di Possagno presso Treviso
(1757-1822), il più grande scultore neoclassico.
Si formò soprattutto a Roma, dove il pittore Hamilton gli insegnò
a «vedere la natura con gli occhi degli antichi»; e a Roma
passò gran parte della sua vita.
Pio VII lo nominò Ispettore delle Belle Arti, e lo inviò
a Parigi nel 1815 a reclamare la restituzione delle opere d’arte
asportate sotto il dominio napoleonico: e moltissime riuscì infatti
a far ritornare in Italia.
Fu amico del Monti, che lo esaltò in un sonetto; e del Foscolo,
che a lui, come «ad artefice di numi», dedicò le Grazie.
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Ritratto
di Paolina Bonaparte (Villa Borghese), capolavoro del Canova: Paolina,
la sorella prediletta di Napoleone, appare elegantemente sdraiata
sui cuscini, sotto le sembianze di Venere Vincitrice |
Opere. – Il Canova, per quanto
sinceramente entusiasta della pura bellezza classica, rivela quasi sempre
una intensa aderenza al vero ed alla vita.
Le sue opere si possono distinguere nei seguenti gruppi:
1. GRUPPO MITOLOGICO – Orfeo ed Euridice (Villa
Falier, Asolo), con cui il Canova inizia la sua attività (1776).
Dedalo ed Icaro (Gall. di Venezia), anteriori ancora all’andata
del Canova a Roma, e interessanti per una ricerca di movimento nervoso,
studiato intensamente sul vero.
Amore e Psiche (tre versioni, di cui la più nota nella Villa Carlotta
di Cadenabbia), il più bell’idillio arcadico del ’700,
espressione dell’anima leziosa e sensuale di quel secolo.
Tre Grazie (due versioni, all’Abbazia di Woburn in Inghilterra e
all’Ermitage di Leningrado), che ispirarono al Foscolo il noto carme.
Ebe (quattro versioni, di cui la più nota nella Pinac. Comunale
di Forlì), immagine di giovinezza gioiosa.
Venere che esce dal bagno (Pitti), che – a paragone della non lontana
Venere Medicea – rivela la differenza fra il realistico classicismo
canoviano e la pura ebbrezza greca della forma.
Teseo e il Minotauro (Collez. Londonderry, Londra), Ercole e Lica (Gall.
Moderna, Roma), Teseo che uccide il Centauro (Museo di Vienna), il Pugilatore
(Vaticano), ecc., tutti gruppi eroici di puro virtuosismo plastico, da
cui l’anima del Canova rimane assente.
2. – MONUMENTI FUNEBRI, in cui il Canova cercò
talora forme nuove.
Monumento a Clemente XIII in S. Pietro, nella consueta forma piramidale,
col papa orante e superbi leoni sul basamento.
Monumento a Clemente XIV, nella Chiesa dei SS. Apostoli a Roma, capolavoro
dei monumenti funebri del Canova: col papa, che fa un gesto di protezione
ed ha ai lati, in basso, la Prudenza e la Temperanza.
Monumento Stuart, in S. Pietro: originale piramide, con due angeli piangenti
che si appoggiano sulle faci rovesciate, ai lati della chiusa porta della
morte.
Tomba dell’Alfieri, in S. Croce, in cui il tentativo di cercare
forme originali precipita nel cattivo gusto.
Tomba di Pio VI in S. Pietro, con la semplice figura del papa orante sulla
pietra tombale.
3. – RITRATTI, idealizzati ed ellenizzati, specialmente
quelli che gli ispirarono i Buonaparte.
Statua di Napoleone I in bronzo (Cortile di Brera, Milano), in cui Napoleone
appare sotto le sembianze di Augusto divinizzato.
Ritratto di Letizia Bonaparte (Coll. del Duca di Devonshire), in cui la
madre di Napoleone appare seduta sul trono, come l’Agrippina del
Museo Capitolino.
Ritratto di Paolina Bonaparte (Villa Borghese), capolavoro del Canova:
Paolina, la sorella prediletta di Napoleone, appare elegantemente sdraiata
sui cuscini, sotto le sembianze di Venere Vincitrice.
Statue equestri di Carlo III di Borbone e di Ferdinando I (Piazza del
Plebiscito, Napoli), entrambe di ispirazione donatelliana.
4. Nell’ultimo periodo della sua attività il Canova accoglie
qualche accento religioso, che possiamo chiamare inizialmente romantico:
esempio più significativo, la Maddalena (Ermitage di Leningrado),
accosciata nell’atto della più dolente contrizione.
LORENZO BARTOLINI (1777-1850), di Savignano presso Prato.
Lavorò qualche tempo a Parigi per Napoleone. e più tardi
assunse la cattedra dell’Accademia di Firenze.
Egli è uno scultore di transizione, tra il gelido neoclassicismo
dei canoviani e il verismo dei romantici: giunse ad introdurre nella scuola,
invece dei soliti calchi di gesso, un gobbo come modello di studio dal
vero.
Dirce,
Lorenzo Bartolini (1834). Louvre |
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Opere. – Le opere non rivelano
l’audacia di un novatore così radicale: e si mantengono ancora
sostanzialmente nell’indirizzo neoclassico.
Statua di Niccolò Machiavelli, nel Portico degli Uffizi, ispirata
ad un assennato verismo.
L’Ammostatore (Pinac. di Brescia), ispirata ad un verismo quattrocentesco
(cfr. i Vendemmiatori del noto affresco di Benozzo Gozzoli nel Camposanto
pisano).
La Carità educatrice (Pitti), col bel gesto affettuoso della matronale
Virtù.
La fiducia in Dio (Museo Poldi-Pozzoli, Milano), capolavoro, in cui le
tendenze veristiche sono temperate dalla ricerca di grazia e di intima
soavità (1).
L’inconsolabile (Camposanto di Pisa), tentativo di verismo quasi
del tutto indipendente.
Monumento Demidoff a Firenze, troppo ricco di statue: ma molte furono
collocate dopo la morte dello scultore.
GIOVANNI DUPRÈ (1817-1882), che ci lasciò
la narrazione della sua vita e della sua passione artistica nel libro
«Ricordi autobiografici».
Egli è un discepolo del Bartolini, e volge l’arte del maestro
più risolutamente verso il verismo.
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GIOVANNI
DUPRÈ (1817-1882),
Pietà (Camposanto di Pisa) |
Opere. – Abele morente (Pitti), capolavoro, così
intensamente espressivo che si ritenne a torto modellato sul vivo.
Caino (Pitti), meno espressivo del precedente, perchè l’artista
intese, attraverso la maggior scienza anatomica, respingere l’accusa
di modellare dal vivo.
Saffo (Gall. Moderna, Roma), anch’essa intensamente espressiva di
cupa volontà di annientamento.
S. Francesco del Duomo di Assisi, terminato dalla figlia, con cui comincia
a prevalere nell’arte del Duprè la nota ascetica.
Lunetta della facciata di S. Croce in Firenze, non priva di una certa
enfasi nel volo degli angeli.
Pietà (Camposanto di Pisa), anch’essa dotata di un’enfasi
piuttosto eccessiva.
Monumento a Cavour a Torino, enfatica mole di statue allegoriche che rivela
nel Duprè un piatto adattamento ai declamatori gusti «borghesi».
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1 La Fiducia in Dio ispirò il noto sonetto del Giusti:
«Quasi obliando la corporea salma».
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