Tratto da:
2000 anni di Arte e Architettura
Il quattrocento
Scultura
Di Baio Editore

FILIPPO BRUNELLESCHI, già grande con architetto, che si può considerare con Donatello il capo della corrente realistica.
Si portò ben presto a Roma con l’amico Donatello, per studiare le opere antiche: e i romani, vedendoli intenti a gelose ricerche, li chiamavano «quelli del tesoro».
Partecipò al concorso bandito per la porta del Battistero fiorentino; e si conserva ancora il modello originale col Sacrificio di Isacco presentato al concorso (Bargello).
Tale modello si distingue da quello del Ghiberti per il suo maggiore realismo e drammaticità: Abramo assale con furore la vittima che angosciata si divincola, nè sappiamo se l’Angelo farà in tempo a fermare il braccio omicida.
Notevole anche il modo con cui è inteso lo sfondo; l’artista, infatuato di classicità, colloca nell’angolo un fanciullo che si cava uno spino dal piede (cfr. celebre Spinario greco), e riduce al minimo gli accenni paesistici (alberi, roccie).
Del Brunelleschi è pure un Crocefisso di legno in S. Maria Novella, che rivela una consumata perizia anatomica, unita ad idealità di linee (1).

DONATO DI NICCOLÒ DE’ BARDI, BETTO DONATELLO (1382-1466), fiorentino, il più grande scultore del Quattrocento.
Si portò ben presto a Roma con l’amico Brunelleschi, per studiare le opere antiche: e i romani, vedendoli intenti a gelose ricerche, li chiamavano «quelli del tesoro».

Donato di Niccolò De' Bardi, Betto Donatello

La Madonna di Borromeo

Ma Donatello non si limita a risuscitare un classicismo freddo ed archeologico: il suo merito principalissimo consiste nell’aver fuso:
a) il classicismo, inteso come arcaica sinteticità, monumentale grandiosità (cfr. già Iacopo della Quercia);
b) col naturalismo, inteso come vita, dramma, ecc. (cfr. già Giovanni Pisano), che non esita anche davanti al rude, al brutto, al macabro.
Donatello, per questo suo classicismo naturalistico, richiama perciò due altri grandi plastici del Rinascimento: Iacopo della Quercia e Michelangelo.
Opere. – Nell’attività di Donatello si possono approssimativamente distinguere due periodi:
Periodo fiorentino – Annunciazione (in pietra serena), in S. Croce: scena di una estrema serenità e soavità (cfr. Ghiberti), inscritta in un tabernacolo classico dal frontone curvilineo.
S. Giovanni Evangelista seduto, nel Duomo, con cui Donatello ha ormai trovato sè stesso: figura imponente e monumentale, dal panneggiamento classico (cfr. poi Mosè di Michelangelo).
Profeti Geremia e Abacucco (detto lo Zuccone), nel Campanile di Giotto: tipi di uno spietato verismo.
S. Marco e S. Pietro, nell’esterno di Orsanmichele.
S. Giorgio, pur esso costruito per l’esterno di Orsanmichele, ora al Bargello: corpo piegato lateralmente, in modo da evitare il tradizionale frontalismo.
Nel piedestallo è introdotto, forse contemporaneamente al Ghiberti, il bassorilievo pittorico (S. Giorgio che uccide il drago).
Tomba di Giovanni XXIII, nel Battistero di Firenze, in cui la tomba di sapore trecentesco (padiglione che scende dall’alto a ricoprire il defunto) è inscritta fra due alte colonne corinzie, in modo da acquistare imponenza classica.
Tomba del Cardinale Brancacci, in S. Angelo a Nilo in Napoli, analoga alla precedente pel motivo delle due colonne, ma con maggiore aderenza al tipo gotico delle tombe angioine in S. Chiara (cariatidi che sostengono il sarcofago, ecc.).
Banchetto di Erode, nel Fonte battesimale di Siena (1): bassorilievo di bronzo, pieno di movimento e di drammaticità.
Pulpito esterno del Duomo di Prato, con un’orgiastica ridda di putti musicanti: Donatello può essere annoverato tra i primi artisti che abbiano saputo rendere le forme dell’infanzia.
Cantoria per S. Maria del Fiore, ora nel Museo dell’Opera del Duomo, in cui è ripreso il motivo dei putti musicanti del pulpito di Prato.
Davide col «petaso» (Bargello), prima statua del Rinascimento che riproduca l’eroica nudità in uso nell’antica scultura.
Giuditta che taglia la testa ad Oloferne e il Marzocco (i due simboli della libertà di Firenze), davanti a Palazzo Vecchio.
S. Giovannino, di cui abbiamo diverse versioni (Bargello, Palazzo Martelli, Chiesa dei Frari a Venezia, Siena, Berlino): altro nudo giovanile, di impressionante verità.
Ritratto di Nicolò da Uzzano (Bargello), terracotta policroma potentemente veristica, uno dei primi esempi di ritratto a tutto tondo.
Periodo padovano (1444-1456), in cui Donatello compone i suoi capolavori, ma inizia pure la decadenza per la smania di dar note esagerate al drammatico.
Monumento equestre di Erasmo Gattamelata (in bronzo), sulla Piazza del Santo, la prima statua equestre del Rinascimento. Donatello si ispirò all’affresco in onore dell’Acuto terminato qualche anno prima da Paolo Uccello, e più al monumento equestre di Marco Aurelio: tra la sella ed i cosciali nascose degli amorini folleggianti, po ripetuti in due rilievi sulla base: capriccio analogo al petaso del Davide.
Altare maggiore della Basilica del Santo, ricostruito con certa libertà da Camillo Boito nel 1895, dopo che la decorazione originale era andata dispersa nei rimaneggiamenti del tempio.
Importanti specialmente il realistico Crocefisso; i quattro rilievi in bronzo a stiacciato (1), che narrano Miracoli di S. Antonio, con folle di figure gesticolanti, inquadrate in grandiose architetture classiche e una tragica Deposizione in pietra, forse la più tragica Deposizione dell’epoca (cfr. Deposizione di Giotto nella Cappela degli Scrovegni).
Nuovo periodo fiorentino (1456-1466), dedicato quasi esclusivamente alla Chiesa di S. Lorenzo, che segna la decadenza per la drammaticità ormai disordinata delle composizioni.
Portelle in bronzo della Sacrestia di S. Lorenzo, con Santi e Profeti appaiati e conversanti, di straordinaria vivacità rappresentativa.
Medaglioni degli Evangelisti, nella lunetta della Sacrestia Vecchia di S. Lorenzo.
Pulpiti di S. Lorenzo, ultimati dall’allievo Bertoldo di Giovanni, quando Donatello venne colpito da paralisi: i rilievi in bronzo, raffiguranti la Passione di Cristo, per la loro tumultuosa e straziante drammaticità richiamano i rilievi di Padova (cfr. Cristo pianto ai piedi della Croce, Crocefissione, ecc.).

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1 È conosciuto l’episodio narrato dal Vasari, relativo a tale Crocefisso.
Donatello, dopo aver faeto un crocefisso di legno, lo mostrò all’amico Filippo, per avere il parer suo; il Brunelleschi lo criticò «che egli avesse messo, in croce un contadino e non un corpo simile a Gesù Cristo, il quale fu delicatissimo ed in tutte le parti il più perfetto uomo che nascesse giammai», Donatello, adirato, lo invitò a far cosa migliore, ma quando vide il crocefisso eseguito dal rivale, dovette convenire: «a te è concesso fare i Cristi ed a me i contadini».

1 Quello stesso Fonte cui lavoriamo anche Jacopo della Quercia (p. 83) ed il Ghiberti (p. 85).

 
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